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In: Educazione

04 02autismoNOCI (Bari) - Guardando nella stessa direzione, non sempre vediamo le stesse cose. Accade quando dobbiamo descrivere. Sia che si tratti di oggetti, animali, persone. Ognuno trasferisce oltre a ciò che vede anche la relazione che ha costruito con il soggetto preso in considerazione.

Nei bambini è molto evidente e i loro testi ne sono la conferma. Così leggiamo che un cane può essere l’amico fedele, il desiderio da realizzare o il terrore che si muove. Un adulto può risultare il modello da ascoltare, seguire o la persona da cui nascondersi. Anche la descrizione di un compagno di classe è la dichiarazione di una relazione. I bambini guardano, si guardano e quando descrivono mettono in luce aspetti diversi di un comune osservare. È nato così, osservando Giovanni, il testo “Corre, il mio amico correE corre in tondo/ per l’aula e ride/ e corre sulle punte/ saltella, si stende./ E legge, disegna, scrive/ e abbraccia, accarezza,/ Bacia./ Canta./ In inglese, italiano, “bālalese”./ Ma a volte piange./ Lui è diverso/ e anche io lo sono/ lui piace a me/e quando mi cerca/ So che io piaccio a lui./


Racconta di Giovanni, un compagno di classe, racconta le sue azioni, le sue qualità. Ed esprime il legame che ognuno di loro ha con Giovanni
Non vi è dubbio che il tipo di relazione che costruiamo con gli altri riguarda sicuramente la nostra sensibilità, ma è anche il frutto di un abitare lo stesso luogo: la scuola; di un condividere le stesse esperienze: a scuola. E dove si costruisce la cultura della convivenza, se non a scuola.
“Corre, il mio amico corre” è un lavoro di qualche mese fa. È un testo collettivo. È il punto di vista del singolo che confluisce in un unico elaborato, in un’unica descrizione. Potrei anche dire in un unico ritmo perché appare come una poesia. È il ritmo dell’agire dei singoli bambini che diventa agire comune quando si sta insieme, quando si abita la stessa classe per molte ore. È il contributo dei compagni di classe di Giovanni alla giornata del 2 aprile, Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo. Questa giornata ha l’intento di ricordare che è necessario preservare, migliorare e ampliare l’agire comune quando ha connotazione inclusiva; ci ricorda che è fondamentale offrire spunti al dibattito pubblico per risolvere i nodi della convivenza tra diversi. Ci ricorda, inoltre, che è necessario promuovere processi di ricerca a partire da quello che si incontra, senza percorrere solo strade già prestabilite. Ogni individuo affetto da autismo è unico, ciò vuol dire che esistono infinite combinazioni della sindrome. Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare Giovanni. Lui fa cose uguali a tutti e non fa cose uguali a tutti. Lui corre… e poi parla con noi ma anche con sé stesso e ci sfida a imparare la sua di lingua: il “bālalese”, così l’hanno definita i compagni traendo spunto dai saperi di Sofia e Thomas, due bambini di diversa religione, con una approfondita conoscenza dei racconti biblici. Loro hanno trasferito ai compagni la storia della Torre di Babele, di un popolo che voleva raggiungere la porta del cielo, ma Dio confonde le lingue degli uomini, che non sono più in grado di comprendersi e non possono più dare seguito alla realizzazione della torre.

Da una ricerca hanno acquisito la radice ebraica della parola Babele che è bālal, che significa «confondere»
- “Quindi, Bālal! Giovanni parla il bālalese.” deduce Antony.
- “No, Giovanni parla anche il bālalese”. Afferma Milena,
Che emozione partecipare a questi ragionamenti, si ha contezza di quanto l’imparare sia un processo vivo, generativo, e l’insegnare un prendere parte a questo processo. È nella scuola che si realizza questo difficile imparare, è qui che i bambini apprendono la prima alfabetizzazione all’inclusione, allo stare insieme tra diversi e che tra diversi si impara meglio anche se è più difficile. Ma è anche vero che i percorsi più complessi si radicano meglio. Resistono.
La scuola è chiamata ad equipaggiare il motore della barca. Come scrive Gabriela Mistral, poetessa cilena, premio Nobel per la letteratura -10 dicembre del 1945.
“Educare è equipaggiare il motore di una barca…
Serve prendere le misure, pesare, equilibrare…
e mettere tutto in funzione.

Ma per questo si deve avere nell’animo un po’ del marinaio… un po’ del pirata… un po’ del poeta… e un chilo e mezzo di pazienza concentrata.
Ma è consolante sognare, mentre si lavora, che quella barca, quel bambino, prenderà il largo, se ne andrà lontano.
Sognare che quel bastimento porterà il nostro carico di parole verso porti distanti, verso isole lontane.
Sognare che quando si sarà messa a dormire la nostra barca, nuove barche porteranno inalberata la nostra bandiera”.
Nel rapporto con la diversità dobbiamo essere disposti a cambiare l’ambiente di apprendimento, far intrecciare sempre il livello delle emozioni con quello dei contenuti. La presenza di Giovanni in classe è un quotidiano invito a cambiare il nostro punto di vista e tutti ne gioviamo. Noi docenti sempre aperti alla ricerca, i bambini immersi in un ambiente di costante crescita umana e culturale.

“Sei diverso…” dicono i compagni di Giovanni, ma ognuno di loro è anche capace di dire “Sono diverso anch’io!”. 

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