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In: Libri

02 22 SpilloverValentinaNuccioNOCI - Anche domenica scorsa, come di consueto, si è tenuto un nuovo appuntamento con “Spillover”, la rassegna letteraria organizzata dalle associazioni “Vivere d’arte eventi” e “Pugliè”. L’ospite della diretta, trasmessa a partire dalla 18:00 è stata la scrittrice Valentina Nuccio, che assieme a Silvia Laterza e Gabriele Zanini ha parlato del suo ultimo libro intitolato “Terra d’ombra bruciata”. Il tema è la triste realtà di una Taranto “intossicata” dai fumi dell’Ilva. Molti lettori potrebbero affermare che se ne ormai abbondantemente parlato in più sedi, ma non certamente nel modo scelto dall’autrice. Una piccola chicca? La prefazione è a firma di Erri De Luca.

“Terra d’ombra bruciata”: una tonalità che esiste realmente nella scala di colori. La stessa tonalità acquisita purtroppo dalle polveri dell’Ilva che da tempo continuano a piagare e a piegare una città ricca e bella come Taranto; tanto ricca da figurare tra le dieci città candidate a fregiarsi del titolo di capitale della cultura. Un argomento che ha già abbondantemente riempito pagine di libri, di quotidiani e anche palinsesti televisivi? Sicuramente, ma la differenza sta nel modo in cui si sceglie di raccontare una realtà tanto triste quanto articolata. Valentina Nuccio ha deciso di mettere al centro non l’Ilva ma i tarantini, di dar voce direttamente alle loro personalissime storie.
“Il tutto era originariamente un insieme di articoli di giornale, che ho tentato di inviare a più redazioni. Nessuno li ha voluti perché non facevano notizia. Era evidente che si volesse incentrare l’attenzione su quanto frutta in termini monetari la produzione di acciaio, sugli interessi politici che ci sono dietro. A chi mai potrebbe interessare il calvario di un bimbo in ospedale e dalla sua famiglia?”- ha confessato l’autrice.
In realtà l’obiettivo era scuotere in qualche modo le coscienze e c’è stato anche chi non è riuscito a proseguire fino in fondo nella lettura di passaggi davvero emozionalmente forti. Personaggi e famiglie che vivono tragedie al tempo stesso personali e collettive, che costituiscono dunque un romanzo corale. C’è la disperazione a tinte drammatiche ma c’è anche tanto coraggio, come quello del vecchio professore Damiano e della protagonista Piera, che è arrivata a Taranto dal Nord, e resta talmente e intimamente toccata dalla situazione, da chiedersi concretamente cosa si possa fare per la città e per le sue future generazioni.
Lo sguardo di Piera, quindi di una “straniera” è fondamentale per capire anche quale sia un ulteriore intento del libro: portare a conoscenza della situazione soprattutto chi vive in altre zone d’Italia o all’estero, perché i tarantini conoscono già abbastanza bene ciò che è toccato loro in sorte.
Tanti dei personaggi di cui la Nuccio ha raccontato la vera storia, ormai non ci sono più, portati via dai veleni che il “mostro in acciaio” sputa fuori. Già, un mostro: così lo vedono gli occhi innocenti dei bambini.
E come non sentire le lacrime salire agli occhi di fronte all’implorazione: “Papà, uccidi quel mostro?”
Valentina Nuccio non ha nascosto di aver avuto dei momenti di “crollo emotivo” e di esitazione, durante la stesura. Un desiderio di abbandonare tutto motivato dal fatto che scriverne sarebbe servito a poco e forse a niente.
“Io ne scrivo, ma se l’Ilva rimane lì e nulla cambia, a cosa serve? Questo ripetevo a me stessa. Poi una delle persone che intervistai, e con cui ebbi modo di trascorrere diverso tempo, nel momento in cui gli confessai di non farcela più, mi rispose con un semplice ed eloquente “Ognuno fa quello che può e come può!”. E lì capii che l’unica cosa che sapevo fare era scrivere, e la scrittura doveva quindi essere la mia arma”- ha spiegato la Nuccio. Ma la domanda importante che scaturisce dalla lettura del libro, e che non poteva non emergere concretamente anche nel corso della diretta, è: cosa si può fare per Taranto e per i tarantini?
Chiudete l’ilva!”, oppure: “I cittadini vadano via, cerchino lavoro altrove!”, sono due affermazioni troppo semplicistiche. Nel primo caso un operaio potrebbe rispondere “E dove vado poi a mangiare?”. Nel secondo invece, non si potrebbe dare torto a i cittadini che dovessero chiedersi perché mai debbano andare via loro, per colpa di un catorcio velenoso.
“Io ammiro il coraggio di chi ha deciso di licenziarsi dall’Ilva, preferendo ricominciare da capo con degli introiti magari ben più miseri, ma a tutela della salute. Però non può essere una scelta imponibile a tutti. Se proprio si vuole continuare a tenere aperta l’Ilva, almeno che venga risistemata.
Inoltre, una città così ricca di bellezza e di cultura, se solo si puntasse su questi aspetti, potrebbe vivere di solo turismo, senza bisogno dell’Ilva. Si potrebbe pensare anche di implementare le aree verdi della città, perché quell’ossigeno andrebbe a contrastare in qualche modo i veleni dell’acciaieria”- ha proposto l’autrice, puntando l’attenzione sul fatto che non sia più pensabile dover scegliere tra lavoro e salute, dover scegliere se tenere aperte o chiuse le finestre. Non è possibile che una madre rinunci ad allattare suo figlio per via della diossina che rende velenoso anche il latte materno. Bisogna “struccare” Taranto, toglierle metaforicamente dal volto quel fondotinta color “terra bruciata”.

 

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