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In: Musica

08-01pacciarìNOCI (Bari) - Uno dei padri della lingua italiana viene "tradotto" in lingua nocese. Le forme dialettali del nostro paese hanno riportato cioè interi versi ed interi periodi che il novellista trecentesco Giovanni Boccaccio osò produrre settecento anni fa in lingua volgare. A cimentarsi in questa esperienza lo scorso martedì, il musicista e poeta Vittorino Curci insieme al quartetto romano de "I Virtuosi di Piazza Vittorio" (in foto)

Formatosi nella primavera del 2012, il quartetto di sassofoni (ed affini) è composto da Ferruccio Corsi, Pasquale Innarella, Peppe D'Argenzio ed Eugenio Colombo. All'esperienza di quest'ultimo componente si rifà anche il nome del quartetto: Colombo infatti negli anni settanta collaborava in un quartetto di sax "Virtuosi di Cave". L'aggiunta "di Piazza Vittorio" è nata poi in seguito, all'interno dell'appartamento di uno dei membri sito proprio nel luogo omonimo. L'obiettivo del gruppo - ripercorrere percorsi musicali multistilistici e multilinguistici - è così stato raggiunto a Noci, in Piazza Giovanni Paolo II, grazie all'incontro col musicista Vittorino Curci, il quale ha sapientemente accostato la "lingua nocese" (il dialetto) al jazz dei virtuosi.

Tema centrale dell'esibizione, la follia: in dialetto tradotto da Curci "Pacciarì". Un tema questo di origine portoghese, tra i più antichi della musica europea,  nato intorno al XVI secolo e che è stato interpretato musicalmente dai virtuosi con la prima novella della terza giornata del Decameron di Boccaccio in cui il protagonista è proprio Masetto da Lamporecchio, un contadino "con bella persona e con viso assai piacevole" che va a lavorare in un convento, incuriosito e "stuzzicato" dalla vicinanza con le monache. Le musiche, che intervallavano la narrazione dialettale nocese di Curci, appartenevano al repertorio di Corelli, Vivaldi, Haendel e dello stesso Colombo. Il risultato di questa sperimentazione e di questo accostamento musica-dialetto-novelle trecentesche ha incuriosito ed appassionato. 

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