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01 28desiatileggeleograndeNOCI (Bari) - Uno scrittore, un intellettuale, un sociologo. Ma soprattutto un giornalista scrupoloso, infaticabile, intelligente. Del compianto Alessandro Leogrande (defunto a Roma lo scorso 2017) non potevano non venir fuori queste caratteristiche, lo scorso sabato 26 gennaio, durante La terza edizione de Il tempo che resta - manifestazione organizzata e promossa dall’associazione Luminares all’interno della libreria Mondadori Point. Caratteristiche che sono state pronunciate e dimostrate durante il dialogo organizzato fra la dott.sa Maria Sofia Sabato e l’ospite della serata Mario Desiati, allo stesso tempo scrittore, giornalista e poeta di Locorotondo, che con Leogrande aveva ampiamente collaborato, curando fra l’altro “Fumo sulla città” (Fandango).

La manifestazione, aperta da Vito Maria Laforgia (Luminares) si riproponeva di fare emergere alcune caratteristiche del collega Leogrande. E così è stato: il percorso intrapreso fra le sue pubblicazioni ha consentito di percorrere la pluralità degli argomenti, dei temi, delle questioni radicali trattate dallo scrittore, tutte fermamente collegate da un orizzonte unico: l’umanità, le persone. 

Alessandro Leogrande era un intellettuale che sapeva raccontare il mondo. Meridionalista con lo sguardo rivolto a Gaetano Salvemini, socialista con lo sguardo rivolto a Giuseppe Di Vittorio; pacifista con lo sguardo rivolto a di Danilo Dolci e Aldo Capitini. Meritevole allievo di Goffredo Fofi.

Dell’editorialista del Corriere del mezzogiorno e di Pagina99 (pubblicazione in cui lui portava avanti un nuova branca della scrittura, la narrativa mista al giornalismo), Desiati non ha dimenticato di sottolineare la sua disciplina: il doveroso lavoro sul campo, il saper entrare nella notizia a 360°, il saper essere attento ai margini della società, la lungimiranza in fatti politici (prevedeva già da 10 anni a questa parte che M5s e Lega si sarebbero un giorno potuti incontrare), le indagini sul caporalato con il suo viaggio fra i nuovi schiavi delle campagne del sud, le quantità – è proprio il caso di dirlo – “industriali” di articoli sfornati sul caso Ilva di Taranto, la sua città per la quale bisognava e bisogna ancora battersi in difesa della salute e dei diritti della nuova classe operaia.

Insomma, parlando di Leogrande è stato possibile tornare a casa sapendo che da lui c’è da imparare e anche tanto: c’è da imparare leggendo i suoi testi giovanili, maturi per il rigore della ricerca, e da quelli degli ultimi dieci anni: Uomini e caporali del 2008, Il naufragio del 2010 e La frontiera del 2015, che compongono una specie di trilogia sull’Italia al tempo della grande immigrazione. Leogrande aveva imparato che per raccontare i processi globali bisognava partire dal lavoro d’inchiesta sulle storie delle persone. Le persone.

Le persone che, con le storie di ieri, ci proiettano versano le visioni di domani.

 

 

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