Stampa
In: Temperamente

temTEMPERAMENTE - Il primo ‘incontro’ che ebbi con Andrea Pinketts fu facendo zapping una sera e ritrovandomelo alla conduzione di Mistero, quel programmuncolo di pseudo segreti, culti, stranezze che tanto piaceva all’italico popolo televisivo.
Non proprio il massimo del sogno per un primo approccio, direte voi. Meno male che c’è la letteratura, rispondo io.
Incuriosito dal personaggio Pinketts, infatti, approfondii la sua conoscenza, leggendomi L’assenza dell’assenzio e questo Il senso della frase. Questa seconda opera, più della prima, mi colpii particolarmente.

Considerato a pieno titolo il manifesto dell’eclettico scrittore milanese, venne definito dallo stesso «La cosa più utile che sia mai stata scritta dopo le istruzioni per l’uso della nitroglicerina».
Lo sfondo della narrazione è la magica e mai doma Milano, ma non la solita, non (solo) gli scorci usuali, quali Duomo e Castello sforzesco. Attraverso gli occhi dei protagonisti visitiamo anche i vicoli della città vecchia, finiamo in bettole dimenticate dal (e dimentiche del) tempo, in night squallidi che sporcano l’anima e appartamenti adibiti a case chiuse.

Il racconto parte il giorno di Ognissanti, come tutti i romanzi di Pinketts, del resto.
Sul palco della prosa pinkettsiana troviamo attori improbabili di cui io mi sono subito innamorato, ma che a mia figlia impedirei di frequentare con tutte le mie forze, fino all’ultima stilla. Andrea Lazzaro, alter ego letterario del suo creatore, protagonista indiscusso, che sembra attirare solo donne disturbate e con passati turbolenti e irraccontabili, ha degli amici che non sono da meno proprio per niente. Pogo il Dritto, del segno dei pesci, ruffiano, farebbe qualsiasi cosa per arrossare il candore delle donzelle.

Enrico Cargne, detto Carne per via della mole, passa la propria vita a pontificare sulle vite altrui, senza mai prendere in considerazione la propria. Antonello Caroli, eterno aspirante comparsa, vivacchia tra un cameo in un reality e l’altro. La surrealtà dei discorsi di questi bamboccioni che ancora vivono con le rispettive madri fa dapprima credere di essere di fronte ad un saggio sulla condizione dei trentenni mantenuti, ma con l’avanzare nella lettura si viene trascinati poco alla volta in un giallo tendente al nero che alla fine sbalordirà per la crudezza di certe immagini.

Insomma, un roller coaster di generi che non lesina minimamente sulle emozioni, alla ricerca spasmodica di quel senso della frase, che dovrebbe essere all’interno di ognuno di noi.
I giochi di parole, le assonanze, le allitterazioni. Con Pinketts la scrittura rischia di divenire realmente un gioco, un ischerzo, e non semplice linguaggio atto a comunicare. A volte pare tocca improvvisarsi esperti enigmisti per seguire i sillogismi linguistici e gli arrovellamenti mentali di questo genio contemporaneo.

Penso che non sia un libro che possa piacere a tutti, che cento lettori su cento gli darebbero 5 stellette urlando al capolavoro, ma sono convinto che nessuno di questi ipotetici cento rimarrebbe indifferente alla chiusura dell’ultima pagina.
E in fondo un libro non deve fare questo?
E visto che Temperamente è pure un portale di informazione, vi svelo che la G puntata sta per Giovanni, ma che in un’intervista l’autore disse che poteva benissimo stare per ‘Genio’.
Inoltre Pinketts è la resa anglofona del suo cognome reale, Pinchetti.
E dopo questo momento-informativo, passo la linea e vi do appuntamento alla prossima recensione.

Andrea Pinketts, Il senso della frase, Feltrinelli, 1995, € 9

Altre recensioni su www.temperamente.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA