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palcoscenico-Giovanni-VeronesiNOCI (Bari) - Ormai è consuetudine parlare di "affresco corale" per i film italiani che tratteggiano, in modo incrociato, più storie e personaggi. In "Genitori & figli:) agitare bene prima dell'uso" le vicende s'imperniano intorno a due famiglie: una dai bei tratti somatici, l'altra abbastanza bruttina. Ma l'intento del regista, Giovanni Veronesi (in foto), non è estetico bensì, più banalmente, "sociale". E' il risultato, sul piano plastico-visivo, ad essere involontariamente "estetico".

S'immagina che il leggiadro (figlio di Ornella Muti) Andrea Fachinetti voglia partecipare a un provino del "Grande Fratello". I due genitori (i belli Margherita Buy e Michele Placido), giustamente orripilati, si oppongono: ne nasce un diverbio tra padre e figlio. Questi, insegnante di Lettere in un liceo, l'indomani assegna, come traccia del compito in classe (non Catullo, come preventivato), la seguente frase: "Genitori e figli: istruzioni per l'uso".

Il film, a questo punto, con voce fuori campo, sceneggia il tema svolto da una delle alunne, Nina (la paciona Chiara Passarelli) che, tra l'altro, ha pure conosciuto il figlio dell'insegnante di cui parla nel tema. Nel correggere i compiti, il professore s'imbatte in notizie sul figlio che ignorava. Ne parla alla moglie sottolineando il fatto che altri conoscono meglio dei genitori i propri rampolli. Questa vuole essere una delle chiavi di lettura del film (dello stesso Veronesi, di Ugo Chiti e di Andrea Agnello), ma risulta chiaramente che si tratta di un espediente narrativo per intrecciare i due nuclei familiari. Insomma ciò che ci viene riferito della famiglia Placido-Buy funge da cornice all'altra coppia, scoppiata, composta da Silvio Orlando e Luciana Littizzetto (i bruttini). Ma, a monte di tutto ciò, v'è una "pretesa" sociologica in quanto la sceneggiatura si basa in parte su dei veri temi assegnati da due docenti, di Foggia e Bologna, a dei liceali ignari (vengono citate, per esempio, nei titoli di coda, Eleonora Delli Carri e Fabrizia Fania, studentesse pugliesi).

Veronesi, è notorio, non ha prole, semmai nipoti (i figli del fratello, lo scrittore Sandro) e quindi è voluto andare sul sicuro. Ma, nel complesso, la pellicola, strutturata come abbiamo detto, è un'affollata commedia dolceamara che "pedina" personaggi di tutte le età (dalla nonna Piera Degli Esposti fino al nipotino, precocemente razzista, Matteo Amata), presentandoli in contesti più o meno divertenti e/o pensosi. Si cerca di amalgamare la riflessione (non solo sui conflitti generazionali) con la spensieratezza e l'evasione. Il fulcro però, anche se involontariamente, è il diverso calibro estetico delle due famiglie (quella unita e quella divisa).

Quanto è buffo, per esempio, Silvio Orlando nei tentati coiti con la fulgida Elena Sofia Ricci (dipendente e amante "sfigata" del suo titolare)! Come è buffo l'abbraccio della Littizzetto con il collega infermiere, il gigantesco Max Tortora (dirà il giovane Emanuele Propizio: "Non ho capito se è tua madre troppo bassa o se il suo amico è troppo alto"). Per cui, dopo la mirabolante "entrata", nel film, di Margherita Buy (la scena è tutta sua nella fase iniziale), ci rammarichiamo che la storia non s'imperni su di lei. E' "eccelsa" e straordinariamente vera in quel suo intreccio di sguardo preoccupato e di comportamento sobrio e controllato. E' la quintessenza del garbo con quel vestito celestino che la rivela imperiosa e asciutta. Per fortuna la Littizzetto è bravisima e gustosa come madre volitiva e come donna capace di dividersi, naufragato il matrimonio, tra lavoro, amante e famiglia (Orlando non le è da meno nella sua fissazione marinaresca).

Come si vede, abbiamo ancora una volta a che fare con una sinfonia di (bravi) attori a cui spetta il compito, finale, di assicurare divertimento e coinvolgimento, al di là di più o meno riuscite e autentiche ambizioni social-documentarie e al di là di una tessitura narrativa a incastro, non necessariamente originale. Ora un ultimo codicillo su un dettaglio. Per pochi secondi appare, con la bocca coperta da una mascherina, Sergio Rubini, seduto su una panchina del giardino dell'ospedale dove lavorano Tortora e Littizzetto e dove è ricoverata Piera Degli Esposti, madre di Orlando.

Che senso ha avuto inserire la "scenetta" in pugliese strettissimo di Rubini che al telefonino snocciola tutti i valori alterati delle sue analisi del sangue? E' necessario pagare ogni volta il pedaggio alla Puglia e al suo dialetto? E' vero che, per un attimo, anche Placido si lascia andare a un accentino pugliese, quando parla con la moglie: ma in questo caso tale dettaglio vale meglio a definire il proprio personaggio di uomo concreto legato alla terra, come quando dice al figlio che "andare a castagne" vale più che presentarsi al "Grande Fratello".

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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