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NOCI (Bari) - "La nostra vita" di Daniele Luchetti ha l'ambizione, documentaria, "di cercare il massimo della realtà e della naturalezza", secondo le parole di una delle interpreti, Isabella Ragonese (che in questo film, come in "Viola di mare", muore di parto). La sua morte sconvolge la vita del marito e dei tre figli, comprendendo il neonato.

 

Il protagonista (un acceso Elio Germano), dopo l'iniziale sconforto e disperazione, si tuffa nella ricerca del denaro tanto che, a un certo punto, dice: "Elaborare il lutto? Da adesso elaboro i soldi". Operaio edile, aveva scoperto, nel vano dell'ascensore di un palazzo in costruzione, il cadavere di un operaio rumeno: l'uomo riassume così i due concetti di "lavoro nero" e di "morte bianca". Piuttosto che denunciare il fatto, il protagonista ricatta il costruttore: o mi subappalti una palazzina o dico tutto. Giorgio Colangeli (abbastanza laido) cede e Germano si trova a dirigere, da semplice edìle che era, un cantiere suo.

Questa sezione del film rivela le nequizie del lavoro in Italia nonché il rapporto tra italiani e stranieri. Tutto è filmato avendo in mente l'osservazione fedele della realtà, prescindendo dal giudizio. Il regista insiste su questo punto: "Ho cercato piuttosto la naturalezza, la vitalità: camera a mano, un ciak e via, velocemente, cambiando in corsa, lasciando improvvisare gli attori". "Volevo raccontare il presente -aggiunge- senza lo sdegno della denuncia"; nessuna volontà di criticare la società italiana, "ma casomai la voglia di raccontare e sospendere poi il giudizio". Ciò non evita, tuttavia, all'autore "la metafora nazionale" e "l'espansione simbolica", come è stato detto da G. Barlozzetti.

Sta qui forse l'inghippo del film che non riesce, a causa di una impersonalità comunque zoppa, né a esaltare né a commuovere, navigando nel risaputo e nel banale (si pensi al moralismo dei due rumeni quando osservano che gli italiani sono ossessionati dal denaro). Semmai il rifugiarsi nel denaro, più che in chiave sociologica, va apprezzato in chiave psicologica: è il caso delle sequenze che descrivono il tentativo del padre di neutralizzare il sordo dolore dei figli orfani riempiendoli di giocattoli tanto costosi quanto diseducativi (bello e vero è il dettaglio del genitore che ficca i soldi in mano al figlio chiedendogli di pagare, lui, alla cassa del supermercato). La sezione familiare del film, anche per questo maggior fascino del versante psicologico-intimista, sembra più riuscita. Si ritagliano, in tale ambito, piccoli ritratti di famiglia e di condomio che hanno per protagonisti un trucido Luca Zingaretti, un timido Raoul Bova, una molto interessante e incisiva Stefania Montorsi che speriamo di rivedere sugli schermi. La ragione di tale positività, da un punto di vista diciamo così strutturale, sta nel fatto che Elio Germano è circondato da altri personaggi che, già per la loro presenza, smussano gli estremismi recitativi dell'attore principale che non poche volte è sopra le righe.

Significativa è la scena della cerimonia funebre: l'interprete si abbandona a un canto a gola spiegata che gli fa ricordare la donna amata e che sottolinea argutamente una diversa concezione del rito funebre tra le nuove generazioni. Anche se, presumibilmente, quella canzone gridata in chiesa è solo nella mente del giovane vedovo, ciononostante essa esemplifica l'impostazione, ad alto volume, di una parte del film. Interessante nel complesso, ma senza voli, "La nostra vita" si dibatte, senza chiarezza, nella tenaglia impersonalità-coinvolgimento, propendendo (ad onta delle dichiarazioni contrarie) per quest'ultimo, come pure testimonia il titolo che pare voglia coinvolgerci tutti a forza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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