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1 21ConferenzaUtenAlzheimer 5NOCI (Bari)- Si è tenuta lo scorso 19 gennaio, presso l’ex Chiostro di San Domenico una conferenza medico-scientifica a cura dell’Uten e del suo presidente Cesareo Putignano. Molto sentita la tematica della serata: prevenzione, riconoscimento e cura dell’Alzheimer. Nota da millenni, questa malattia neurodegenerativa è ancor oggi la più temuta, perché “ladra” di memoria e di identità. Cesareo Putignano annuncia che potrebbe essere a breve attivo a Noci uno sportello Alzheimer. L’intervento dell’illustre neurologo Giancarlo Logroscino, docente presso l’università degli studi di Bari, si focalizza sull’importanza della prevenzione e su quelle che sono le speranze prospettate dalla ricerca. Grossa novità per quanto riguarda quest’ultima: a breve potrebbe essere immesso sul mercato un farmaco che tenderebbe a rappresentare più una terapia causale che esclusivamente sintomatica!

La prima bella novità è annunciata dal presidente dell’Uten, Cesareo Putignano in apertura di serata: l’Uten, in collaborazione con la Dott.ssa Marilena Gabriele, sta progettando la creazione di uno sportello Alzheimer perché “Se chi è ammalato spesso non si accorge neanche di esserlo, poiché chiuso nel suo mondo, ai familiari è indispensabile offrire informazioni e sostegno morale. E’ il loro il vero calvario”.

1 21ConferenzaUtenAlzheimer 1La parola al professor Nicola Simonetti che sottolinea: “Sono innanzitutto felice che tra tanti cervelli “in fuga” quello del professor Lorgroscino sia uno dei pochi grandi cervelli “di ritorno”. Egli ha studiato negli U.S.A, presso la Columbia University ed insegnato nella prestigiosa Harvard. Questa sera ci fornirà delucidazioni importanti su questa patologia che a ragion veduta, continua ad essere temuta perché priva chi ne soffre delle due cose più importanti: la memoria e la dignità! Sapevate che era già diffusa, per quanto sicuramente poco conosciuta, già dai tempi degli antichi Egizi? Lo testimonia un geroglifico raffigurante un anziano che regredisce allo stato infantile notte dopo notte. Vi fornisco dei dati statistici che la dicono lunga: in Italia i casi stimati di persone affette da una delle forme di demenza esistenti sono ben 600.000.
Per quanto riguarda Noci, sarebbero 500 i concittadini affetti da forme di demenza e per 250 di essi parrebbe conclamata la diagnosi di Alzheimer.
La cosa peggiore è che molti vivono ancora da soli, perché le diagnosi sono tardive e le famiglie spesso rifiutano un verdetto tanto pesante. Vediamo assieme al professor Logroscino come possono essere sostenuti sia gli ammalati che i familiari e quali sono le speranze che può darci la ricerca”.

1 21ConferenzaUtenAlzheimer 4Logroscino non tergiversa: “L’importanza della ricerca è fondamentale! Non deve e non può arrestarsi! I ricercatori possono avere momenti di sconforto dovuti all’insidiosità della malattia e ai fondi che spesso scarseggiano, certo, ma fermarsi proprio quando si è a buon punto (e soprattutto considerando che disponiamo di tecniche avanzatissime) non è ammissibile. La ricerca deve necessariamente continuare ad avere carattere transnazionale: non si tratta di una “gara” a chi scopre prima una cura efficace e quando c’è in ballo la salute, bisogna sempre far fronte comune”. Il professore risponde poi alla domanda clou della serata: “Saremo mai in grado di curare l’Alzheimer? Bhè, per quanto sia difficile fornire una risposta certa, io sono molto ottimista! Facciamo un passo indietro e guardiamo a tutte le conquiste che la scienza e la ricerca hanno ottenuto per quanto concerne malattie una volta letali e oggi debellate (come la tubercolosi) ma anche più recenti, come diverse forme di melanomi, leucemie e malattie metaboliche. Se da malattie che significavano morte certa, oggi si può guarire, ci sono buone speranze anche per quanto concerne l’Alzheimer. Sul fronte della ricerca, ci sono già importantissime novità, ma di questo vi parlerò alla fine. Ora concentriamoci su ciò che è più importante della cura: la prevenzione!

Pensiamo a quanto si è allungata la vita media: un tempo era stimata attorno ai 60 anni, mentre oggi è sempre meno raro vedere ottantenni arzilli e lucidi, ancora pieni di salute. Questo ci dice che vivere più a lungo, ha senso solo se si vive meglio, se la qualità della vita aumenta in proporzione alla sua durata. Sarebbe denigrante varcare la soglia dei cent’anni avendone però trascorso la maggior parte malati, sofferenti o allettati.
Prevenire è dunque fondamentale, soprattutto nell’ambito di malattie come l’Alzheimer. Conosciamo cure sintomatiche che, come suggerisce la parola stessa, possono solo tenere a bada i sintomi e “rallentare” il progredire della malattia, ma non ancora cure causali che consentano di arrestarla completamente”.

1 21ConferenzaUtenAlzheimer 3Il dottor Logroscino spiega quali sono le semplici tecniche da attuare per una efficace prevenzione: “Si tratta di prestare attenzione al proprio stile di vita e se occorre, modificarlo sostanzialmente. Sicuramente non va trascurata una sana alimentazione: prediligiamo frutta, verdura e fibre; usiamo il nostro olio d’oliva come condimento (preferibilmente a crudo); controlliamo il consumo di carne, soprattutto quella rossa e limitiamo quello di zuccheri e grassi saturi. Beviamo tranquillamente un buon bicchiere di vino rosso per pasto e concediamoci frutta secca, ricca di elementi preziosi per il cervello e per il cuore. Chi, nella fascia d’età attorno ai cinquant’anni soffre di obesità, ha maggiori possibilità di ammalarsi in seguito di Alzheimer. Indispensabile è non tralasciare l’attività fisica, nell’ambito di quelle che sono le nostre possibilità: vanno bene le lunghe camminate a piedi o le uscite in bici, il ballo: quello che conta è muoversi e tenersi attivi. Attiva va tenuta anche la mente, ancor più del corpo! E’ ottima cosa, anche quando l’età continua ad avanzare, dedicarsi ancora alla lettura e ad attività che forniscano al cervello costanti stimoli, consentendogli di non atrofizzarsi e di funzionare al meglio. Aboliamo assolutamente il fumo e se sappiamo di avere problemi di pressione, monitoriamola costantemente seguendo eventuali terapie prescritteci. In ultima analisi, non vi nasconderò che ciò che uccide maggiormente è la solitudine. Perciò, chi ha raggiunto l’età matura, deve continuare a tessere una fitta rete di relazioni sociali. Mai lasciarsi andare e mai abbandonare a se stesse queste persone. Bisogna anzi stimolarle, dar loro modo di parlare, spronarle ad uscire e a frequentare posti dove potrebbero incontrare loro coetanei o amici di vecchia data ma anche persone più giovani”.

Giancarlo Logroscino asserisce anche che oggi, in merito all’Alzheimer, c’è maggior consapevolezza della malattia e maggior capacità diagnostica. Se un tempo era considerato normale perdere la memoria con l’avanzare dell’età e quindi non ci si preoccupava più di tanto, oggi ai primi campanelli dall’arme, la gente si rivolge ai professionisti, che fortunatamente hanno allargato le loro conoscenze sulla malattia. La dicitura “demenza senile” è stata addirittura abolita dall’ordine mondiale di classificazione delle malattie, perché si è compreso che le forme di demenza sono molteplici e che l’Alzheimer è solo una di esse. Tra l’altro, può a volte presentarsi anche in soggetti non propriamente “senior” (i cinquantenni ad esempio).
1 21ConferenzaUtenAlzheimer 2 copy“Se solo penso che fino a non molto tempo fa, alcuni medici si ritenevano sicuri di poter diagnosticare l’Alzheimer attraverso una semplice tac, rabbrividisco” - dice schiettamente Logroscino- “Il cervello infatti è un organo meraviglioso ed unico, che si differenzia da tutti gli altri. Può anche apparire perfettamente integro all’esito della tac, ma ciò nonostante la persona è malata! Questo perché si tratta di un esame che evidenzia esclusivamente l’aspetto del cervello, ma non le sue funzionalità. Esistono tecniche diagnostiche molto più accurate e precise per rilevare quali aree del cervello la malattia sta iniziando a coinvolgere, quali funzionalità sono compromesse e quali si può tentare di preservare il più a lungo possibile. Inutile specificare che prima viene diagnosticata la malattia, più lento può essere il suo decorso, contrassegnato da sintomi meno aggressivi. Vi faccio un paragone che mi sembra rendere abbastanza l’idea: immaginate il cervello di un paziente in stato avanzato della malattia come un grande deserto! Potreste anche versarvi tutta l’acqua che volete, non otterreste nulla. Questo per dire che anche la cura più mirata, se la diagnosi è tardiva, risulta inutile. Al contrario, nei pazienti più tempestivi, alcune terapie sintomatiche possono non solo rallentare la malattia, ma apportare miglioramenti, seppur minimi”.

Il professore spiega alla platea quali sono le varie tipologie di memoria che possono essere colpite: quella episodica (quando un paziente non ricorda cosa ha mangiato a pranzo o a cena); semantica (riguardante nozioni apprese sui banchi di scuola o di cultura generale che dovrebbero essere più o meno note a tutti) e quella procedurale (ricordare come si guida, come si va in bici o a cavallo ecc.). 

Una bella realtà nata negli Stati Uniti e che si spera continui a diffondersi anche in Italia, è quella delle “Alzheimer Friendly Communities”, che si rivolgono sia ai familiari che ai pazienti. Questi ultimi, all’interno delle comunità, vengono accettati e rassicurati, coinvolti anche i progetti e attività molto simili a quelle che hanno sempre svolto. Alzheimer non significa fine della vita e non è giusto che queste persone vengano relegate entro le mura di casa o in un letto. Devono poter svolgere, anche se certamente con la vicinanza dei familiari, attività come entrare in un ristorante o in un negozio, andare a cinema, provare a cucinare: devono poter godere ancora la vita. La cosa più sbagliata è considerarli dei morti viventi! Attualmente ci sono solo due delle suddette communities in Italia: una la abbiamo in Puglia, a Giovinazzo, e l’altra Abbiategrasso, in Lombardia.

In conclusione di serata, il professor Logroscino tiene fede alla sua promessa: “Vi dicevo che vi avrei parlato di una svolta importante nell’ambito della ricerca, ebbene: tra qualche mese sarà immesso sul mercato un nuovo farmaco che si rivelerà probabilmente molto più efficace di molti recentemente ritirati dal commercio. Inutile mentirvi: non potrà mai essere sviluppato alcun farmaco in grado di far tornare il paziente affetto da Alzheimer come prima, dato che i neuroni e le cellule del cervello non si rigenerano. Trovare comunque un farmaco causale che “leghi le mani”alla malattia, immobilizzandola, non vi sembra già una gran cosa? Fidarsi della ricerca, anche se essa ha certamente le sue tempistiche, non ha mai deluso e l’unica certezza dev’essere continuare a sperimentare con impegno.

 

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