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Quotidiano on-line della città di Noci (Bari)

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05 03pasqualegentileNOCI (Bari) - Dopo aver raccontato, in occasione della festa patronale dello scorso settembre, le “origini della devozione nocese per san Rocco”, Pasquale Gentile è ancora con noi per ripercorrere i momenti storici della devozione nocese per la Madonna della Croce che si festeggia in questi giorni. Entriamo subito in argomento.

Iniziamo dalla leggenda del ritrovamento dell’effigie in fondo ad una grotta ancora esistente nel vicino boschetto. E’ da accettare, anche storicamente?

La storia non si fa con le leggende. Ci credo da bambino: alle Elementari di una volta, quella ed altre leggende le rifilano unitamente alle favole di Cappuccetto rosso o della tartaruga che gareggia, vincendo, con la volpe. Ci credo io, ma prima di me ci crede il maestro che l’apprende, a sua volta, dai libri d’epoca. Oggi sono sicuro che maestri ed alunni siano avanti nella conoscenza della storia e nell’insegnamento…

Allora, partiamo dalla storia della Madonna della Croce…

La storia, come per tante altre, prende l’avvio dalla devozione personale di semplici cittadini. Nel XV secolo a Noci, come altrove, la devozione per i Santi e per la Madonna, di là dalle rituali preghiere e delle spontanee invocazioni, si rende concreta con l’innalzare altari nella chiesa madre o con la costruzione di cappelle dentro e fuori le mura della stessa chiesa e del paese. Altari e cappelle che si dedicano, appunto, ai Santi o alla Madonna con diverse intitolazioni.

C’è un motivo, una finalità alla base?

Alla base c’è sempre la redenzione dell’anima. C’è chi dona i propri beni alla chiesa per garantirsi, al passaggio nell’altro mondo, con rogito notarile, il cristiano suffragio con la recita, nel tempo, di determinate preghiere o della celebrazione di un elevato numero di messe… E’ il cosiddetto ‘pio legato’. A metà Quattrocento, la nostra chiesa madre conta già su un vasto patrimonio di beni stabili accuratamente elencati in una platea tuttora conservata in archivio. E c’è chi, da possidente, costruisce una cappella, nomina un cappellano (sempre un discendente), la dota di un patrimonio (case, terreni) ‘legando’ la relativa rendita, tramite gli eredi, all’obbligo del suffragio. E’ il cosiddetto ‘beneficio laicale’. Cosa da furbetti: la proprietà, così, non la si perde, rimane intatta come patrimonio familiare e, per di più, gode di agevolazioni fiscali. Ancora: nelle cappelle il fondatore predispone il sepolcro per sé, per la moglie e i propri eredi per immortalarsi tra marmi e stucchi… Per gli altri, per tutti gli altri c’è una comune tomba sotto la chiesa…

In tale contesto, quindi, può inserirsi la devozione alla Madonna della Croce?

No… Storicamente la Madonna della Croce sopraggiunge alcuni secoli dopo… La prima devozione è per la Croce.

In altri termini?

Entriamo nella storia. Siamo nel 1483. Pasquale Giannotta, sua moglie Cecca de Nigris e un tale Angiolo Gusmano decidono di costruire una cappella per la solita questione della salvaguardia dell’anima. Secondo alcune non documentate notizie, il fratello della De Nigris, il canonico don Giovanni (già fondatore, tre anni prima, della cappella entro le mura di San Nicolò (l’iniziale nucleo dell’attuale chiesa di santa Chiara), suggerisce di costruirla a qualche miglia dalle mura del paese inglobando in essa una decadente edicola e di dedicarla alla santa Croce. Stando ad un’ipotesi ottocentesca avanzata da un noto canonico locale, nell’edicola sarebbe affrescata la Madonna riportata alla luce una quindicina d’anni fa.

Allora la cappella ha una sua successiva storia?

Si, certamente e non può essere diversamente trattandosi, come facilmente immaginabile, di un ‘beneficio laicale’…

La può raccontare?

Nel corso del ‘500, il ‘beneficio’ transita di proprietà in proprietà a seguito di passaggi ereditari. Nel 1604 è in possesso della famiglia Martucci (discendente del cofondatore Gusmano) che lo inserisce nella dote della figlia Vincenza per il matrimonio con Giulio de Tintis il quale diviene unico titolare. Arriviamo nel ’700… Il “beneficio” legato alla cappella diventa sempre più ricco: a metà secolo, a parte l’area circostante la chiesetta, da un inventario di beni si rileva il possesso di un orticello arbustato, di una chiusura alla contrada “Casa delle gatte” nei presi di Bonelli, di un’altra presso il lago Mastro Giacinto, di un parco alla contrada Sorresso e di due chiusurelle, una presso Foggia di Totos e l’altra alle spalle della stessa chiesetta.

Chi gode della rendita?

La rendita, ovviamente, come spesso avviene per tante altre cappelle, provoca le interessate attenzioni dei tanti eredi. Nell’ultimo decennio del ‘700, infatti, a proposito della titolarità del ‘padronato’, sorge una furibonda lite tra le famiglie De Tintis e Albanese. In discussione è il diritto alla cosiddetta cappellanìa, ovvero alla gestione della cappella ed, ovviamente, alla riscossione dei relativi proventi. Si giunge ad un accordo: don Angelo Diego de Tintis rinuncia al giudizio, mentre don Antonio Albanese – che vive a Conversano essendo canonico presso la cattedrale – compartecipa con le mansioni di concappellano. La cappella è più volte restaurata ed ampliata. Nel 1785, il canonico D. Giambattista Albanese la abbellisce all’interno con varie decorazioni. Nel 1887, il marchese Francesco Saverio De Luca Resta finanzia l’ampliamento che permette di alzare altri due altari dedicati a San Nicola e a San Vincenzo. I preesistenti altari, a parte quello maggiore sul quale si erge una cupola costruita in un momento successivo rispetto alla primitiva volta gotica, sono dedicati al Calvario e ai Santi Filippo e Giacomo. Due anni prima, nel 1885, invece, per soddisfare una sempre crescente affluenza di devoti, si punta alla costruzione di un grande santuario. Dell’idea resta soltanto il disegno di una maestosa facciata progettata dal noto architetto di Conversano Sante Simone.

Da tanto, quindi, può dedursi che nel tempo la cappella acquisisca grande rinomanza religiosa?

Si, in effetti, nel corso dei secoli, la devozione per la Croce e per Madonna della Croce supera i confini della Terra delle Noci. Devoti d’alto rango e supplicanti pellegrini frequentano la cappella tant’è che l’icona della Vergine con il Bambino che regge nella mano una Croce, nella prima metà del ‘600, è ritenuta una delle sette maggiormente venerate della Peucezia. Per completezza, c’è da segnalare che l’incremento dell’affluenza del popolo è dovuto anche alla ostentazione di una reliquia della Santa Croce. Di conseguenza, nel 1761, i governanti nocesi decidono di ampliare la strada che dal paese porta alla cappella arricchendola, dopo qualche tempo, con sette croci di ferro, issate ad uguale distanza su colonne di pietra. Dette antiche sette croci, tra il 1950 e il 1960, vengono abbattute e sostituite da altre di moderna fattura.

Miracoli, grazie, prodigi da segnalare?

Nel 1601, Giulio Acquaviva, appena insignito del titolo di Duca delle Noci e prima ancora di succedere al padre Adriano nella Contea di Conversano, invoca la grazia della salute. Guarito, dona, come ex voto, un paliotto di seta ricamato in oro con la dedica: "A Duce Nucum redivivo. MDCI" (…dal redivivo Duca delle Noci. 1601). Di ‘grazie’ ricevute se ne contano in abbondanza tutte legate alla guarigione dell'ernia infantile, comunemente detta ‘u guè da Madonne’. I tanti ex voto ancora esposti in una bacheca (una volta, appesi in gran numero nella chiesetta) sono i segni del ringraziamento, appunto, per le ‘grazie’ ottenute a seguito di un rito propiziatorio ancora molto praticato sino a qualche decennio addietro.

U guè da Madonne! In cosa consiste questo rito per ottenere la grazia?

La mattina del 3 maggio, il bambino affetto da ernia inguinale o ombelicale subisce un insolito trattamento terapeutico che ricorda antichi riti magici. La cerimonia si svolge nell’adiacente boschetto. Il padre, sostenuto dal padrino del bambino, salito su una quercia, sceglie un ramo cosiddetto ‘gentile’ e, aiutato da un altro parente, lo taglia longitudinalmente per la lunghezza di una quarantina di centimetri legando le due estremità affinché la fessura, allargandosi durante il rito, non faccia venir meno la sua integrità. La madre, quindi, bacia e porge il neonato al padrino che lo fa passare attraverso la fessura del ramo (che il padre mantiene larga al massimo) per tre volte consecutive, con la testa rivolta verso terra prima, verso il cielo dopo. Durante il passaggio, parenti e amici recitano delle preghiere per invocare la grazia della guarigione. Concluso il rito del ‘passaggio’, tutti i presenti baciano il bimbo. Inizia, quindi, la parte più delicata dell'operazione dalla quale dipende il risultato. I tre uomini, che sono ancora sulla quercia, richiudono la fessura del ramoscello, legandolo con fili di rafia, secondo la più comune tecnica dell'innesto fasciandolo con fogli di carta resistente. Al ramo inciso, infine, allacciano un cartoncino con su riportate le generalità del piccolo infermo. L’esito dell'originale cura lo si riceve dopo un anno: se il sottile virgulto, nonostante il lungo taglio praticatogli, riprende a vegetare, il bambino guarisce. Al contrario, se perde la vitalità, allora ci si mette l’animo in pace: l’infermità può essere fatale o, più realisticamente, bisogna intervenire chirurgicamente.

Quali le origini di questa singolare terapia di medicina popolare… è praticata soltanto a Noci o anche altrove?

E’ un’usanza che proviene da tempi remoti. Lo storico locale Pietro Gioia la ricorda già antichissima nel 1842. Similmente, per altre patologie, la si pratica altrove ed anche in località a noi vicine. In alcuni Centri si effettua il rito del cosiddetto ‘passa passa’. Dall’affluenza a Noci di famiglie che giungono perfino dai centri più lontani della regione, si può desumere che il ‘rito’ nocese sia il più …efficace o, quanto meno, il più radicato nella tradizione popolare.

Perché si fa passare il bambino attraverso la fessura del ramo?

Probabilmente perché, passando fra il tenero rametto, il bambino lascerebbe, magicamente, la sua infermità all’albero. Altra teoria, sempre magica: verrebbe a crearsi un diretto rapporto fra la vita di una pianta recisa e quella di un essere vivente colpito da malattia. Tra i due esseri ammalati sboccerebbe una relazione simpatica per effetto di magia: la vita del piccolo essere umano dipenderebbe da quella di un essere inanimato. Ecco perché la parte più delicata del rito consiste nel riavvicinare attentamente le due parti recise del ramo affinché, ben curato, riesca a continuare a vegetare, pena la non guarigione del piccolo ernioso.

Non si tratta di una commistione tra sacro e profano?

Si. In effetti, la Chiesa ritiene il ‘rito’ una pratica pagana. Lo contesta, soprattutto, perché stando al rituale tradizionale, il passaggio del bambino ernioso attraverso il ramo reciso’ per aver successo, deve avvenire tra il Sanctus e l’Elevazione della messa mattutina. Ad ogni modo, ogni considerazione sull'effetto di questa curiosa terapia popolare è inutile. La singolare terapia del ‘guaio della Madonna’ fatta nel boschetto la mattina del 3 maggio se, per i genitori del bimbo con una punta d'ernia, è speranza di guarigione e non un rito superstizioso, se per la Chiesa è una deplorevole pratica pagana, per tanti è, soltanto, una semplice ed antica tradizione popolare, un pittoresco aspetto del nostro paese. Tradizione che, nella sua commistione di sacro e di pagano, ormai non la si rivive più.

Il boschetto è (era) una dipendenza della cappella?

E’ porzione del ‘beneficio laicale’, se non di quello iniziale, certamente di successivi accrescimenti. E’, pertanto, patrimonio ‘legato’ alla chiesetta che, di conseguenza, transita, nel tempo, da un erede all’altro. All’inizio del ‘600, come detto prima, perviene, per dote matrimoniale, nella mani della famiglia de Tintis che mantiene la proprietà sino ad alcuni decenni addietro. Nel luglio del 1848, in occasione di una rivolta popolare per ottenere l’assegnazione delle usurpate terre demaniali, al grido di andare a dividere i demani, la folla esagitata corre dal paese verso la Madonna della Croce per abbattere i muri di pietra a secco del boschetto ritenuto usurpato dalla famiglia De Tintis. Si intende, così, colpire simbolicamente la proprietà dei possidenti ritenuti i principali usurpatori. Per il suo possesso, a metà Ottocento, sorge un contenzioso tra il Comune e la famiglia de Tintis che, a strenua difesa della proprietà, vuole costruire porte e cancelli per non permettere l’accesso agli estranei. I giudici danno ragione a Francesco de Tintis, obbligandolo, tuttavia, ad aprirlo il 3 maggio di ogni anno, giorno in cui i pellegrini si recano al santuario.

Storicamente come si salda il rapporto tra Noci e la Madonna della Croce?

Qui il discorso si allarga. Il rapporto tra Noci e la Madonna della Croce bisogna inserirlo in un contesto più ampio. Noci è una città mariana: la devozione alla Madonna della Croce benché, oggi, sia la più rilevante e benché la sua effigie sia la più antica, nei secoli addietro la si deve accostare a molte altre ‘Madonne’. Prima di tutto e di tutte le Madonne, c’è da ricordare che il nostro paese è sorto all’avvio del secondo Millennio intorno ad una cappella dedicata alla Madonna dalla quale prende il nome che si conserva intatto sino alla fine del Trecento: Sancta Maria de nucibus, Santa Maria delle Noci…. Si ha, prima, il ‘Casale’ e, poi, la ‘Terra’ di Santa Maria delle Noci. Anteriormente alla fondazione della cappella dedicata alla Croce (e non, come già detto alla Madonna della Croce), esistono, in particolare, altre due cappelle: all’interno delle mura, la Nunziata de li moleni (l’odierna santa Rosa), detta così perché edificata nella strada dei mulini, nel 1403, da Judice Leone Guadella con ricorrenza festiva il 25 marzo e, fuori le mura, la cappella di Santa Maria del Soccorso che, fondata da Giovanni ed Antonio di Madio Rotondi nel 1455, si festeggia l’ultima domenica di aprile. Nel ‘500 si registra una grande effervescenza devozionale: nella chiesa, dentro e fuori le mura del paese si alzano altari e si costruiscono cappelle in onore di Santi e di Madonne sotto vari titoli. In un’altra occasione, semmai, possiamo dilungarci.

In conclusione, la devozione per la Madonna della Croce quando si afferma?

Dai vari documenti non è possibile evincere una data precisa. All’inizio del ‘600 la invoca, come già detto, con successo finanche il Conte di Conversano. La cappella rurale, comunque, attira devoti per la parallela devozione alla santa Croce. A metà Ottocento la devozione è sostenuta nella chiesa madre dal Capitolo dei canonici alla cui devozione si deve la diffusione di una immagine cartacea in varie edizioni e formati. Sempre nella seconda metà dell’Ottocento sono da registrare i ricordati interventi di restauro e di ampliamento e l’idea della costruzione di un imponente santuario.

L’immagine venerata dal Capitolo è identica a quella della cappella-santuario?

No, è molto diversa. L’affresco del santuario subisce, invece, vari ritocchi sino ad essere completamente trasformata nei lineamenti e nel panneggio. Ad una trasformazione ottocentesca, si sovrappone, nel 1959, un rifacimento del pittore Francesco Turchiano di Bitetto. L’originale affresco riappare una quindicina d’anni fa grazie ad un apposito restauro. Sulla sua datazione non c’è certezza. La ricordata ipotesi della preesistenza, nel 1483, alla erezione della cappella merita un’appropriata verifica. Per gli studiosi di storia dell’arte c’è da lavorare.

Per concludere, la festa patronale quando prende piede?

La Madonna della Croce è la protettrice, non la Patrona del paese (che è l’Addolorata). I festeggiamenti civili in suo onore non sono di antica data. Per Lei un’apposita ‘deputazione’ organizza soltanto una festa religiosa con un imponente pellegrinaggio dal paese al santuario. La festa civile, ogni anno, è per l’‘invenzione’ e l’‘esaltazione’ della Santa Croce (3 maggio e 14 settembre). La festa civile per la Madonna della Croce scavalca quella per la Croce negli anni ’30 del secolo scorso con la traslazione in paese, per tutto il mese di maggio, di una riproduzione dell’affresco. La festa campestre di fine maggio, invece, inizia nei primi anni del ‘900 ad iniziativa di Giuseppe Maggipinto, cittadino molto attivo nella vita di paese.

 

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