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GiovedÌ, 4 Giugno 2020 - 10:25

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Reportage sull'accoglienza dei rifugiati nei comuni di Noci e Putignano

04 03 reportage rifugiati 1NOCI (Bari) - «L'Italia per me è come un braccio della mia mamma» dice Farah, una donna pakistana di 35 anni che indossa il velo. Dopo quattro giorni di frequentazione, alcuni rifugiati hanno voglia finalmente di rispondere a qualche domanda. Ci incontriamo nell’aula del centro di formazione “Quasar” di Putignano, nell’entroterra barese, dove seguono ogni giorno un corso d’italiano. I piccoli numeri favoriscono conversazioni di gruppo tra i rifugiati, anche se le nazionalità sono un naturale aggregatore: nella parte sinistra ci sono i pachistani, in quella destra giovani donne nigeriane. (Foto di repertorio)

Tra gli studenti ci sono Alì e Aashan, padre e figlio. Vengono dal Pakistan. «Gli italiani sono molto gentili» ripete Alì, un uomo sempre in camicia che nel suo Paese faceva l’ingegnere meccanico e qui da noi deve ripartire da zero, da un corso di lingua di due ore al giorno. Fa tenerezza che sia il figlio ad aiutarlo quando ha difficoltà con gli esercizi di grammatica. Aashan è un ragazzo sveglio di 18 anni, sa già tre lingue (urdu, inglese e tedesco) e ha le idee chiare sul futuro: «Da grande voglio fare l’ingegnere informatico». Vuole diventare il prima possibile indipendente: di mattina segue il corso d’italiano, di pomeriggio va a lezione di scuola guida. Entrambi i corsi si svolgono a Putignano, ma lui vive con la famiglia di sei persone in un appartamento a Noci. Ogni giorno fa avanti e indietro con il treno. Tutti e tre dicono di trovarsi bene qui, ma vorrebbero trasferirsi in città come Bologna, Ferrara o Rimini, lì dove la comunità pakistana è numerosa. La nostalgia di casa si riflette anche nelle scelte per gli acquisti: una volta al mese Alì va a Bari, dove fa provviste di carne e spezie da un rivenditore pakistano. 

I comuni di Putignano (capofila del progetto) e Noci si dividono i 29 rifugiati (15 nigeriani, 12 pakistani, un somalo e un ivoriano) accolti da “La nuova dimora”: non un B&B o una casa di riposo – come potrebbe suggerire il nome – ma un progetto d’accoglienza e d’integrazione che sopravvive ai cosiddetti decreti sicurezza voluti dall’ex-ministro dell’Interno Matteo Salvini (vedi scheda in fondo al testo). “La nuova dimora” fa parte dell'ex-Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), trasformato nel dicembre 2018 nel Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (Siproimi). Dal 2017 – quando il progetto è iniziato –, “La nuova dimora” ha accolto 93 persone.

04 03 reportage rifugiati 2Appena arrivati a Noci, conosciamo Marika e Giuseppe, due operatori sociali che fanno parte dell’equipe di 12 persone che lavorano al progetto. Marika ci spiega quali sono gli enti locali che lavorano per l’accoglienza dei rifugiati: «Abbiamo quattro soggetti coinvolti. Ognuno interviene su un’area. C’è il centro formativo “Quasar” che si occupa dell’insegnamento dell’italiano; il consorzio “Mestieri” che si occupa dell’orientamento al lavoro; l’associazione “Micaela” che fornisce assistenza alle donne vittime di tratta e di sfruttamento; e infine l’Onlus “Nero e non solo” che si occupa di accompagnamento nella prima fase dell’accoglienza, tutela legale, assistenza sanitaria e altro». Giuseppe invece sottolinea la breve durata del progetto: «I rifugiati vivono questo limbo di sei mesi, non sapendo cosa accadrà dopo». Infatti, la durata del percorso d’integrazione è di sei mesi.  Livia Cantore, la coordinatrice del progetto, ci spiega come sono scandite le attività: «i primi due mesi sono dedicati ad attività burocratiche, conoscenza del territorio, conoscenza dell’italiano; al terzo mese – laddove la persona è riuscita ad accrescere le competenze linguistiche – inizia l’orientamento lavorativo attraverso cui si indirizza il rifugiato verso le opportunità del territorio». Ottenere una proroga per integrarsi non è però così difficile, secondo Livia Cantore: «sei mesi sono pochi, ma se in questo lasso di tempo tutte le attività sono seguite e se il percorso individuale ha raggiunto gli obiettivi prestabiliti, la proroga viene concessa». In questo, è decisivo il ruolo degli enti locali: «sta qui l’importanza dei servizi sociali, che sono attenti e partecipi nella presa in carico dei beneficiari».

Questo modello di accoglienza istituzionale – pensato per poche persone – mira all’autonomia socio-economica del rifugiato. Anche la ricerca del lavoro è delegata in parte alla singola persona: «camminiamo su un doppio binario: da una parte, facciamo noi ricerca; dall’altra parte rendiamo molto consapevole, autonomo e responsabile delle proprie scelte il rifugiato per cui è lui stesso a cercare un lavoro». Secondo quanto sostiene la coordinatrice, anche l’inserimento professionale è inficiato dalla breve durata del percorso d’integrazione: «se si avesse più tempo, si dovrebbe puntare di più su due questioni: la formazione delle persone e una capillare campagna di informazione e sensibilizzazione delle aziende».

Il difetto del progetto di Putignano e Noci è proprio il mancato incontro tra domanda e offerta del lavoro sul territorio. Lo conferma chiaramente Marta Jerovante, assessore alla socialità del comune di Noci: «l'anello debole della catena è l'inserimento lavorativo che andrebbe rafforzato attraverso percorsi professionalizzanti, pensati soprattutto per i giovani rifugiati». 

Il mercoledì è il giorno in cui i rifugiati sono impegnati in attività culturali. Il Carnevale è vicino: per l’occasione è stato organizzato un laboratorio ricreativo chiamato “Facciamo due chiacchiere”. Si tiene al centro anziani di Putignano e mescola più generazioni e culture: le signore anziane del centro, i rifugiati e i bambini del centro socio-educativo “Franco Paolillo”, che organizza il doposcuola per bambini e ragazzi che provengono da famiglie disagiate. Il nome dell’iniziativa ha un doppio senso: oltre a riferirsi all’opportunità di fare amicizia, rimanda al tipico dolce di Carnevale, preparato nel corso dell’iniziativa. In un’ampia camera, le nonne – sedute a ferro di cavallo – attendono i bambini. Una volta arrivati, si improvvisa un gioco di memoria per divertirsi e familiarizzare: i bambini ripetono i nomi delle nonne, e viceversa. 

È qui che conosciamo Shiraz, moglie di Farah e padre di quattro bambini. Questo simpatico uomo di 36 anni dall’abbigliamento giovanile (jeans e scarpe da ginnastica) fa eccezione rispetto agli altri rifugiati: è estroverso e curioso. Usciamo dall’edificio per parlare meglio, lontano dalle voci dei pasticceri per un giorno. «Sono un rifugiato politico» ci racconta subito, «nel Pakistan ci sono tante divisioni». Shiraz sta facendo un tirocinio formativo in una ditta d’abbigliamento di Martina Franca, che dista 30 chilometri da Putignano. La sua ottima conoscenza dell’inglese è utile alla ditta nella gestione dei rapporti commerciali al di fuori dell’Italia. Anche lui dice di trovarsi bene in Puglia, ma è incerto sul futuro. In Italia sostiene di aver trovato quella «tolleranza» che manca nel suo Paese d'origine. È grato dell’accoglienza ricevuta: «le persone conosciute qui sono una seconda famiglia». Ma si dice preoccupato su quello che accadrà quando terminerà il progetto d’integrazione: «non sarà facile sostenere quattro bambini quando finirà il tirocinio. O mi propongono un contratto oppure sarò costretto a emigrare al nord, dove c’è più lavoro».

Quando rientriamo nel centro anziani ormai le “chiacchiere” sono pronte. Ce ne offrono un paio; il limone nell’impasto dà un sapore in più a questo ottimo dolce. Preparato da persone di età e di colore diverso, ma che condividono le stesse necessità: una comunità, la stabilità economica, una vita serena.

I decreti legge e l’accoglienza in Italia

Il decreto legge n. 113 del 4 ottobre 2018 ha modificato radicalmente l’accoglienza di secondo livello nei 1800 comuni circa che aderiscono al sistema istituito dal Ministero dell’Interno: l'accoglienza negli ex-Sprar non è più destinata ai richiedenti asilo, ma solo a coloro che hanno ottenuto la protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati. «L’accoglienza dei richiedenti asilo non può essere esclusa. Saremmo contenti di tornare al vecchio sistema Sprar perché siamo contrari all’esclusione sociale che si è provocata con la conseguenza di disagi notevoli sui territori» afferma la coordinatrice del progetto “La nuova dimora” Livia Cantore. Inoltre, il decreto ha stabilito l’abolizione della protezione umanitaria, una protezione dal valore molto ampio perché attua il diritto d'asilo previsto dall’articolo 10 della Costituzione. L’eliminazione della protezione umanitaria ha prodotto 60 mila irregolari secondo il sito d’informazione “Openpolis”. Il cosiddetto “decreto sicurezza bis” (decreto legge n. 53 del 14 giugno 2019) ha invece limitato fortemente l'operato delle Ong nel Mediterraneo. Anche il progetto “La nuova dimora” ha subito un ridimensionamento in seguito agli effetti dei due “decreti sicurezza”: dalla messa a disposizione di 117 posti si è passati al numero di 60, che dovrebbe essere raggiunto a breve. 



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