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12 14 NicolaLagioiaSpillover1NOCI - Si è concluso lo scorso 13 dicembre il ciclo di appuntamenti di “Spillover,  il contagio delle parole”, rassegna letteraria organizzata dalle associazioni “Vivere d’arte eventi” e “Pugliè”. Ospite di Gabriele Zanini durante la diretta social è stato Nicola Lagioia, plurirpremiato scrittore pugliese d’origine nonché direttore del prestigioso Salone del Libro di Torino. Terzo e illustre interlocutore è stato Enzo Mansueto, poeta, critico letterario e rinomato giornalista del Corriere del Mezzogiorno. In più di un’ora di diretta sono state presentate le tematiche cardine di un libro capace di mozzare letteralmente il fiato al lettore. Il titolo, “La città dei vivi”, vi suggerisce un qualcosa di gioioso, allegro e vitale? Grosso errore, perché le pagine ripercorrono una sconcertante vicenda di cronaca che quattro anni fa suscitò il raccapriccio dell’opinione pubblica.

 

12 14 NicolaLagioiaSpillover.jpg2Siamo nel marzo 2016, alla periferia della “Roma bene”. Due ragazzi “borghesi”, Manuel Foffo e Marco Prato uccidono il ventitreenne Luca Varani, dopo averlo brutalmente seviziato per ore. Una pagina di cronaca nera che al tempo non solo indignò, ma disgustò letteralmente l’opinione pubblica. Nicola Lagioia, durante la diretta, ha eloquentemente spiegato i motivi che lo hanno spinto a discostarsi dal genere letterario a cui aveva ormai abituato i suoi lettori (abbandonando addirittura un altro libro in corso di scrittura) per occuparsi dell’omicidio Varani.
“Non solo per una questione di prossimità, dato che la vicenda si consumò a pochi minuti di motorino da dove abito io, ma vi sono tutta una serie di fattori atipici che mi hanno incuriosito non poco. Innanzitutto, in questo assassinio, che ha quasi le connotazioni di un omicidio di guerra, di un delitto rituale, manca totalmente il movente. Cosa però più importante, i due assassini sono consapevoli di quello che hanno fatto, ma solo a livello di pura semplice informazione. Non riescono tuttavia a ricondurre una tale enormità al loro libero arbitrio, alla loro espressa volontà. E tutto questo sfora l’archetipo dell’omicida”- ha ribadito l’autore, aggiungendo una confidenza alquanto intima. Il fatto di cronaca è stato oggetto di un rispecchiamento del suo passato adolescenziale. Spontaneo, quindi, chiedersi quante volte la stessa tragedia avrebbe potuto fagocitare persone apparentemente "normali". E’ questo che sostanzialmente tiene il lettore incollato alle quasi 500 pagine, nonostante i dettagli della vicenda fossero all’epoca già stati abbondantemente resi noti dai media. Lagioia non si è limitato a narrare i fatti nudi e crudi, ma l’opera è frutto di una vera e propria ossessione personale dell’autore, che ha raccolto "sul campo” quante più testimonianze possibili. Anche saper narrare la cronaca è quindi un’arte. Lo stile linguistico è meno ricco ed elaborato, ma chiaro e lineare, meno amico della finzione e più conforme al genere della cronaca. Altro presupposto necessario è il rispetto per le persone coinvolte nella vicenda, quasi tutte ancora viventi. “La città dei vivi”, che come si sarà ormai bene inteso narra tutt’altra cosa rispetto a ciò che il titolo lascerebbe presupporre, vede come unica protagonista femminile Roma, la città eterna. Una città che vive al massimo, che al contrario di altre capitali se ne infischia di tante regole e del conformismo, una città che è anche quella degli eccessi. Manuel Foffo e Marco Prato, dopo aver fatto largo consumo di sostanze stupefacenti, sottopongono il povero Varani a ogni sorta di sevizie, per togliergli dopo ore la vita. Lo stesso Foffo, in corso di interrogatorio, pare avesse ammesso che lui e il Prato agirono come sospinti da una qualche demoniaca e incontrollabile forza. “Spiegatemi voi che siete più esperti il perché io abbia commesso un gesto simile, perché io non me lo spiego”- dichiarò al tempo il giovane. E come ha puntualizzato ulteriormente Lagioia “Non si trattò di una scorciatoia per svignarsela, ma ahimè i due assassini davvero non seppero spiegarsi il perché di questo male”. Un “demonio” che indossa dunque una nuova maschera, che lascia il metafisico mondo dantesco per acquisire una concretezza letteralmente “fisica”. Se non avessimo la certezza che si tratti di cronaca documentata, reputeremmo questa storia frutto della penna e della fantasia di Stephen King. Roba da mettere in difficoltà anche un esorcista del calibro di Padre Amorth. Foffo e Prato giocano a fare gli “stregoni”, ma è come se guidassero un aeroplano senza avere un manuale di volo. L’autore definisce la loro una “intrinseca e colpevole debolezza”, in quanto fanno fatica a distogliersi da sé stessi. Entra qui in ballo quel narcisismo distruttivo. I due giovani, nell’affrontare in carcere le conseguenze delle loro efferate azioni, appaiono più preoccupati di se stessi e dell’opinione pubblica. Tant’è vero che Marco Prato si sarebbe suicidato proprio tra le sbarre, lasciando scritto in un biglietto di non volersi sottoporre al giudizio dei media.
Inevitabile che durante la diretta scaturissero delle osservazioni circa il mondo e il vissuto dei giovani di ieri e di oggi
“Ieri, soprattutto negli anni 60, i giovani hanno contato qualcosa, avevano il futuro in tasca, oggi, al contrario questo futuro viene loro negato. Possono al massimo svoltare, ma non emanciparsi. L’emancipazione significherebbe tutt’altra cosa”- ha affermato Lagioia, spiegando quello che per lui costituisce il motivo della così diffusa fragilità giovanile. L’autore non nega di essersi interrogato a lungo sullo scopo del libro arrivando alla conclusione che potrebbe rappresentare un passo utile verso quella che suole chiamarsi “Giustizia riparativa”.
“Non si tratta di un qualcosa che presupponga come obiettivo una riappacificazione tra le due parti (che spesso realmente appare impossibile), ma volta a fare in modo che omicida e parte lesa non neghino l’esistenza l’uno dell’altro, che sappiano della reciproca esistenza. Innegabilmente, ci sono nodi che nessuno, tranne proprio il nostro nemico è in grado di sciogliere- ha chiarito Lagioia.
Enzo Mansueto ha definito il libro “Meravigliosamente osceno e pornografico, nelle accezioni migliori dei due termini". Una delle critiche maggiori rivolte dai lettori ha riguardato infatti le tinte eccessivamente forti e l’estrema “crudezza”. Del resto però, è cronaca e non invenzione. Si è chiuso così nel giorno di Santa Lucia il ciclo di appuntamenti previsti per il 2020 con “Splillover”.

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