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12 07 LucaTrapaneseSpilloverNOCI - Lo scorso 6 dicembre è andata in onda una delle puntate decisamente più emozionanti di “Spillover, il contagio delle parole”, la rassegna letteraria online organizzata dalle associazioni “Vivere d’arte eventi” e “Pugliè”. Ne sono stati ospiti Luca Trapanese e Luca Mercadante, autori del libro “Nata per te”.

Le pagine raccontano la storia di Alba, una bambina nata con la sindrome di down che nessuno voleva. Nessuno a parte il suo papà adottivo (lo stesso Trapanese, appunto). Luca, avendo sempre lavorato nel sociale, a stretto contatto con la disabilità, voleva diventare padre, ma non di un figlio qualsiasi, di un figlio che avesse maggiori bisogni e che richiedesse una maggior dose di amore e impegno. Disabilità, inclusione, genitorialità, pregiudizi che persistono: queste le importanti e delicate tematiche di cui si è discusso in un’ora di diretta, oltre che con Trapanese e con il coautore del libro, Luca Mercadante, anche con Gabriele Zanini, Tommaso Putignano, presidente dell’associazione “Pugliè” e con la Dott.ssa Paola Annese, psicologa e psicoterapeuta specializzata nel trattamento dei disturbi dello spettro autistico.

Oggi il concetto di famiglia è fortunatamente cambiato. Se un tempo il compito di accudire i figli spettava rigorosamente alle madri, mentre il padre era quasi tutto il tempo fuori per lavoro, oggi anche un uomo single è in grado di assolvere brillantemente alla cura dei figli. Questo istinto, materno e paterno insieme, ha guidato Luca Trapanese nella consapevole e coraggiosa scelta di adottare Alba, nata con la sindrome di down, e che per questo nessuno voleva. Luca però, che ha sempre lavorato nel sociale, a stretto contatto con la disabilità, si è sempre pensato padre non di un figlio qualunque, ma di un figlio che richiedesse il doppio dell’amore e dell’impegno. Per lui la genitorialità è una vocazione, e l’istinto alla paternità è pari a quello alla maternità. Non tutti hanno la capacità di essere buoni genitori: dipende da quanta responsabilità si è pronti ad assumersi.
“Essere genitore vuol dire diventare responsabili di una creatura che grazie a te crescerà, e diventerà una persona felice oppure infelice. E tanti genitori hanno letteralmente rovinato i propri figli”- afferma senza remore Trapanese, che maturò l’idea di adottare la bimba abbandonata in ospedale assieme all’allora compagno, da cui si è poi separato. In virtù della sua personalissima esperienza, l’autore è un accanito sostenitore del superamento di condizioni come il sesso e l’essere o meno single, per poter diventare genitori. Cioè che conta, è solo quello che si è in grado di dare, più al livello umano che materiale. “I figli sono felici se i genitori sono felici” - afferma Trapanese, a cui l’arrivo di Alba ha completamente “riprogrammato la vita”, riscrivendone le priorità.
Il peso maggiore, all’interno del percorso di adozione, non è stato quello della burocrazia (che nel suo caso è stata abbastanza rapida) ma un importante dato di fatto. Checché se ne dica, e nonostante gli innegabili progressi che sono stati fatti negli ultimi anni, siamo ancora impreparati ad accettare la disabilità e soprattutto a convivere con essa, garantendo una ottimale inclusione a chi ne è affatto.
L’abitudine a “edulcorare” le parole, avvalendosi di espressioni come “bambini diversamente speciali” e quant’altro, fa storcere il naso all’autore.
“Bisogna sempre dirsi le cose come stanno, bisogna sempre dirsi quello che siamo! Se parlo di inclusione, mi aspetto la vera inclusione e non dei surrogati; se parlo di lavoro, mi aspetto il vero lavoro e non qualcosa che impieghi solo un po’ di tempo, perché tanto c’è la pensione che aiuta a campare i portatori di handicap”- dice con convinzione Trapanese.
Per lui: “Abbiamo tutti degli handicap, dei limiti. Siamo tutti diversamente imperfetti, perciò nessuno può arrogarsi il diritto di stabilire cosa sia normale e cosa no”.
Si potrebbe essere portati erroneamente a pensare che tra nord e sud la situazione cambi dal punto di vista organizzativo, ma sia Trapanese che la dottoressa Annese confermano che la situazione è identica. Manca sostanzialmente l’educazione alla disabilità e la conseguente progettualità. Magari al nord hanno più strumenti e più risorse, ma cambia veramente poco. Secondo la dottoressa Annese, per riscontrare un reale e tangibile cambiamento, dobbiamo volgere lo sguardo all’estero.
Le persone disabili hanno le stesse esigenze degli altri: avere un’indipendenza economica, una realizzazione lavorativa nonché affettiva e sessuale. Il problema maggiore si pone dopo l’età scolare, quando occorre trovare una collocazione nella società e i genitori avanzano inesorabilmente in età. Diventa allora importante il “dopo di noi”, un progetto, o per meglio dire una serie di progetti volti a garantire ai portatori di handicap un’esistenza che sia il più possibile autonoma e serena. Durante la diretta è intervenuto a sorpresa anche Luca Mercadante, coautore del libro, che ha un bagaglio di idee e convinzioni molto diverso rispetto a quello del Trapanese.
“Luca è cattolico, io ateo. Io sono favorevole all’interruzione di gravidanza e al suo contrario, convinto che la paternità passi attraverso il sangue, prima che attraverso l’accudimento. Lui è “amico del mondo”, mentre io sono diffidente per natura e questo forse mi pone in una situazione di forza, da un punto di vista narrativo”- dichiara il Mercadante. Scrivere un libro a quattro mani con qualcuno che non abbia le tue stesse convinzioni e posizioni, presuppone però un confronto altamente costruttivo da cui non possono che emergere riflessioni importantissime.
Aggiunge infatti Luca Mercadante: “Come scrittore, nel raccontare la storia di Alba e di Luca, mi sono prefissato l’obiettivo di fare piazza pulita dei soliti clichè e della solita ipocrisia che in questi casi si sprecano. Per farlo, ho dovuto sostenere (anche estremizzandola) la parte del cosiddetto “avvocato del diavolo”. La domanda nodale che il libro si pone è cose sia la paternità, non solo quella di Luca ma la paternità di tutti. A tal proposito, ognuno può interrogarsi, previa la lettura, circa la sua soggettiva esperienza. Scontrarsi con una testa dura quanto la mia, ha indotto inevitabilmente se non a condividere, ad accettare e rispettare anche le altrui posizioni"
“I figli non sono solo nostri, dobbiamo accettare di essere solo una parte della loro vita. Sostiene Luca Trapanese: "Dobbiamo pensare che i figli sono di tutti, e che possiamo essere genitori di tutti. Una vera integrazione si può immaginare solo comportandosi come se anche i figli degli altri fossero figli nostri”., che aggiunge: “Hanno voluto chiamarmi eroe perché avevano bisogno di “schematizzare” questa storia. Però quanti mi avrebbero definito nello stesso modo se avessi adottato una bimba normodotata?”.
Il modo in cui Luca affronta i pregiudizi? “Semplicemente fregandomene”- risponde egli stesso.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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