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04 07 UtenDomenicaniNOCI – Si è concluso lo scorso 5 aprile, presso la sede Uten (Università della terza età) il ciclo di conferenze storiche tenute dallo studioso di storia locale, Pasquale Gentile in merito ai “tre Conventi” di Noci. Dopo le Clarisse e i Cappuccini, è toccato dunque ai Domenicani, tutt’altro che ultimi in ordine di importanza. Nel seguente articolo, sintetizziamo le interessanti informazioni storiche fornite durante la serata.

Sebbene ai Domenicani sia stato riservato l’ultimo dei 3 appuntamenti con la storia locale, è doveroso precisare anzitutto che la loro è la più antica presenza conventuale a Noci. Ai Padri esponenti di quest’ordine religioso, nel 1567, il Comune (l’allora Università) assegna una cappella intitolata a Santa Maria delle Grazie, la cui costruzione è databile al 1515.
Unico obbligo imposto da parte del Comune del nei riguardi dei Padri, è quello di non abbandonare mai la chiesa, collocata sulla via per Alberobello. La stessa verrà gradualmente ampliata con la costruzione di tre altari da un lato e tre cappelle intercomunicanti tra di loro dall'altro. Dopo il crollo (nel 1720) dell’antica cappella, i Domenicani vagliano l’ipotesi di costruire una nuova sede all’interno del centro abitato. Per questo motivo, acquistano un gran numero di case nei pressi della Chiesa della Madonna del Carmine. Devono però fare i conti con il Capitolo dei Canonici, che esprime un netto diniego, non vedendo da sempre di buon occhio la “concorrenza” nella gestione delle anime (gestione che significa per gli ordini religiosi prestigio e ricchezza). Il Capitolo per parte sua, può contare sulle clausole che il Comune aveva imposto al momento della concessione. Un domenicano scaltro e coraggioso, Padre Domenico Mele, passa all’azione contando sull’aiuto di un vecchio compagno di studi che ora occupa un posto di prestigio in Vaticano. La controversa questione che riguarda la “Terra delle Noci”, giunge addirittura in mano a Papa Benedetto XIII, che nel dicembre del 1728, con una bolla firmata di proprio pugno, concede un’ampia deroga ai Domenicani, abbattendo di fatto tutti gli ostacoli con in quali hanno dovuto scontrarsi fino ad ora.
Possono quindi prendere il via i lavori di costruzione di un nuovo convento, molto più ampio, a pochi passi dalla cappella di San Lorenzo, che già i Domenicani si erano visti negare. È così che il “vecchio” convento, ormai abbandonato, conferisce all’intera contrada il toponimo di “San Domenico Vecchio”. I rapporti con il Capitolo dei Canonici vedono alternarsi momenti di aspra tensione (come quello in cui i Domenicani vengono bloccati dalle guardie mentre tentano di entrare in paese portando in processione il Bambino Gesù) a momenti più distensivi. È il caso ad esempio di un prestito di 300 ducati, chiesto e ottenuto da Padre Benedetto Lenti nel 1751. Un anno prolifico per i Domenicani, i quali riescono ad ottenere non solo la cappella di S. Lorenzo già oggetto di controversie, ma anche quella di S. Giuliano, comprensiva del giardinetto contiguo. Va ricordato che i Domenicani, poiché non dipendono direttamente dal Vescovo Diocesano, godono di una certa autonomia, imponendosi, oltre che come pastori di anime, anche come allevatori di bestiame e come acquirenti e venditori di beni. Tra le figure che maggiormente hanno conferito lustro all’ordine dei Domenicani, troviamo tre Padri che divengono Predicatori Generali: Domenico Tintis, Domenico Goffredo e fra Arcangelo Gentile. Inoltre, fra Tommaso Cassano, è imparentato con l’allora Cardinale Vincenzo Orsini. Fra Domenico Tartarelli divine addirittura precettore di un giovanissimo Conte di Conversano. Giusto merito va dato anche a fra Tommaso Angiulli, storico di gran fama e autore della famosa leggenda di Filippo D’Angiò. Il prestigio e il potere dei Domenicani, conosce tuttavia segni di declino a partire dal 1809, che vede le prime soppressioni degli ordini religiosi. Lo Stato, assegna dunque i beni in possesso dei Domenicani ai Padri Certosini di San Martino in Napoli, che però si mostrano reticenti per quanto riguarda il pagamento delle imposte catastali. Il Convento, invece, diviene proprietà demaniale del Comune, che lo adibirà, nel corso degli anni a numerosi utilizzi. Ospiterà infatti una biblioteca (a fine Ottocento), un ospedale, delle aule scolastiche, degli uffici e degli alloggi per indigenti. Sulle abbandonate fondamenta del Convento di San Domenico Nuovo, a metà del ‘900, sorgerà la Chiesa della Parrocchia di San Domenico come la conosciamo oggi.
E per quanto riguarda “San Domenico Vecchio”? Chi ha partecipato, il  26 e 27 marzo scorso alle “Giornate di Primavera FAI” presso Villa Lenti, saprà già che quel che rimaneva del Convento, anch’esso divenuto di proprietà demaniale, sarà acquistato da Francescantonio e Vito Lenti con l’intenzione di erigere una sfarzosa dimora che testimoniasse il prestigio socio-economico della famiglia. Riporta la data del 1833 una corrispondenza attraverso la quale, infatti, Francescantonio chiede al fratello Vito Lenti di collaborare all’acquisto di “San Domenico Vecchio”, da lui tanto agognato. Dettagliata e suggestiva la descrizione, ritrovata dal Prof Gentile negli archivi, che viene fatta del Vecchio Convento sulle cui rovine sorse poi lo splendore di Villa Lenti. Sulla porta maggiore, davanti all’atrio, era dipinta la Madonna delle Grazie. Delle due insegne scolpite in pietra, una raffigura anche un albero di noce. Sulla sfera vetrata si ergeva un campanile (quasi sicuramente a vela) con due campane. Numerosi erano gli altari, dedicati rispettivamente a
-La Vergine di Loreto (con le effigi di S. Domenico e S. Francesco); San Pietro Martire; Vergine delle Grazie; Vergine del Rosario (con anche l’effige del Bambino Gesù); SS Nome di Gesù (con nuova effige di San Domenico); e infine l’Altare maggiore. Per quel che riguarda il Chiostro di forma quadrangolare, 16 erano gli archi che lo componevano. L’accesso era regolato da 2 portoni, e in mezzo al Chiostro c’erano tre pozzi e un albero d’ulivo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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