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02 10 liuzziROMA - Nell'ambito della discussione sulle unioni civili e sul ddl Cirinnà dal titolo "Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze" ieri a palazzo Madama si è registrato l'intervento del senatore Piero Liuzzi (Conservatori e Riformisti) il quale in un passaggio ha ribadito: "La sostanziale equiparazione delle unioni civili all'istituto del matrimonio espone il provvedimento a censure di legittimità costituzionale", 


L'intervento del senatore Piero Liuzzi sul ddl Cirinnà,
9 febbraio 2016 - aula del Senato

LIUZZI (CoR). Signora Presidente, onorevoli colleghi, ministro Orlando, desidero esternare una sensazione, che nutro dall'inizio del dibattito sulle unioni civili, ovvero che, a mio parere, si conferma lo iato tra Paese reale e Paese legale. Ciò che andiamo dicendo in questa Assemblea appare distante dal sentimento dei corpi sociali, in parte impegnati nei social network, in parte distratti da altre preoccupazioni, in parte timorosi di esprimere un'opinione, essendo assorbiti dalla complessità della materia. Il ceto politico ha dunque l'opportunità di riscattarsi, potendo legiferare bene e meglio. Il disegno di legge Cirinnà rappresenta per il nostro Paese una vera e propria rivoluzione legale e sociale. Per la prima volta, non soltanto viene indebolita l'idea stessa del matrimonio su cui si fonda la nostra civiltà - tale indebolimento, peraltro, è già in atto da alcuni decenni - ma si introduce una nuova forma legale e un nuovo criterio essenziale nella definizione pubblica del rapporto tra due persone.

Sebbene il disegno di legge Cirinnà, nella sua nuova stesura abbia cancellato quasi tutti i riferimenti espliciti al matrimonio, sono invece conservati tutti i rimandi agli articoli del codice civile, che regolano il matrimonio stesso, ivi incluso quello concernente la stessa disciplina della separazione e del divorzio, pensata per sciogliere un vincolo matrimoniale e non diverse formazioni sociali. La sostanziale equiparazione delle unioni civili all'istituto del matrimonio espone il provvedimento a censure di legittimità costituzionale, in quanto, nonostante la formale proclamazione dell'unione civile, quale specifica formazione sociale, esso è sostanzialmente un simil-matrimonio. Nel procedere per sovrapposizione con l'istituto del matrimonio, il disegno di legge si spinge oltre, sancendo anche l'obbligo di coabitazione tra le parti dell'unione civile. Non solo: mi preme sottolineare che nell'ultima stesura del disegno di legge in oggetto risulta insolitamente assente qualsiasi riferimento alla presenza di uno specifico e qualificante legame affettivo, che dovrebbe caratterizzare l'unione tra persone dello stesso sesso. Intendo dire che, se due persone che si vogliono bene vogliono essere messe in condizione di avere tutele e assistenza reciproca, è assurdo impedirlo: uno Stato laico non può e non deve farlo. Se poi vogliamo chiamare «matrimonio» questa unione civile, per quanto contrasti intuitivamente con il concetto che ne abbiamo storicamente e antropologicamente e che la Costituzione indica, diciamo che si potrebbe soprassedere senza particolari problemi.

Ora, mi sia concesso dire che il paradosso del confronto corrente è quello di vedere contrapporsi su questa linea due atteggiamenti che sono, in ambo i casi, ideologici e sbagliati: uno è quello di chi ritiene di dover difendere, attraverso una concezione univoca del matrimonio tradizionale, l'idea naturale di famiglia; l'altro è quello di chi, in nome di diritti individuali legittimi, vuole ampliare il concetto di famiglia, facendolo rientrare surrettiziamente nel concetto di matrimonio allargato alle unioni civili. È chiaro quindi che ci inerpichiamo su due sentieri diversi per definire il matrimonio: da un lato, si punta a separare il concetto di matrimonio da quello di famiglia naturale, dove con questa espressione si fa riferimento ad un'unione che sancisce a livello sociale la condizione giuridica della genitorialità (un padre e una madre), ma dall'altro si introduce la possibilità che due persone che per oggettiva condizione biologica ed antropologica non possono generare figli, siano in condizione, se decidono di impegnarsi pubblicamente, di avere gli stessi reciproci diritti e gli stessi reciproci doveri di due coniugi eterosessuali.

Per poter ovviare ai divieti italiani, da qualche anno si è sviluppato un vero e proprio turismo procreativo verso quei Paesi, in particolare verso la Spagna, ove l'accesso a queste tecniche è libero e consentito. In tali casi, il minore verrà registrato dalla madre biologica o dal padre biologico, avrà un genitore sconosciuto in quanto donatore di seme o madre surrogata che ha rinunciato al bambino e vi sarà un terzo soggetto, coniuge o convivente del genitore biologico, che provvede alla registrazione, biologicamente estraneo al minore e che, in forza alla modifica introdotta con l'articolo 5 del disegno di legge Cirinnà, potrà vantare il riconoscimento formale del suo essere genitore. Il problema, però, è che si parla di adozione come se fosse una condizione ideale mentre quella dell'abbandono da parte della genitrice è una situazione di sofferenza per la quale uomini e donne offrono la loro vita cercando di porvi rimedio e donando coraggiosamente e generosamente il loro amore materno e paterno. Don Antonio Iapicca, in una lettera ai partecipanti al Family Day, ha scritto: «Un figlio non è solo il frutto misterioso del piacere; spesso appare quando meno te lo aspetti, tra le pieghe lise di un rapporto che sembra sciuparsi nell'aridità. Un figlio è l'esito di un cammino di sacrifici, sconfitte e perdono, sul quale i coniugi sperimentano la bellezza dell'amore. Ogni madre, partorendo, ha gridato il dolore dell'amore; e anche una donna che partorendo si guadagna da vivere, o, se preferite, che dona il suo utero a chi non lo ha, porterà per sempre la memoria di quel dolore al quale non saprà dare senso, e prima o poi le strariperà dal cuore inondando la sua vita».

Elisa Anna Gomez, ad esempio, una delle tantissime testimonianze che ho avuto modo di ascoltare in questi giorni, nel 2006, trovandosi in una situazione economicamente difficile, ha accettato di diventare madre surrogata per 8.000 dollari per una coppia gay desiderosa di avere un bambino; una decisione difficile e della quale si è tremendamente pentita. Lei stessa ha ammesso di avere preso una decisione sbagliata che la segnerà per sempre. Questo è ciò che non dovremmo permettere ed a cui si riferisce il richiamo iniziale alla politica a legiferare bene.

Papa Francesco, qualche giorno fa, ha spiegato che la famiglia è una forma metafisica permanente e suprema di realizzazione della vita umana la quale richiede un matrimonio stabile e indissolubile; venuto meno, tuttavia, un concetto giuridico univoco, è inutile radicalizzare lo scontro in ambito politico, magari sacrificandoci sopra il valore stesso della famiglia e le sue necessità. Il Papa ha inoltre affermato di credere fermamente che se la famiglia tornerà ad essere forte, tornerà ad essere forte anche il matrimonio naturale e costituzionale. È di questo che oggi la politica dovrebbe occuparsi, della famiglia senza sterili ideologie di conservazione e senza devastarne in modo rivoluzionario e contraddittorio il significato in nome di diritti di adulti che finiscono per diventare abusi sull'infanzia motivati unicamente dal puro e semplice egoismo personale. È questione di ottica: in primis, i diritti dell'infanzia, secondariamente i diritti degli adulti. Avere una visione etica e sociale della famiglia oggi richiede la garanzia di uno statuto che, oltre il matrimonio, guardi all'aspetto demografico ed economico. Bisogna sostenere le nascite e per farlo occorre garantire che i matrimoni siano salvaguardati e sostenuti. 

In tal senso, il gruppo dei Conservatori e Riformisti ha presentato degli emendamenti che puntano alla promozione e alla difesa economica della famiglia e della maternità, come l'esenzione IVA e la deducibilità totale ai fini IRPEF delle spese sostenute dalle famiglie. La Francia ha scelto di investire sulla natalità, la Germania ha fatto lo stesso e allo stesso modo tanti altri Paesi lo fanno; perché, quando facciamo ricorso ai cosiddetti Paesi civili in tema di unione civile, non ci riferiamo anche alle buone prassi in favore della famiglia che all'estero praticano?

Onorevoli colleghi, un grande uomo una volta ha detto: «Quando l'istituzione del matrimonio è abbandonata all'egoismo umano e ridotta ad un accordo contemporaneo e condizionale, che si può rescindere facilmente, noi reagiremo affermando l'indissolubilità del vincolo matrimoniale. Quando il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche, noi reagiremo riaffermando che la famiglia è necessaria non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per il bene comune di ogni società, nazione e Stato». Parlava così il pontefice Giovanni Paolo II.

Mi consenta, signora Presidente, di fare un'ultima considerazione. Tornando sulla questione delle adozioni, ovvero della stepchild adoption, prendo ad esempio i beni culturali. Onorevoli colleghi, vi chiederete cosa c'entrano. I blocchi sociali progressisti usano spesso egemonicamente le tematiche ambientali della tutela del paesaggio come discrimine delle politiche di sinistra e di destra. Francamente, io non do valore alcuno a questa assurda divisione. Ebbene, alla base della tutela dei beni materiali e immateriali pubblici e privati, definiti beni culturali e patrimonio dell'umanità c'è il riconoscimento delle radici come fondamentale elemento di identità. Ora, appare assurdo che decennali battaglie a favore della ricerca delle radici storiche, etniche, antropologiche ed artistiche siano un valore da salvaguardare per lo sviluppo delle comunità e degli individui e vengano sottovalutati gli enormi interrogativi, i vuoti esistenziali, l'enigma dell'origine della vita e di chi ci ha dato la vita. Ciò avverrà quando favoriremo, surrettiziamente, l'adozione di un essere da parte di genitori classificati A e B, con il massimo disprezzo della genitrice biologica, relegata alla mera funzione di surrogato e con buona pace di quelle radici estirpate e i pesanti interrogativi che accompagneranno per sempre un bambino, quell'adulto, quell'anziano, che vivrà spaesato drammaticamente alla ricerca delle radici e di se stesso. 

 

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