Figlio mio, anche io ero un "bullo"

04 28picchiatoAlcune nostre azioni, apparentemente inspiegabili, in realtà lo sono davvero. Non hanno un’origine precisa, una motivazione solida alla base tale da poterle addirittura giustificare. Alcune cose le facciamo perché in quel momento ci sembrano giuste o solo perché ci va di farle.
Questo può succedere quando sei giovane e vai a scuola. Entri a far parte di un nuovo ambiente, dove nella maggior parte dei casi non conosci nessuno e capisci che da quel momento in poi la tua identità subirà una svolta decisiva: non importa chi tu sia o chi tu senta di essere, a scuola devi far parte di un gruppo con il quale sarai identificato fino alla fine di quel percorso.

Così ho fatto anche io. Ho scelto di far parte dei più “forti”, di quelli che catturano stima e ammirazione e nei più “deboli” incutono persino un certo timore. Ebbene si, avete capito bene: forti e deboli. I forti erano quelli che comandavano, quelli che dettavano mode e condizioni, quelli che si facevano rispettare anche solo stando in silenzio e quelli ai quali non era permesso schiacciare i piedi. Io avevo scelto di far parte di quelli. Non sapevo cosa avrebbe comportato la mia scelta. Non sapevo che far parte dei più “forti” significava anche essere quelli che con il tempo avrebbero chiamato i “bulli”. Ricordo ancora oggi la faccia che aveva, l’espressione che faceva quando ci vedeva arrivare da lontano, ricordo che i primi giorni cercava di scappare da noi, mentre con il tempo aveva persino imparato a convivere con la nostra insistente presenza. Aveva i capelli ricci e un grande paio di occhiali, quelli che chissà per quale ragione ti regalano subito l’appellativo di “secchione”. “Secchione”, “sfigato”, “femminuccia”. Io e il mio vecchio gruppo di ‘amici’ ci siamo sempre divertiti così. Uno spintone qua e là, le urla in mezzo al corridoio della scuola con il sottofondo delle risate dei nostri compagni, lo accerchiavamo giocando a calcio con i suoi libri. Fisicamente non gli abbiamo mai fatto del male, ma psicologicamente noi quel ragazzo lo abbiamo ucciso.
Il problema è che a 15 anni queste cose non le capisci, non le capisci perché vivi sotto l’ala di una famiglia che non si aspetterebbe neanche lontanamente che tu faccia parte di quel gruppo, ti fai forte della capacità di mascherare quel tuo lato meschino indossando le vesti del figlio perfetto all’interno delle mura di casa. A 15 anni a scuola hai paura di essere uno tra i tanti, ignorando che la violenza, fisica o psicologica, verso l’altro con il tempo si rivela violenza verso te stesso.
Oggi quei 15 anni li ho passati da tempo e oggi quella stessa età – che ho vissuto come un falso trionfatore – li vive mio figlio. Credevo fosse un ragazzino felice, buoni voti a scuola, un forte interesse per la musica (per il violino in particolare), appassionato di documentari in tv. Credevo fosse felice perché oggi ho capito che sono gli altri che non gli permettono di esserlo davvero. Nel suo libro di storia ho trovato un bigliettino tutto stropicciato con delle parole davvero offensive. Oggi ho capito che se a 15 anni io per primo nascondevo ai miei genitori il mio essere così egoista e perché no, lo ammetto, anche così cattivo con un ragazzo che a me non aveva fatto mai nulla, oggi mio figlio nasconde a me la sua infelicità e non per paura di un rimprovero, forse solo per paura di deludermi.
Sono stato un bullo, un bullo pentito, un bullo che oggi ha potuto vedere entrambi i lati della medaglia. So che sono uno degli ultimi che può trarre grandi morali da tutta questa storia, ma qualcosa posso dirla perché so che il male che puoi fare a qualcuno è lo stesso che può essere fatto a chi ami più della tua stessa vita. Offendere, ricevere approvazione a discapito di altri, denigrare chi ci appare indifeso, non fa di noi degli eroi. Cosa ci guadagniamo infondo? Una pacca sulla spalla, autorevolezza, stima che in realtà è sintomo di timore verso di noi... e poi?
Forse la domanda che noi bulli dovremmo porre a noi stessi prima di fare qualsiasi cosa è una sola: serve davvero a qualcosa ottenere il dolore di un altro?

Potessi tornare indietro nel tempo, cancellerei ogni singolo istante di sofferenza che io e gli altri abbiamo recato a quel ragazzino. Oggi mi restano solo due cose da fare. Insegnare a mio figlio che essere se stessi non è sbagliato, non è sinonimo di vergogna e non deve fare paura. Ma più di tutto ciò che posso fare, oltre a insegnargli quello che io per primo non ho capito anni fa, è chiedergli scusa.

“Papà, i bulli fanno paura ma non hanno capito una sola cosa: la loro guerra contro di me prima o poi finirà, a loro resterà una gloria che si rivelerà vana e infruttuosa. A me resterà la possibilità di poter sempre camminare a testa alta, forte della mia scelta: quella di essere semplicemente ciò che sono. Alla fine la loro “guerra” l’avrò vinta io”.

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