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05 25 disturbi alimentariNERO SU BIANCO - Avevo 16 anni e credevo di essere una ragazza come tante, forse solo un po’ più introversa, ma per il resto ho sempre pensato di non essere diversa dalle mie coetanee. Al liceo ero circondata da amiche, ragazze che mi volevano bene per quella che ero o che mi sentivo di essere; la mia migliore amica non mi ha mai fatto pesare il mio essere così “imperfetta”. Camminava accanto a me orgogliosa. Eppure non per tutti era così.

Gli anni del liceo possono improvvisamente rivelarsi gli anni più duri. A scuola me la cavavo abbastanza bene, studiare mi piaceva e da quel punto di vista non ero la fonte della preoccupazione dei miei genitori. Qualcosa è andato storto quando ho iniziato a non sentirmi parte del mio stesso corpo, nello stesso momento in cui qualcuno, o forse più di uno, ha iniziato a farmelo notare. Ero in sovrappeso, ma ho sempre creduto che se mi fossi nascosta dietro maglioni e jeans più larghi nessuno se ne sarebbe mai accorto. Mi sbagliavo. Se ne accorgevano eccome e qualcuno non perdeva occasione per farmelo notare.
Quel giorno è iniziato il mio calvario. Sono tornata a casa e ho rifiutato il pranzo, poi ho saltato la merenda e a cena ho preferito un’insalata a una pizza. Così per tutti i giorni a seguire, fino a che mele e yogurt erano diventati i miei alleati perfetti e la bilancia la mia più fedele compagna. I numeri scendevano, prima 2 kg, poi 5, poi 10 e in un attimo quasi 30 kg. Non mi importava quanto mi sentissi debole, cercavo di nasconderlo agli altri, la mia vita agli occhi di tutti non era cambiata. Ma io si che ero cambiata, a scuola aumentavano gli apprezzamenti, a quelli che fino a quel momento mi avevano “snobbata”, improvvisamente sembrava importarne qualcosa di più. Alcuni mi guardavano con ammirazione, ma chi mi conosceva e mi voleva davvero bene aveva lo sguardo di chi aveva capito che c’era ben poco da ammirare in me in quel momento. E forse è stato quello uno dei miei primi errori: dare poca importanza a chi mi amava e troppa a chi mi aveva reso ancora più fragile di quanto già lo fossi. A chi mi tendeva la mano, rispondevo che ero in grado di farcela da sola, che non avevo bisogno di nessun aiuto perché ero padrona del mio corpo. Ed era vero, il mio corpo lo comandavo io. La mia testa no. Avevo completamente perso il controllo e la gestione dei miei pensieri. Nulla era mai abbastanza e tutto era troppo. Frasi come “sei troppo magra” mi esaltavano e chi mi diceva “inizi a stare meglio” mi spingeva a tornare sui miei vecchi passi. Non ho chiesto aiuto, sono risalita da sola, ma sono quasi certa che questo sia stato l’errore più grande che abbia mai potuto commettere.

Sono passati anni da quel periodo e tutto quello che c’è stato in mezzo può paragonarsi ad un’altalena. Sul mio corpo restano incisi i segni di quel periodo e nella mia testa forte è la consapevolezza di quanto vissuto e di quanto non vorrei mai più vivere.
È una molla pronta a saltare in ogni momento. Una parola detta in un contesto sbagliato, un apprezzamento espresso con leggerezza e inconsapevolmente, un tempo mi ferivano, oggi mi fortificano. Ho abbandonato da anni l’idea della perfezione, imparando a convivere con la convinzione che il vero traguardo è sentirsi in pace con se stessi e quando questo non accade, l’ultima cosa da fare è combattere da soli, mentre la prima è chiedere aiuto.

Non ho mai amato raccontare la mia storia, perché farlo mi faceva sentire come uno di quei modellini in plastica trasparente dal quale riesci a distinguere perfettamente ogni organo. Non potevo raccontarla perché io per prima so che non si possono esprimere a parole tutti quei minuscoli meccanismi che scattano nel cervello di chi vive una situazione del genere. Sono innumerevoli, talmente piccoli che si fa persino fatica a riconoscerli e ad assecondarli. Tanti e involontari i pensieri che ti portano a sentirsi estranea nel proprio corpo.
Sono Elena, la stessa ragazza che anni fa era in sovrappeso, ma sono quella persona che oggi ha imparato una cosa importante: se quando avevo 16 anni qualcuno mi avesse detto come poter evitare tutto quello, qualcuno che lo aveva passato prima di me, forse oggi lo avrei ascoltato con il cuore aperto. Perché quel calvario potrebbe anche portarti a sentirti migliore, ma in un modo o nell’altro ti condiziona il resto della vita facendoti sentire spesso incompresa dagli altri e a volte persino da stessa.


Se oggi potessi tornare indietro nel tempo, quella mano tesa l’avrei stretta, forte, fortissimo.

 

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