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La figura e l’opera di Stefano Bianco (Putignano, 18 giugno 1931; Bari, 18 settembre 2015) si possono identificare con alcuni segmenti significativi e tipici del cattolicesimo democratico, italiano e meridionalista, impegnato nella società e nella politica. L’unità dinamica che lega “il popolarismo di Sturzo”, “la libertà democratica di De Gasperi” e “il principio di non appagamento di Moro” rappresenta la traccia storico-concreta e ideale e culturale dell’azione sociale e politica di Stefano Bianco.

Dal popolarismo sturziano, Stefano apprende la lezione sulla laicità della politica, sul valore delle autonomie locali e sul ruolo irrinunciabile dei “corpi intermedi” della società: il Partito Popolare Italiano non è il partito dei cattolici ma è un partito di cattolici sul cui programma si possono ritrovare tutti i cittadini di buona volontà o, come dirà in seguito il grande Giuseppe Lazzati (1909-1986), tutti possono trovare “un punto comune di ragione”. Nella laicità del PPI, quindi, può abitare l’interclassismo delle componenti sociali, che sono chiamate alla convergenza, di fondo, sui grandi problemi del Paese, primo fra tutti sul grande problema del lavoro. La popolarità del partito del “prete più laico dei laici” (Monticone, 1931) dice che non l’orizzontalità massiva della società ma la trasversalità intergenerazionale e interattiva di ogni area sociale, senza recinti difensivi o corporativi, è l’odiernità importante di ogni scelta politica Oggi, il popolarismo sturziano viene tradotto col neopersonalismo solidale (Sorge, 1929), che Stefano intercetta già a partire dagli anni ’60 quando fonda l’Agenzia giornalistica Corsivo (24 luglio 1961): si tratta non di una “rivista scientifica” ma di “alcune pagine di collegamento” che hanno il fine sommo di mettere in dialogo, a confronto e in rete gli impulsi innovativi della società politica, mai disgiunta dalla grande tradizione storica del magistero sociale della Chiesa. L’attenzione ai fatti politici della Puglia e del Meridione d’Italia è, in profondità, un’attenzione essenziale sui grandi eventi della politica italiana, che viaggia verso il primo centrosinistra, e sui grandi eventi dell’ecclesialità planetaria, che viaggia verso il Concilio Vaticano II (1962-1965).

Dalla libertà democratica di De Gasperi, Stefano Bianco impara la correlazione stretta che sussiste tra la libertà personale e la democrazia politica: l’inumanità dei totalitarismi (comunismo, nazismo e fascismo) esige un capovolgimento valoriale: non la massa, non il populismo ma la persona umana e la sua libertà stanno al centro dei sistemi politici democratici. La persona umana soltanto se è libera è capace di essere democratica: Stefano ripete spesso l’art.3, secondo comma, della nostra lungimirante Carta costituzionale dove si dice, senza equivoci, che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana  e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Non c’è libertà senza libertà economica e non c’è libertà economica senza democrazia politica: è questo il nucleo prescrittivo della visione degasperiana della politica: visione che Stefano incarna in modo originale ed inclonabile. Egli, in virtù dell’aiuto della sua spiritualità solida e conflittuale, autocomprende, come pochi, che la verità, la giustizia, la libertà e la solidarietà portano alla pacificazione sociale se il lavoro diviene valore diffuso e condiviso sul territorio. La sua politica comunale e regionale a Bari è tutta rivolta a divulgare l’idea privilegiata del  “primato della società civile” (che cerca lavoro) sulla società politica perché questa è a servizio di quella e non viceversa. L’allargamento della “base politica” sta a significare l’avvicinamento dei governati ai governanti: le sue idee politiche non sono utopiche ma realisticamente fattibili poiché si basano sulla pedagogia del vedere, del giudicare e dell’agire.

Dal principio di non appagamento moroteo, Stefano Bianco trae, infine, la linfa vitale e spirituale della sua “vocazionalità sociale e politica”: una vocazionalità che si trasfigura in allestimento di centinaia e centinaia di incontri formativi, in moltissimi incontri di Docenza della Scuola Superiore di Sicurezza e Servizio Sociale e in innumerevoli confronti sociali e politici. Come teoria e pratica della vita sociale, la politica, per Stefano, va sempre oltre “la forma di carità esigente” (Pio XI, Paolo VI) in quanto essa s’impara attraverso il suo farsi storico: la vera scuola della politica non è la politica vissuta ma è la vita intesa come liturgia dell’esistenza politica. Queste sue acquisizioni sono chiarissime sia nel suo lessico ordinario sia in quello più aristocratico e fine, colto e sistemico: chi scrive ha avuto modo, anche per l’amicizia con la numerosa famiglia putignanese, d’ascoltare alcune relazioni e alcuni interventi di Stefano nei “luoghi intellettuali” della cultura sociale d’ispirazione cristiana. Soprattutto negli ultimi anni, “il suo principio di non appagamento” campeggia il terreno etico-politico dei suoi apporti, sempre più tesi a mettere in luce la relazione tra “il già” e “il non ancora”: il primato del lavoro sul capitale e il primato dell’uomo sull’economia sono, per lui, fari luminosi che sintetizzano gli oltre quarant’anni delle puntuali riflessioni scritte  sul  Corsivo. “Il non appagamento moroteo” è la concezione democratica della piramide rovesciata secondo cui al vertice dello Stato c’è la base  e non il punto più alto: la democrazia allargata o compiuta risiede nel principio di sovranità che il popolo delega ai suoi rappresentanti e non viceversa. Per Moro, il corpo elettorale deve partecipare progressivamente, moralmente e giuridicamente alla gestione democratica del potere politico. Questo è Stefano Bianco nella sua “recondita armonia”.

I suoi segmenti organizzativi, senza tempo e spazio, i suoi impegni poliedrici, dirigenziali e nelle strutture sanitarie, sono poca cosa di fronte a questa forza interiore e morale: la sua robusta spiritualità, la sua oblazione alla causa del lavoro, il suo pacato acume umano e cristiano, il suo acuto discernimento sociale e politico derivano dal centro propulsore della sua figura e della sua opera: questo centro propulsore, questo motore morale è la sua vocazionalità laicale protesa a rispondere al comandamento della carità, che unisce indissolubilmente l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo.

Dal punto di vista scientifico, egli appartiene alla schiera del cattolicesimo democratico e prossemico della seconda metà del XX secolo in Italia e, segnatamente, nell’Italia meridionale, che guarda, con dignitosa speranza alle risorse umane del Mediterraneo e alle sue proiezioni lavorative, sociali ed economiche.

                                                                                             

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