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LunedÌ, 1 Giugno 2020 - 14:35

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Ricordo del geniale filosofo e scrittore italiano

Semiologia e semiotica sono due termini che provengono dai due studiosi che, in modo indipendente, hanno dato vita a una nuova disciplina, con un suo statuto analitico, ermeneutico ed epistemologico particolare. Il termine “semiologia” è stato coniato dal filosofo americano Charles Sanders Peirce (1879-1914) mentre il termine “semiotica” è stato coniato dal linguista svizzero Ferdinand de Saussure (1857-1913): alla base dei due termini c’è, comunque, la parola comune segno per cui sia la semiologia che la semiotica danno consistenza alla scienza dei segni (Segre, 1996).

Umberto Eco (Alessandria, 5 gennaio 1932; Milano, 19 febbraio 2016) – nelle sue argomentazioni semiologiche – sceglie, quasi sempre, la parola “semiotica” perché questa parola gli sembra essere più onnicomprensiva delle varie sfaccettature interne dell’arte dei segni e della loro comunicazione (cf Trattato di semiotica generale, 1975; Semiotica e filosofia del linguaggio, 1984). Noi, in questa sede, faremo riferimento esclusivamente ai due libri citati sia per rispettare l’immensa produzione scientifica del geniale “professore dell’Università di Bologna” sia per tentare d’esplicitare il senso dell’implicita psicologia religiosa e dell’inconfessato “cristianesimo anonimo” di Eco, che fa esperienza nella Gioventù Italiana d’ Azione Cattolica , almeno fino al 1954, anno in cui si laurea all’Università di Torino con una tesi sull’estetica di San Tommaso d’Aquino, sotto guida del famoso cattedratico Luigi Pareyson (1918-1991).

Dal punto di vista descrittivo, il Trattato riassume quattro testi antecedenti, specificati dal nostro scrittore, nella “prefazione” (cf pp.5-8) ovvero Appunti per una semiologia nelle comunicazioni visive (1967), La struttura assente (1968), La forma del contenuto (1971) e Il segno (1973). Il libro intitolato Semiotica e filosofia del linguaggio esamina, invece, cinque concetti che entrano nel vivo del dibattito culturale sulle “scienze della comunicazione” ovvero il segno, il significato, la metafora, il simbolo e il codice (cf pp.IX-XVII). “A latere” di questo libro bisognerebbe tenere presente anche il libro Lector in fabula (1979) sui testi narrativi.

Il primo nucleo tematico che Eco elabora è la distinzione tra il segno e la funzione segnica. In altre parole, ci si chiede: è il segno a determinare la funzione segnica o è la funzione segnica a determinare il segno? Ebbene, per rispondere alla domanda è necessario ricorrere alla differenza che c’è tra la “semiotica della significazione” e la “semiotica della comunicazione”. De Saussure dice che ogni segno ha un significato e che ogni significato rimanda a un senso; per esempio, il segno-simbolo della Croce, nel cristianesimo, significa che Dio ci salva e il  senso che Dio ci salva è il Suo amore per noi e per la nostra vita. In Eco, la semiotica della Croce (=significazione) veicola la semiotica della salvezza (=comunicazione). Ogni linguaggio, quindi, se non ha un codice condiviso o una funzione segnica condivisa non ha alcun valore poiché le persone scrivono la stessa parola ma non si capiscono tra di loro: quando invece essi si capiscono bene, allora abbiamo, dice Eco, una cultura della comunicazione o una cultura (tipica) e basta. Questi assunti sono condivisibili anche dall’universo del linguaggio simbolico della trascendenza, che ha, ovviamente, un suo specifico linguaggio generale sia nell’articolazione sistemica delle scienze religiose sia nell’assetto sistematico delle scienze teologiche.

Il secondo nucleo tematico che Eco problematizza è che la semiotica comprende una teoria dei codici e una teoria delle produzioni segniche: la teoria dei codici è formulata dalle convenzioni pratiche nella comunicazione (tra emittente e ricevente) mentre la teoria delle produzioni segniche è l’arricchimento continuo del sistema codiciale. In sostanza, i segni e i codoci hanno sempre qualcosa di meno delle produzioni segniche poiché queste sono ciò che lo spettatore o il vedente aggiunge (=la pragmatica) a ciò che osserva: i segni, i suoni, i numeri non riescono mai a catturare la totalità della realtà perché questa è data dall’insieme di tutte le interpretazioni possibili della comunicazione globale. In tal senso, il linguaggio orale non solo previene quello scritto ma lo supera, lo completa, lo abbellisce, lo trasforma in un linguaggio sempre nuovo e sempre diverso da quello di prima. La produzione vocale eccede la produzione segnica poiché, oltre al fatto che il corpo è il linguaggio dello spirito (Compagnani, 1990), il corpo è segno che rimanda alla spiritualità, all’interiorità e, in certo senso, alla verità ultima della stessa vita umana. I segni non sono soltanto i segni fisici ma sono anche i segni metafisici in quanto l’immaginazione (o arte delle arti) è la produzione invisibile ma reale della cultura metafisica. Le neuroscienze (Donghia, 2011) hanno aperto nuovi varchi in ordine al rapporto che c’è tra la semiotica e la neuroetica (Renna, 2015).

Il terzo – e ultimo – nucleo tematico che Umberto Eco considera, con invidiabile carità intellettuale (Rosmini, 1797-1855) è che la scienza dei segni è, a differenza dello scientismo dogmatico, una disciplina aperta poiché, per definizione, la comunicazione del villaggio globale è sempre in continua e profonda trasformazione tecnologica. “Un trattato – sottolinea Eco – non è una carta costituzionale” (Trattato, 8): è semplicemente un insieme di “pensieri riflessi” che fa il punto e aspetta di essere aggiornato continuamente. Pur dando importanza somma alla cultura del libro e dei “classici”, Umberto Eco ammette con serenità che ogni libro ha, sempre, alcuni limiti politici e naturali. I limiti politici (accademici, cooperativi ed empirici) riguardano la non onnipotenza della semiotica che ha bisogno di altre discipline per concorrere alla conoscenza della verità o delle verità: “[…] i limiti naturali sono – sostiene il grande intellettuale dalle quarantuno lauree honoris causa – quelli oltre i quali la ricerca semiotica non può andare, perché in tal senso si entrerebbe in un territorio non semiotico, in cui appaiono fenomeni che non possono essere intesi come funzioni segniche” (Trattato, 16).

Interpolando, i tre nuclei tematici con l’orizzonte della “sapienza dell’amore” (=teologia cattolica), non c’è dubbio che in Eco e nelle sue numerose opere siano presenti non pochi frammenti che rimandano all’estetica teologica e all’ontologia trinitaria: frammenti che si possono verificare nel segno antropologico dell’esistenza umana e del genere umano. Il problema è che anche il trinomio (=simbolo, icona e codice) di Peirce non sfugge all’alterità perché anche l’alterità dell’Oltre (o del Totalmente Altro) è un segno e un sogno che comunica la relazione con Dio e l’autocomunicazione personale di Dio con l’uomo (=il mistero dell’incarnazione).-

 

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