Vanni Gigante, la determinazione di chi crede nella eccellenza italiana

05 18 vanni giganteNOCI (Bari) – Lavorare giorno e notte, studiare per conoscere nuove strade, far parte di progetti finalizzati alla ricerca di strumenti innovativi volti a trasformarsi in rivoluzionarie scoperte e vere e proprie vie di uscita. Questo è ciò che lega Vanni Gigante al suo lavoro, quello che è a tutti gli effetti la sua vita. Vanni rappresenta ad oggi l’esempio di chi non solo crede fermamente in ciò che fa, ma soprattutto di chi pone la propria crescita professionale dinanzi a qualsiasi scopo di lucro, credendo con risolutezza “in una Italia simbolo di eccellenza”.

Quali sono stati dal punto di vista professionale i primi passi mossi nel mondo della medicina?

Dopo la laurea conseguita a Roma presso l’Università Cattolica ho vinto il concorso di specializzazione in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva e ho avuto il privilegio di continuare a lavorare e formarmi presso il Policlinico Gemelli di Roma dove – lo dico senza timore di essere smentito – c’è una delle equipe migliori al mondo nel mio ambito specialistico. Una volta specializzato, ho superato il concorso di dottorato di ricerca in Endoscopia Digestiva (Ricerca Clinica Cellulare e Molecolare). Questo perché sono convinto che la formazione continua sia la prerogativa fondante del medico e anche perché non riuscirei a svincolare il lavoro che faccio con i pazienti dalla possibilità di investire tempo ed energie in progetti di ricerca che possono e devono migliorare la qualità di vita dei pazienti stessi.

Oggi sei impegnato in un importante progetto, dall’ampio respiro internazionale. Nello specifico di cosa ti occupi?

Oggi mi occupo principalmente di patologie della motilità esofagea ed in particolare di acalasia esofagea e malattia da reflusso gastroesofageo. L’acalasia esofagea è una malattia rara caratterizzata dalla perdita progressiva della peristalsi esofagea e dalla incapacità di rilasciamento dello Sfintere esofageo inferiore, posto al confine tra esofago e stomaco, ciò impedisce il normale deflusso del cibo dallo dall’esofago allo stomaco fino alla totale impossibilità ad alimentarsi. Il problema è che i pazienti inizialmente presentano disturbi aspecifici e sono spesso abbandonati a se stessi, non compresi nella loro reale sofferenza, non sempre e, purtroppo intempestivamente, indirizzati verso centri specialistici dove la diagnosi e la classificazione dell’acalasia avviene con esami mirati e dove si è in grado di attuare il più corretto intervento risolutivo. E qui viene la dimensione internazionale del progetto. L’endoscopia digestiva chirurgica del Policlinico Gemelli è stato il primo centro in Europa a far propria una nuova tecnica endoscopica non invasiva, sviluppata in Giappone, per il trattamento della acalasia. Si tratta della tecnica di miotomia esofagea endoscopica trans orale (POEM) grazie alla quale è possibile riaprire il passaggio tra esofageo e stomaco, con un intervento non invasivo effettuato per via endoscopica con una degenza minima di 3 giorni e ripresa della alimentazioni il giorno successivo al trattamento. L’altro mio ambito di lavoro e ricerca è la malattia da reflusso gastroesofageo, che a differenza della acalasia è invece una malattia molto diffusa che inficia di molto la qualità di vita dei pazienti rendendoli dipendenti da farmaci antiacidi. Presso il nostro centro stiamo mettendo a punto nuove tecniche endoscopiche non invasive per trattare definitivamente il reflusso permettendo ai pazienti di non dover far uso di farmaci.

Quali sono i benefici e quali le difficoltà che la strada da te intrapresa ti porta a dover affrontare?

Sinceramente non mi ci vedo, abaco alla mano, a tirare le somme tra benefici e difficoltà. Dico che a 32 anni rientrare nella categoria “giovane medico” significa aver fatto un investimento almeno decennale in formazione (laurea più specializzazione) e aver corroborato la propria professionalità di altri titoli, come le pubblicazioni scientifiche o il dottorato di ricerca. La situazione lavorativa è complicata per tutti, in molti settori professionali. Questo per me, come per i colleghi, significa dover rinunciare al sogno legittimo di un inserimento professionale stabile e a breve termine, il che genera ovvie conseguenze sul piano personale. Io, devo ammetterlo, ci credo ancora.

Una brillante carriera scolastica, vincitore di importanti premi e riconoscimenti, autore di numerose pubblicazioni scientifiche e un percorso professionale scandito da meritevoli soddisfazioni. Quali ancora le tue aspettative per il futuro?

Ti ringrazio, anche se un traguardo superato non è mai adrenalinico quanto quello che si ha in cuore di affrontare. Dal futuro mi aspetto che la medicina non smetta mai di considerare il paziente al proprio centro. Un medico corre di notte in ospedale, lavora h24, passa ore insonni davanti a un pc, diventa l’appendice del proprio mobile solo perché la vita è un valore indiscusso e il miglioramento delle condizioni di vita del paziente un dovere professionale. Vorrei questo. Fare bene il mio lavoro, lavorare per l’eccellenza italiana senza dimenticare la necessità di un respiro internazionale.

Cosa ti spinge a continuare il tuo percorso in Italia, nonostante la difficile situazione che la ricerca vive nel nostro Paese?

Devo ammettere che se fossi stato un mercenario ora non sarei in Italia, ho avuto numerose possibilità di lavoro all’estero molto ben retribuito, ma ho scelto di continuare a lavorare un polo di eccellenza della endoscopia digestiva e della gastroenterologia. Presso il nostro centro il direttore, il Prof. Guido Costamagna, ha istuito l’European Endoscopy Training Centre (EETC). Abbiamo frequentatori, medici già specilaisti, che vengono da ogni parte del mondo (Russia, Africa, Pakistan, Sud America, Giappone) per poter imparare le tecniche endoscopiche innovative che utilizziamo presso il nostro centro. Se mi spostassi di qui sarebbe un passo indietro in fatto di formazione. Lo ripeto, ci credo ancora in una Italia simbolo di eccellenza.

Lontano da Noci dall’età di 18 anni, quale è stato il ruolo che il nostro piccolo ha paese ha ricoperto per te in tutti questi anni di lontananza?

Noci è il panorama che si staglia all’orizzonte nei pomeriggi autunnali dalla collina del “Serrone” con i profili della nostra pietra che disegna i campanili delle chiese. È il prospetto della Madonna della Scala che sulla via di Gioia, dopo ore di autostrada e spesso imbottigliamenti sul raccordo anulare, ti fa dire “Sono a casa”. Noci è mia madre, che era medico e che è stata il mio esempio della vita. È la mia famiglia, mio nonno il preside Sansonetti a cui devo il piacere della conoscenza, zio Vito che era medico e mi fa faceva giocare, da piccolo, con i suoi strumenti. Zio Pietro, medico anche lui, al quale oggi posso aggiungere, umilmente da parte mia, l’appellativo di collega. Potrei parlare per ore e non esaurirei tutto ciò che il mio paese è per me. Il Gemelli adesso è la mia realizzazione professionale, è il luogo in cui ho la possibilità di confrontarmi con i nuovi campi della medicina e di continuare ad imparare e di poter insegnare, però se dicessi che vedo il mio futuro solo a Roma sarei falso. Lo confesso, mi piacerebbe tornare.

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