Rossella Bianco: la storia di chi ha fatto del mondo la propria casa

07 27 rossella biancoNOCI (Bari) – Viaggiare, conoscere, sperimentare, scoprire. Tutto questo ha reso Rossella Bianco una vera e propria “cittadina del mondo”. Alla continua scoperta di se stessa e del mondo che la circonda, Rossella ha messo in gioco se stessa e la propria sete di conoscenza confrontandosi con realtà sempre diverse e acquisendo una nuova consapevolezza del proprio essere. Ad oggi Rossella, con il coraggio e la forza che indubbiamente la contraddistinguono, continua il viaggio nel mondo, inconsapevole di quale sarà la sua prossima meta ma in possesso di un’unica certezza: “Non possiamo sapere da dove arriviamo o dove andiamo, sappiamo solo che ci siamo!”.

Roma, Londra, India, sino ad arrivare oggi a Torino. Cosa c’è alla base di questo tuo forte interesse a girare il mondo e conoscere sempre nuove culture?

La curiosità, il desiderio di scoperta e l’amore per il viaggio come forma di conoscenza è una sete che non si esaurisce mai. Il desiderio di andare incontro alle cose per osservarle, conoscerle e provare a comprenderle. Mi attrae molto ciò che è nuovo e diverso: è come un movimento che, spingendomi verso “l’altro”, mi permette di entrare ancor più in contatto con la mia profondità e il mio essere. È quel movimento più istintivo e naturale, come quello di un bambini, che nello scoprire il mondo scopre se stesso, i suoi limiti, le sue forze, le sue paure, ciò che gli piace e ciò che vorrebbe cambiare.

Per dieci mesi hai svolto Servizio civile in India. Nello specifico, quale è stato il ruolo da te svolto in questi mesi?

Tra le tante fortune che ho avuto, c’è stata anche questa magnifica esperienza in un villaggio rurale del centro sud dell’India, nello Stato del Karnataka. Il mio ruolo principale era quello di affiancare le docenti locali nell’insegnamento dell’inglese a due classi di bambini dai 2 ai 6 anni per 5 ore al giorno. Un’altra attività a cui ho preso parte è stato un progetto di micro credito che coinvolgeva circa 80 gruppi di donne nel Taluk (distretto di Mundgod). Una volta a settimana si facevano delle uscite nei villaggi limitrofi per partecipare alle riunioni dei diversi gruppi. Un gruppo era formato da 10/15 persone e durante le riunioni le donne si confrontavano sulla gestione dei risparmi e sulla cessione dei prestiti. Ma erano anche momenti di condivisione di gioie e difficoltà, solidarietà e conflitti non mancavano, si toccava con mano la vita vera delle persone. Interagire con loro (le donne) ha sicuramente dato un valore aggiunto all’esperienza che, per il resto del tempo, mi vedeva occupata nel gestire insieme ad un’altra volontaria e a una delle insegnanti le 50 ragazze dai 10 ai 18 anni che vivevano nel mio stesso ostello. Organizzavamo attività nel tempo libero, le affiancavamo nello studio, cercavamo di comprendere e aiutarle a gestire i piccoli conflitti quotidiani. Ma più di tutto abbiamo risposto alle loro domande, riso e sognato insieme a loro.

Attualmente hai preso parte a Torino di un progetto di co-housing sociale. Di cosa si tratta?

Innanzitutto due parole in generale sul co-housing o “coabitazione solidale”: esso trova le sue fondamenta sui tre grandi aspetti della sostenibilità; la sostenibilità sociale ovvero l’esigenza di ritrovare uno stile di rapporti basati sul rispetto e la comunicazione consapevole che aumenti l’armonia e il benessere di ogni individuo; la sostenibilità ambientale, cioè mettere in atto comportamenti finalizzati al rispetto dell’ambiente in ogni ambito, dalla costruzione della casa all’alimentazione e ad ogni scelta comunitaria; la sostenibilità economica, quindi il piacere di ridurre gli sprechi, riparare e non gettare, auto-produrre beni e servizi, dimostrando che il benessere non ha alcuna relazione con il benavere. Il progetto di co-housing sociale a cui prendo parte a Torino è ancor più interessante poiché prevede la coabitazione con persone diversamente abili desiderose di sperimentarsi in un percorso di vita indipendente e autonomo. Si diventa tutti attori e facilitatori della socializzazione e dell’integrazione sociale all’interno della casa, ognuno è responsabile per se stesso e per gli altri e si viene a creare una rete di protezione comunitaria che non vuol lasciare indietro nessuno. A “casa Dora” sono la moderazione, la trasparenza e il mutuo aiuto, ma quello aggiunto è la multiculturalità: due marocchini, due italiane e un rumeno, è questa la formazione della squadra di casa Dora. E potete immaginare che cene multietniche, colorate e speziate, riusciamo ad organizzare! Non ci sono barriere di nessun tipo e abbiamo un obiettivo comune: la tranquillità, traguardo di certo non facile che ci ha visti già protagonisti di percorsi di condivisione, impegno e spirito di cooperazione nella gestione delle difficoltà.

Girare il mondo ed entrare in contatto con realtà così diverse, ha influenzato in qualche modo il tuo modo di essere?

Il contatto con realtà e culture diverse, anche in contesti molto difficili, mi ha sicuramente rafforzata mentalmente, spiritualmente e fisicamente, mi ha reso più flessibile, più attenta, più tollerante e più paziente. Le diverse esperienze mi hanno aiutata a pormi in un’ottica di complessità nell’osservazione e nell’analisi del mondo e mi hanno reso più lucida e coraggiosa nell’affrontare le diverse situazioni. Infine, le difficoltà incontrate lungo il cammino sono state la più importante esperienza di crescita così come un grazie va alle persone che ho incontrato lungo la strada le quali mi hanno riconfermato l’importanza di valori come il rispetto, la fiducia (quanto basta), il sacrificio, il perdono, l’onestà e la fatica, assi portanti del mio incedere.

Hai mai avvertito in questi anni il desiderio di ritornare nel tuo paese, sopraffatta dalla nostalgia e dalle difficoltà che hai potuto affrontare?

Mi sono resa conto in questi anni che i problemi del mondo non sono poi così diversi dai problemi di casa. La voglia di ritornare più che alla nostalgia è legata al desiderio di volersi spendere per rendere il proprio Paese migliore. In Italia ci sono tante cose che non funzionano, ma rimane uno dei Paesi più belli al mondo per patrimonio culturale, storico, artistico, architettonico e naturale. Siamo Il Paese con il più alto tasso di biodiversità in Europa e spendiamo soltanto lo 0,8% della spesa pubblica per la sua conservazione. Apprezzare e restituire valore a ciò che si ha, riorientando le priorità per seguire un nuovo modello di sviluppo, è un’idea di benessere reale. È questa la sfida culturale che vorrei vedere abbracciare alla mia terra.

Ad oggi, dopo così tante esperienze importanti, credi di aver trovato il tuo “posto nel mondo”?

Domanda pleonastica, il mio posto è nel mondo! Non ci è dato sapere da dove arriviamo né dove andiamo; solo una cosa sappiamo: che ci siamo! E poi nonno Angelino dice sempre: “Quann arriv, arriv e dov’ arriv chiant ‘u zipp!”

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