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03-15-paola de graziaNOCI (Bari) – Vivere lontani dal proprio paese a volte può non essere solo una necessità, ma rappresentare un vero e proprio sogno. Trasferirsi all'estero per insegnare è stato ciò che ha spinto Paola De Grazia a indirizzare i suoi studi verso la realizzazione di questo progetto. Dopo diverse e importanti esperienze di insegnamento a Bologna, attualmente Paola vive da sette mesi a San Paolo, in Brasile, ma sente ancora forte il suo legame con Noci, perché, citando le sue parole, "quando si va via e gli occhi cominciano a mettere a fuoco nuove immagini, sembra quasi che abbiano bisogno delle vecchie cartoline a cui sono stati abituati per stare meglio".

All'età di 18 anni hai deciso frequentare a Perugia l'Università per stranieri, avendo ben chiara la volontà di trasferirti in un futuro all'estero. Cosa ti ha indotto, così giovane, a maturare un tale desiderio?

Penso che a quell'età molti abbiano voglia di trasferirsi all'estero, probabilmente incuriositi dalla diversità e da tutto quello che non fa parte delle proprie abitudini culturali. La mia scelta è ricaduta su una facoltà che mi permettesse, in seguito, di andare oltre i confini nazionali. L'esperienza a Perugia ha contribuito alla realizzazione di questo mio desiderio: i miei compagni di corso erano per il 70% stranieri e questo incontro multiculturale mi ha permesso di capire cosa voglia dire davvero confrontarsi con l'altro, offrire un po' dei propri costumi, ma anche ricevere e, di conseguenza, arricchirsi. Questo tipo di visione ha inoltre accresciuto e migliorato il mio giudizio nei confronti della mia terra: quando si va via e gli occhi cominciano a mettere a fuoco nuove immagini, sembra quasi che abbiano bisogno delle vecchie cartoline a cui sono stati abituati per stare meglio. Con questo intendo dire che, anche se si vive in posti dai paesaggi magnifici e dalle città ricche di storia e arte, come per esempio l'Umbria, la lontananza aiuta a percepire il proprio luogo natio come il migliore dei mondi.

La tua prospettiva ha subìto una trasformazione con la scelta del corso di laurea specialistica da frequentare. Hai, infatti, optato per una facoltà che ti permettesse di insegnare anche nelle scuole italiane, trasferendoti a Bologna. Come puoi spiegare questo cambio di "direzione"?

L'aver vissuto lontana da casa per alcuni anni ha maturato in me la consapevolezza di voler svolgere il lavoro di insegnante anche in Italia. Sono stati due i motivi scatenanti di questo cambio di "direzione": uno di carattere più burocratico, legato cioè al fatto che se avessi proseguito la specialistica a Perugia, avrei conseguito un titolo (quello dell'insegnante di italiano L2) non ancora riconosciuto dal Ministro dell'Istruzione e con il quale non avrei fatto molta strada. Scegliendo un corso LS in linguistica italiana avrei potuto, quanto meno, accedere alle vecchie SISS (ormai chiuse), ai concorsi (che malauguratamente sono stati indetti quando in me era matura l'idea di trasferirmi oltreoceano) o alle graduatorie di terza fascia. Il secondo motivo è correlato al primo: non volevo escludere del tutto la possibilità di restare in Italia, forse perché quanto più la conosci tanto più l'apprezzi, in tutti i suoi aspetti, positivi e non.

Durante i due anni di specialistica a Bologna, hai avuto modo di insegnare in diversi istituti, confrontandoti con diverse personalità (adulti e adolescenti) e differenti storie di vita. Cosa hai imparato da queste esperienze, in un certo senso singolari?

Ho avuto modo di fare diverse esperienze di insegnamento agli stranieri in alcune scuole private di Firenze, grazie alle quali ho davvero capito che questo mestiere mi appassionava, e continuo, anche all'estero, a svolgerlo con molta passione. A Bologna però ho avuto la fortuna, ed anche la volontà, di entrare in contatto con due realtà totalmente differenti. Ho fatto volontariato presso la CGIL stranieri, e lì ho incontrato un micro-mondo, ben distante dal mio. Questa è stata l'esperienza che più mi ha segnata, essendomi confrontata con un gruppo di donne marocchine che avevano come unici momenti di libertà proprio le lezioni d'italiano. C'erano donne che, nonostante vivessero lì da 10 anni, non parlavano italiano, per le difficoltà di integrazione con la comunità italiana o per situazioni familiari difficili. Di fronte a circostanze di questo tipo ci si sente talvolta impotenti, però i loro racconti e la loro forza di volontà nel voler migliorare la propria condizione sono stati per me l'input per offrire loro il meglio. Quello che potevo fare in quelle ore era insegnare a comunicare e a sentirsi più sicure, e di conseguenza più libere, in un paese completamente estraneo al loro. Sempre a Bologna ho insegnato in un liceo privato. Lavorare con gli adolescenti è stato interessante; penso che sia una sfida per un'insegnante, poiché bisogna trasmettere continuamente stimoli nuovi e suscitare nei ragazzi migliaia di interessi al giorno.

Subito dopo aver conseguito la laurea decidi di tornare a Noci e di dedicarti anche a lavori distanti da quello per cui avevi studiato. Pensi che in un contesto come quello nocese sia difficile poter raggiungere una realizzazione personale coerente con i propri interessi?

Certamente non è così semplice, altrimenti molti dei giovani che attualmente partono ogni giorno non andrebbero via con tanta facilità. Sono dell'idea però che, pur non svolgendo proprio quello che si è sempre desiderato, si potrebbero cercare delle strade alternative. Molto dipende dagli obiettivi personali e dalle ambizioni che ognuno di noi ha. A Noci, per esempio, ho cercato di coltivare la mia passione per l'insegnamento, dando lezioni private a bambini/e e ragazzi/e. Anche questa esperienza mi ha arricchita, perché condividere con un bambino alcune ore della giornata è una scoperta continua. Tuttavia non era proprio quello che desideravo. Probabilmente ad altri può andare bene così e quindi il quesito "restare o andare" non si pone.

In tutti questi anni di studi lontana da Noci e dopo le varie esperienze lavorative che ti hanno permesso di conoscere svariate realtà, sei comunque rimasta molto legata alle tue origini. Da cosa è determinato, in particolare, questo forte legame con il tuo paese natìo?

Di preciso non saprei spiegarlo, anche perché Noci ha rappresentato per me un "luogo di sosta", nel quale arrivare e dal quale ripartire dopo poco tempo. Certamente questo attaccamento è l'insieme dei legami affettivi con famiglia, parenti e amici, dei quali non si può fare a meno. Inoltre la bellezza della nostra terra, i colori, il cibo, tutte cose di cui oggi, che vivo in una metropoli moderna, sento molto la mancanza e il bisogno di respirare la storia e "camminarci sopra".
Mi viene in mente mio nonno Pino, il quale scrisse, in un articolo pubblicato nel settembre del 1989 sul NociGazzettino: "Spesso si cerca lontano ciò che si può avere a portata di mano; come la felicità, d'altronde, che è sovente insita nelle pieghe piccolissime delle cose che ci circondano" e poi "Splenderà sotto il sole ancora do¬mani, sempre, ognora prodiga ad of¬frire i suoi tesori naturali ed arti¬stici a chiunque mostri di amarla e comprenderla, soprattutto compren¬derla" e lo scriveva parlando proprio di Noci, della sua bellezza che mai smise di descrivere. Probabilmente il mio legame a questo paese viene anche dal suo amore per Noci che, inconsapevolmente, mi ha trasmesso.

Nei tre anni trascorsi a Noci hai conosciuto il tuo attuale marito, brasiliano, e da sette mesi ti sei trasferita con lui a San Paolo, spinta anche dalla volontà di migliorare la tua posizione professionale. Considerato il tuo forte legame con Noci, pensi che potresti nuovamente sentire l'esigenza di tornarci a vivere definitivamente?

Se le condizioni lo permetteranno farebbe piacere a me e al mio compagno, il quale, dopo circa dieci anni di permanenza, considera Noci la sua città d'adozione. Di definitivo non c'è nulla, certamente è un'ipotesi che non posso scartare.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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