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04-03-teresiana matarreseNOCI (Bari) – Cina, Francia, Germania: sono solo alcuni dei Paesi in cui Teresiana Matarrese (in foto) ha trascorso interi mesi della sua vita, con l'obiettivo di realizzare il proprio sogno dimostrando che studiare all'estero può davvero contribuire alla crescita personale di ognuno. L'incontro con diverse culture e il viverci a stretto contatto offre, infatti, la possibilità di capire che il proprio è, citando le sue parole, "solo uno dei modi possibili per vivere".

Oggi Teresiana vive e lavora a Santa Barbara, dove, oltre ad aver portato con sé gran parte di quanto vissuto in questi anni, ha mantenuto vivo e forte il legame con le sue origini e con le tradizioni di Noci: il suo punto di partenza e il posto dove potersi sentire "ricca di affetti, relazioni e cultura".

Il tuo interesse per la cultura internazionale è stato sempre molto forte. Come sei riuscita a conciliare questa tua ambizione con i tuoi studi?

Non credo si possa parlare di ambizione. Ho colto occasioni man mano che si presentavano, senza un disegno preciso. Ho iniziato a Lussemburgo, presso la Ferrero, quando ancora frequentavo il liceo; poi ho studiato a Taiwan, come studente di scambio; ho lavorato in Francia e in giro per l'Europa, come assistente personale a una tennista taiwanese; ho anche studiato in Germania per pochi mesi, durante gli anni dell'università; in seguito sono stata in Cina, per un tirocinio all'ufficio culturale dell'Ambasciata d'Italia. Oggi vivo con mio marito a Santa Barbara, nella California del Sud, negli Stati Uniti, e insegno all'università. Tutte queste esperienze, per quanto discontinue, sono state coerenti con il mio indirizzo di studio, "lettere classiche per la promozione della lingua e cultura italiana all'estero", pertanto non è stato difficile giustificare e conciliare miei viaggi con gli studi.
Tuttavia non sono mancate le difficoltà. Per esempio, dare esami senza frequentare nemmeno un'ora di lezione, e conquistare l'appoggio dei miei genitori. A loro dovevo dimostrare che studiare all'estero fosse un'esperienza formativa e non un modo costoso e stravagante per non frequentare le lezioni. Mi hanno appoggiato sin da subito e non mi hanno mai negato la loro stima. Gliene sarò sempre riconoscente.

Hai frequentato l'Università per stranieri a Perugia, ma hai trascorso il tuo secondo e terzo anno universitario a Taipei, Taiwan. Quale influenza ha avuto questa esperienza sulle tue scelte future?

L'esperienza a Taipei è stata fondamentale. Studiando la lingua cinese a Taiwan, ho preso coscienza che ogni lingua è veicolo di cultura e modella il modo che abbiamo di vedere il mondo che ci circonda. Questa consapevolezza ha inaugurato in me una profonda riflessione sui processi di apprendimento delle lingue straniere. In altre parole, credo di essere diventata una professoressa di italiano perché a mia volta sono stata studentessa di una lingua straniera che mi ha catturato il cuore.
Della mia esperienza a Taiwan ricordo i barbecue nel cuore della notte nella foresta tropicale con amici provenienti da parti del mondo di cui prima ignoravo l'esistenza, il cibo brutto-ma-buono, gli scarafaggi nel letto, gli autostop in giro per l'isola, i nostri vicini armati di asce che irruppero nel nostro appartamento per distruggere i nostri armadi (se mamma sapesse!) e i piccoli e grandi conflitti nei quali c'erano in ballo certezze identitarie e culturali apparentemente inestirpabili. Così ho imparato che il mio è solo uno dei modi possibili per vivere.

Nel 2006 hai conosciuto a Perugia il tuo attuale marito, newyorkese, e dopo tre anni di relazione "su Skype" decidi di raggiungerlo a Firenze e successivamente, nel 2010, dopo la tua laurea, di seguirlo in California. Se non avessi incontrato Tom, credi che ti saresti trasferita comunque all'estero o avresti, invece, vissuto in Italia?

È difficile speculare su quello che sarebbe potuto accadere. Considerando che prima di conoscerlo avevo già avuto esperienze all'estero, e che l'indirizzo dei miei studi era orientato all'insegnamento a stranieri, direi di sì, è molto probabile che mi sarei trasferita all'estero comunque. Tuttavia mi sento davvero fortunata a vivere in California, uno degli stati più liberali e progressisti al mondo.

Attualmente vivi a Santa Barbara con tuo marito e insegni Lingua e cultura italiana presso l'Università Politecnica della California a San Luis Obispo e al Santa Barbara City College. Prima però di ricoprire questo ruolo, hai ricoperto diversi ruoli professionali. Dopo le svariate esperienze conseguite, senti di aver raggiunto la tua stabilità professionale?

Oggi la stabilità professionale non esiste. Il posto fisso e la tranquillità conseguente sono un mito, soprattutto italiano. Prima di ottenere un posto all'università, ho svolto lavori part-time diversi: la guida in un museo, la supplente, l'insegnante Montessori, la quality rater per Google e linguista per il governo americano. In ognuno di questi ambiti bisognava sempre reinventarsi, perfezionarsi, dimostrare al datore e ai colleghi di essere in fase di perenne miglioramento professionale.
La carriera accademica è altrettanto esigente ed estremamente competitiva, ci sono valutazioni ogni trimestre e bisogna sempre arricchire l'esperienza dei ragazzi con idee diverse e progetti originali. Continuo a studiare per cercare nuovi approcci all'insegnamento delle lingue e nuovi modi in cui impiegare le mie abilità linguistiche. Insomma, ho un buon posto di lavoro ma non posso permettermi di adagiarmi sugli allori.

La tua distanza da Noci e la possibilità di poter osservare la realtà del nostro paese con maggiore distacco, quali valutazioni (sia positive che negative) ti consente di fare sui cambiamenti che negli ultimi mesi hanno coinvolto Noci e i suoi cittadini?

Vivo dall'altra parte del globo e torno a Noci due settimane l'anno, pertanto non sono la persona più adatta a fare valutazioni sui cambiamenti degli ultimi mesi. Mi sento, invece, più sensibile ai cambiamenti, diciamo così, macro. Le ultime volte che sono stata a Noci, ho notato con tristezza che i cartelli di VENDESI e FITTASI stiano raddoppiandosi di anno in anno, mentre, contemporaneamente, si continua a costruire in periferia e a compromettere la nostra bella campagna con il cemento. Me ne chiedo il perché.
Sono molto felice per i parcheggi a pagamento, invece. È bello sapere che a Noci si cammini un po' di più. Era inaudito che ci fossero così tante macchine in un paesino percorribile in meno di 30 minuti a piedi in lungo e in largo. Quello che mi auguro nei prossimi anni, invece, è un po' più di sensibilità nei confronti delle diversità e delle parità di genere. Sebbene le nuove generazioni mi sembrino più emancipate, la cultura nocese non è inclusiva, e ci sono ancora pochissime donne che viaggiano senza marito al proprio fianco e troppi pochi uomini che caricano la lavatrice.

In tutti questi anni trascorsi in giro per il mondo e a stretto contatto con culture differenti, Noci quale ruolo ha ricoperto nella tua vita?

Da dieci anni Noci è l'abbraccio dei miei genitori e di mia sorella all'aeroporto. È la vacanza con la famiglia e con le mie amiche di sempre. Il luogo in cui, se tutto andasse storto potrei ritornare ed essere ricca, non di soldi, ma di affetti, relazioni e cultura. Mi chiamano una "frastir", ma io mi sento a casa.
Nella vita di tutti i giorni a Santa Barbara, Noci è parte di ciò che ho da offrire alla mia famiglia, ai miei amici, ai miei colleghi. A casa cuciniamo spesso le orecchiette e gli amici si divertono vederci grattugiare la ricotta salata con la grattugia "modello Bari"; e i taralli, – mamma mia! – quelli fanno sempre furore. Tutti i miei studenti poi, sanno localizzare Noci sulla mappa. Ho mostrato spesso delle foto del nostro territorio alle mie classi e sono rimasti a bocca aperta per quanto è intricata la pianta del nostro centro storico, con tutte le belle gnostre.
Non nascondo che se dovessi tornare definitivamente a Noci, soffrirei per mancanza di qualcos'altro. Ma questo sarebbe vero per qualsiasi altro posto al mondo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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