Annagrazia Liuzzi: “Impegno e tenacia sono le vere misure da adottare”

08-18-annagrazia liuzziNOCI (Bari) – Abbandonare il proprio sogno, solo dopo averci realmente provato e aver capito che quella strada non avrebbe portato i risultati auspicati, è necessario quando si diventa consapevoli di dover dare una svolta alla propria vita e di dover puntare sulla concretezza e la realizzazione. Annagrazia Liuzzi, per anni giornalista per importanti e note testate, ha seguito il proprio sogno ma dopo quattro anni di precariato e dopo aver fatto i conti con un mondo dall'"accesso sbarrato", ha cambiato strada, conquistando una posizione altrettanto stimolante e professionalmente soddisfacente, con la consapevolezza che oggi sia importante "mettersi alla prova e non intestardirsi su un sogno che potrebbe non avverarsi mai".


Il giornalismo: sogno maturato sin dall'età di 16 anni. Come hai coltivato questo tuo interesse nel corso degli anni?

L'attrazione per il mondo del giornalismo c'è sempre stata, sin dai tempi del liceo. A quell'età vivi di aspirazioni, di sogni nel cassetto, di miti da emulare (per fortuna). La prima vera occasione è arrivata lavorando alla tesi di laurea specialistica, quando sono entrata in contatto con Daniele Protti, direttore de «L'Europeo», lo storico periodico pubblicato da Rcs Mediagroup. La rivista, infatti, era l'oggetto di studio del lavoro che avrebbe concluso i miei studi e il motivo delle mie giornate nell'archivio della redazione milanese. Dopo la discussione della tesi è arrivata la proposta di stage in redazione. Da lì, è iniziata la mia esperienza in Rcs, durata circa 4 anni e fatta di stage, collaborazioni esterne e contratti a progetto.

Nel corso della tua esperienza giornalistica hai avuto modo di collaborare con testate dal colore differente. Da quale di queste esperienze senti di aver tratto maggiori soddisfazioni o hai sentito più vicino ai tuoi interessi?

Non saprei dare una risposta netta a questa domanda. L'Europeo, 'A', 'Ok Salute', 'Leiweb', 'Gente' sono testate che approcciano la notizia in modo differente. Lavorare per L'Europeo è stata un'esperienza particolarmente ricca sotto il profilo culturale. Per quel giornale hanno scritto le migliori penne italiane, da Indro Montanelli a Oriana Fallaci, da Camilla Cederna a Tommaso Besozzi. Leggere e studiare i loro pezzi è stata una palestra fondamentale. Scrivendo per 'A', invece, mi sono molto divertita: affrontavo temi più d'attualità, soprattutto legati alle questioni giovanili (visto che ero la ventenne della redazione) e viaggiavo di più.

L'esigenza di stabilità ti ha portata a rinunciare al sogno di fare la giornalista. Considerando la tua esperienza, pensi che oggi sia più importante ricercare una posizione economicamente e professionalmente stabile o, invece, perseverare sulla propria strada sia un primo passo verso il cambiamento ormai necessario?

In realtà la decisione di svoltare verso un'altra direzione non è stata così ragionata. Dopo 4 anni di precariato ho scelto di allargare la mia prospettiva lavorativa. Ho smesso di incaponirmi con il giornalismo, un mondo che mi sembrava avesse l'accesso sbarrato, e ho trovato uno spazio nel mondo delle relazioni pubbliche. Mi ci sono buttata. E dopo due anni di ufficio stampa, organizzazione di eventi e digital pr, devo dire che non è andata poi così male. Oggi lavoro in un'azienda multinazionale di Pubbliche Relazioni, chiamata Ketchum. Qui ho una posizione chiara. Per la prima volta so cosa significa che "un'azienda investe su di te". È vero, mi ci sono trovata per caso e inizialmente per me rappresentava solo un'alternativa al giornalismo e un percorso di cui non vedevo un punto di arrivo concreto, ma con il tempo ho avuto modo di ricredermi del tutto. Ho scoperto un lavoro appassionante, dinamico, a volte parecchio stressante ma sempre capace di dare molta soddisfazione. Personalmente credo che, in questo momento di difficoltà per l'occupazione giovanile, sia importante mettersi sempre alla prova, allargare gli orizzonti professionali e non intestardirsi su un sogno che potrebbe non avverarsi mai.

Avendo vissuto dall'interno il mondo del giornalismo, esistono degli aspetti, negativi o positivi, che si celano dietro la professione e che non possono essere visibili a chi la percepisce solo come fruitore?

Come in tutti i lavori, sicuramente si. Quando sono entrata in redazione avevo 25 anni e zero esperienza. Mi appassionavano le storie dei grandi giornalisti, il loro coraggio. Erano il mio esempio. Poi scopri che quelli che si permettono di dire ciò che realmente pensano si contano sulle dita di una mano. La libertà è un vizio di pochi. A qualunque livello.

La tua attuale occupazione riesce in quale modo e misura a conciliarsi con quello che è sempre stato il tuo sogno e i tuoi interessi?

Sono due lavori diversi, sebbene dialoghino molto fra loro. Adesso sono dall'altra parte, i giornalisti devo conquistarli fornendo loro spunti di notiziabilità.

Il giornalismo può ancora trasformarsi in una professione a tutti gli effetti o, al contrario, è destinato ad essere una passione da coltivare senza pretese e senza massime aspirazioni?

Il giornalismo resterà sempre una professione. Io spero e credo che la crisi che ha investito il settore dell'editoria sia una crisi di transizione. La professione deve trovare nuovi equilibri, ma la professionalità è un valore cardinale che distinguerà sempre un giornalista da uno che fa informazione. Chiunque abbia il sogno di diventare giornalista deve perseguirlo. La mia serenità deriva dal fatto che ci ho provato sul serio, ho visto da vicino quel mondo che per tanti anni mi ha affascinato. La mia storia non è quella di tutti. Forse sono in pochi quelli che riescono ad accedere alla professione, e sono ancora meno quelli che riescono a viverci. Ma se qualcuno ci riesce, vuol dire che è possibile. Non ci sono vere e proprie misure da adottare, se non l'impegno e la tenacia. E poi bisogna avere la vocazione. Quella fa la differenza.

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