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LunedÌ, 3 Agosto 2020 - 16:53

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temTEMPERAMENTE - i libri gialli stazionano sul mio comodino, poiché non ne sono un’assidua lettrice. Penso che l’ultimo mio incontro con un commissario di polizia sia stato con don Ciccio Ingravallo. Rimasi colpita dalla filosofia gaddiana, secondo cui le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo, d’una causa al singolare, ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo e, soprattutto, dal modo in cui l’autore traduce tutto questo sul piano linguistico, avevo desistito da nuovi incontri.

Proprio per questo, il libro che mi ritrovo a recensire è frutto di un regalo al buio. È stato acquistato già racchiuso in un’anonima confezione regalo e chi me ne ha fatto dono non ha potuto né sapere il titolo, né l’autore, né avere una vaga idea della copertina. (Chissà se, sapendo del mio tiepido interesse per il genere, l’avesse comprato lo stesso). Tuttavia, Anime di vetro si è rivelato una sorpresa davvero trascinante.

Quando ho iniziato a leggerlo mi sono trovata negli anni Trenta a Napoli in compagnia di un nuovo commissario, Ricciardi. Anche se colpito da un lutto familiare, il commissario inizia ad interessarsi ad un caso già concluso, di cui si attende il regolare processo, ma ancora sospetto. A convincerlo ad indagare ancora, la contessa Bianca Palmieri di Roccaspina, moglie dell’assassino reo confesso dell’omicidio svoltosi due mesi prima. La storia procede come un intreccio delle voci dei personaggi nello scenario turbolento delle notti di settembre.

L’autore ricostruisce minuziosamente il terreno dell’indagine e, cospargendolo di indizi, alimenta il crescendo della tensione, fino al momento in cui le voci sparse non iniziano a sovrapporsi, interferire e scontrarsi le une con le altre, preparando un finale davvero inaspettato.

Ricciardi indaga sul caso con vivo interesse e mentre la fragilità delle anime di vetro attorno a lui gli ricordano una melodia carica di amarezza per un amore impossibile, scopriamo che il commissario nato dalla penna di de Giovanni è distante sia dalla genialità e dalla precisione scientifica di uno Sherlock Holmes, sia dalla determinazione di un ineccepibile inquisitore a caccia del crimine, che prova un recondito piacere a rimestare nelle più torbide e pericolose tentazioni dell’animo umano.
Ricciardi figura come un investigatore del suo tempo, un uomo che, semplicemente, non riesce ad ignorare il male, a far finta di non vedere quanto poco tranquilla sia la città, quindi, un commissario che non teme confronti.

Maurizio de Giovanni, Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi, Einaudi Stile Libero Big, 2015

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