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TEMPERAMENTE -  Se pensate che Jane Austen sia solo balli da favola e amori da sogno, il tutto condito con un pizzico di buone maniere e una tonnellata di retorica, Emma è il romanzo che vi farà cambiare idea.

Parliamoci chiaro: il capolavoro di Jane Austen, pubblicato nel 1815, abbonda sia di amore che di buone maniere (e qua e là spunta pure qualche ballo), ma fra una pagina e l’altra del romanzo si fanno strada l’ironia graffiante, la parodia sottile e il cinismo sorridente dell’autrice inglese, che non racconta storie sensazionali di sangue e morte né si misura con le passioni incontenibili di personaggi shakespeariani, ma tratta un argomento ancora più crudele. Con la precisione di un chirurgo, infatti, la Austen scava fra le pieghe della quotidianità di gente comune, che con debolezze e difetti sono lo specchio impietoso in cui riconoscersi.

In Emma, a finire sotto il bisturi della scrittrice è Highbury, grazioso villaggio immerso nella tranquillità della campagna inglese e sede di un vasto campionario umano: dalla chiacchierona Miss Bates, i cui spassosissimi sproloqui occupano pagine irresistibili del romanzo, alla taciturna Jane Fairfax che sotto l’aria compita nasconde parecchi segreti; dal reverendo Elton, così tanto amabile da esserlo fin troppo, sino alla giovanissima Harriet Smith, che turba i benpensanti con le sue origini familiari non proprio limpide.

Insomma, ce n’è per tutti i gusti, e le vicende tanto piccole e tanto vere dei compaesani sono l’unico pane a disposizione del famelico cervello di Emma Wodehouse, la signorina di ottima famiglia che Jane Austen ci presenta subito così:

Bella, intelligente, ricca, con una casa fatta per viverci bene e un’indole felice, Emma Wodehouse sembrava riunire alcuni dei beni più preziosi della vita; e, in realtà, era vissuta quasi ventun anni nel mondo al riparo da grosse noie o fastidi.

Beata lei, rimugina il lettore.
Sì, ma aspetta e leggi un po’ qua, avverte la Austen con un sorrisetto malizioso. Eh, sì. Perché Emma è tanto brillante quanto piena di sé e per tutto il corso del romanzo il lettore è deliziato dai suoi errori di giudizio, dalle intuizioni sbagliate, dai pasticci colossali e dai fraintendimenti che portano scompiglio nell’atmosfera soporifera del villaggio.

Sebbene affermi di non desiderare il matrimonio per sé, infatti, Emma si adopera fin troppo per combinare quelli degli altri, con risultati a dir poco esilaranti. Il romanzo è una girandola di equivoci e giudizi affrettati, antipatie istintive e prime impressioni errate; in altre parole, è il gioco della vita, in cui la giovane signorina si immischia con eccessivo zelo.

Spesso ingannato dal punto di vista di Emma e guidato solo raramente dalle velate intromissioni di Miss Austen, il lettore prende abbagli insieme alla protagonista oppure, più smaliziato di lei, ride dell’equivoco che ha già intuito e vorrebbe rimbrottarla al posto di Mr. Knightley, il perspicace cognato che trasuda charme ed eleganza a ogni botta e risposta. Proprio Mr. Knightley, che a volte fa il pedante ma in realtà non si sbottona (quasi) mai, è uno dei personaggi austeniani più riusciti, ancora di più per i momenti nel romanzo in cui scompare dalla scena e sfida il lettore a colmare le sue assenze e interpretarne i silenzi: da un lato è il tipico eroe di Jane Austen, premuroso e integerrimo, dall’altro il personaggio che mette sulla buona strada chi legge ma si nega subito dopo; e qui sta il suo fascino.

Con o senza l’aiuto di Mr. Knightley, però, il risultato non cambia: disorientato dalle voci dissonanti dei paesani e divertito dai complotti di Emma, il lettore non può fare a meno di immaginarsi fra le stradine di Highbury o seduto davanti al focolare nel salotto di Hartfield, casa Wodehouse. Il realismo di situazioni, dialoghi e imbarazzi vari era pungente all’inizio del diciannovesimo secolo e lo è tuttora, prova inconfutabile che i capolavori non invecchiano; ma non è finita qui.

Oltre a essere un romanzo sui giudizi troppo affrettati e sulla bontà del farsi i fatti propri, Emma racconta un’altra sgradevole verità: il potere che hanno gli altri di influenzare le nostre scelte, il nostro modo di vivere e persino i nostri desideri. Il discorso non vale soltanto per Emma, che abilmente manipola le intenzioni dell’amica Harriet e gli incontri fra i personaggi; è la stessa Miss Wodehouse, infatti, a subire le conseguenze del giudizio altrui. Costretta nel ruolo che tutti credono adatto a lei, Emma si dibatte fra il modo in cui la vedono amici e conoscenti e il modo in cui vorrebbe essere, arrivando addirittura a confondere quello che sente davvero con quello che gli altri vorrebbero che sentisse. Un meccanismo perverso che sembra quello di un antico e molto concreto social network.

Il lieto fine nel romanzo austeniano, allora, non è il matrimonio o il vissero per sempre felici e contenti, ma la presa di consapevolezza di sé e dei propri sentimenti a dispetto delle convinzioni altrui e dell’idea che il mondo ha di noi.

E poi sì, è vero, in Emma c’è amore ovunque: fra i personaggi, fra le occhiate nascoste e i regali senza mittente. D’altronde ogni romanzo degno di definirsi tale è un piccolo mondo in cui il lettore si immerge in cerca di storie; e chi vorrebbe vivere, anche solo per qualche ora, in un piccolo mondo senza amore?

Jane Austen, Emma, traduzione di Bruno Maffi, BUR, pp. 460.

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