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Domenica, 9 Agosto 2020 - 07:19

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temTEMPERAMENTE - Falconer è la prigione di stato dove Farragut deve scontare la sua pena. Il romanzo di John Cheever inizia descrivendo il luogo e tutti i nomi e i cambiamenti – perlopiù puramente linguistici – che nel tempo il posto aveva subito; ma a cambiar nome alle cose non si risolve certo la loro essenza: è così che Falconer resta sempre Falconer, e la prigione diventa realtà per Farragut.

Farragut è un uomo di mezza età, proveniente dalla borghesia: un uomo sposato, con un figlio e una carriera possibile Un uomo che aveva anche studiato, che aveva prestato servizio per il suo Paese in guerra; un uomo con una dignità, insomma, e che mai, mai, mai al mondo avrebbe pensato di finire nel luogo in cui è finito adesso, ossia la prigione di Falconer.

Ma sono tante le cose che Farragut sperimenta e vede in prigione e che mai avrebbe pensato in vita sua di dover vedere.
In primis, conoscere quest’umanità che popola le prigioni, sia i condannati che i secondini: sono uomini senza speranza, senza cultura, senza intelligenza. Sono uomini che si adattano a vivere in un mondo freddo, ostile, contrario e che provengono da luoghi altrettanto ostili, di cui Farragut aveva potuto solo immaginare prima di entrare in prigione, ma che diventano poi la sua triste realtà quotidiana.

Le loro proteste non avevano avuto esito, ma i sentimenti di Farragut sui senatori che venivano a visitare la prigione eranon sfociati in un odio omicida, perché loro avrebbero potuto ucciderlo. Per tutti noi la paura della morte è dappertutto, ma per la grande intelligenza del mangiatore d’oppio si restringe deliziosamente al nodo cruciale della droga. Morire di fame, bruciare o annegare nell’estasi di un grande viaggio, sarebbe poca cosa. Le droghe erano parte integrante dlle più sublimi esperienze. Le droghe erano parte integrante della chiesa. Prendi questo in memoria di me e ringrazia, diceva il padre posando un’anfetamina sulla lingua dell’uomo inginocchiato. Soltanto il mangiatore d’oppio capisce veramente la sofferenza della morte.

Farragut è anche un drogato, oltre che un prigioniero avulso dal contesto. Ha iniziato a drogarsi, per costume diffuso, la cosa è peggiorata sotto le armi ed è definitivamente andata oltre nel suo reintegro nella vita “normale”. Il metadone è un pensiero fisso per lui, la paura di non poterselo procurare è il suo peggior incubo, così come il desiderio di ottenerlo. Farraguti non si rende mai conto del suo problema, anzi, per lui l’assunzione di droghe è quasi scontata e non demonizza o colpevolizza l’uso di droghe per la piega che ha preso la sua vita. Finisce nei guai per colpa della sua dose, si rende conto con ribrezzo che tutto lo classificano come un “drogato”, lo spediscono in isolamento e quasi anche al Padreterno per via della droga, ma Farragut, imperterrito, resta attaccato alla sua dose quotidiana. Finché, con sua enorme sorpresa, non scopre che il carcere l’ha disintossicato e che è finalmente “guarito”.

Ma perché desiderava tanto Jody, dopo aver pensato che fosse suo compito possedere le donne più belle?

Jody diventa l’amante di Farragut e si potrebbe dire che se ne innamora perfino: un ragazzo bello, sveglio, ribelle, che disinvoltamente vive la sua condizione. Jody è uno spirito puro, diverso da chiunque Farragut abbia mai incontrato prima, e, nonostante il sesso tra uomini venga descritto come qualcosa di brutto, violento e contro natura, Farragut vi soggiace completamente, rallegrandosi della compagnia di Jody, ricordandolo con nostalgia quando poi va via. Cheever parla dell’amore tra i condannati come un accadimento ricorrente, per necessità, fisica ed emotiva: un po’ come per i gatti, che nella prigione abbondano, perché sono caldi, pelosi e vivi, e sono le sole cose viventi con cui questi uomini rinchiusi possono avere uno scambio di affetto e carezze, seppur opportunistico e temporaneo. L’intensità degli amori omosessuali è data dalla disperazione della pena e del luogo, è data dal bisogno di sentirsi umani in un luogo creato apposta per disumanizzarti.

Cheever è stato appellato il “Čechov dei sobborghi americani” e spesso accostato a Raymond Carver: paragoni di cui condivido solo il primo. Cheever ha narrato della realtà che vedeva, che gli era vicina o lontana, e l’ha fatto scrivendo in modo estremamente realistico e veritiero, senza però dimenticare lo stile, che resta lirico e intenso in un modo assolutamente naturale e perfettamente integrato nella storia. Falconer viene annoverato tra i suoi capolavori e devo dire che è davvero una scoperta, una piccola storia (poco meno di duecento pagine) potentissima, colma di tristezza e compassione, che spingerebbe chiunque a riconsiderare non solo le proprie opinioni circa la legittimità delle pene, ma in generale sulla giustizia e l’umanità.

John Cheever, Falconer, Feltrinelli, 1975, € 8

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