Le vite degli altri

Spionaggio nella ex Germania Est, trent'anni fa, prima della caduta del Muro di Berlino

palco04"Das Leben der Anderen" ("Le vite degli altri", ma meglio sarebbe stato tradurre "La vita degli altri") al Seven, di Florian Henckel von Donnersmarck, premiato con l'Oscar per il miglior film straniero, rivela già nel titolo la sua ambizione maggiore. Sostanzialmente è un film di storia recente (sulla DDR, l'ex Germania Est, trent'anni fa, prima della caduta del Muro di Berlino); nella fattispecie si narra di una storia di spionaggio da parte del partito comunista al potere ai danni di connazionali, più precisamente intellettuali.

Da questi punti di vista "Le vite degli altri" è un film robusto, appassionante, teso, affilato come una lama, ricco di "suspense" e di colpi di scena: attira e coinvolge. In più non è ruffiano (cioè, sensazionalistico) perché non ricorre a "colpi bassi" per piacere: piace in virtù della sobrietà, dell'onesta e forza narrativa. Mostra i fatti senza paternalismi o sentimentalismi, evitando pure il rigore glaciale e falso-documentario: anzi, la narrazione è ravvivata da un più o meno impercettibile senso dell'ironia se non dell'umorismo. Ma, trascendiamo da ciò che il film è, per soffermarci su ciò che il film è in aggiunta a ciò che è . Con questa frase, apparentemente sibillina e tautologica, vogliamo dire che l'opera contiene una struttura profonda che travalica la Storia, la Politica, lo Spionaggio e che le permette di fare appello a Tutti, pure a coloro, cioè, che potrebbero non voler sapere niente di DDR, di Partito Comunista, di drammaturghi spiati e di un popolo diviso in due in una terribile "guerra civile" tra dominatori e dominati, tra spioni e spiati. Il titolo aiuta a capire qual è l'intento profondo del regista: lui parla di "vita degli altri", di come, cioè, la nostra vita, al di là dei regimi e delle vicende politiche, può essere distrutta da malvagità, invidie, gelosie (questo, infatti, potrebbe riguardare tutti noi, in Italia come in Germania).

Ecco perché la molla narrativa e il suo sviluppo imprevisto si basano su due "innamoramenti", il secondo dei quali, inconscio e involontario, è quello che darà al film la sua componenete più bella e profonda. Tutto questo aspetto ruota sull'attrice di prosa Christa Maria amante del misurato Sebastian Koch (già visto in "Black Book"). Di lei (una perfida e soave longilinea Martina Gedeck, vista ne "Le particelle elementari") s'innamora il Ministro della Cultura che, per liberarsi del rivale, gli fa invadere la casa di "cimici" per trovare degli elementi che possano incastrarlo facendolo cadere in disgrazia. Al momento, infatti, lo scrittore è abbastanza ligio al potere tanto da essere amico della moglie del Presidente della Repubblica, Margot Honecker (il consorte, Erich, fu l'artefice massimo del regime orwelliano instaurato nella Repubblica Democratica Tedesca).

Di questo "filone" sentimentale molto interessante è il comportamento compromissorio dell'attrice: costei, per non perdere il diritto di recitare, accetta le profferte del laido uomo. Così tenterà di cavarsela in un'altra occasione con un'altra autorità: a sua scusante vi sono il carattere malfermo (dipende da psicofarmaci) e il narcisismo attorale. Ma molto valida, narrativamente, è questa ambiguità: la capacità di dividersi tra la gratificante e appassionata relazione col suo uomo e la necessità di barcamenarsi nella tetra realtà politica nella quale è costretta a vivere. Come si vede, i fili s'intrecciano perchè se la vicenda "storica" porta a quella privata questa immediatamente rimanda a quella pubblica e ciò il film fa senza forzature e con molta sagacia drammaturgica.

Ma nell'ambito delle psicologie e dei "sentimenti" (distorti) bellissimo è il dramma della spia, costretta al "voyeurismo" in quanto per dodici ore al giorno è impegnato, via audio e video, a essere parte in causa nella vita dei concittadini messi sotto controllo (la coppia costituita dal drammaturgo e dall'attrice). Wiesle (il capitano della STASI interpretato dall'intensamente inespressivo Ulrich Muhe) è un solitario, integerrimo e inflessibile "compagno" (cfr. il proemio del film) che diventa, all'insaputa dei malcapitati, "compartecipe" della loro vita (quotidiana, affettiva e sessuale).


Inconsapevolmente finirà per "innamorarsi" della padrona di casa, arrivando a "proteggere" i sorvegliati. Questa sua evoluzione esistenziale è la parte più attraente di un film coinvolgente oltre alla scoperta da parte del drammaturgo, finito il regime, dei numerosi fascicoli che descrivevano le intercettazioni. Quindi, perno nascosto dell'opera è Christa Maria (la seducente e tormentata quarantacinquenne Gedeck): di lei, in modi diversi, s'innamorano tre uomini determinandone la vita, innanzi tutto quella dell'ufficiale della polizia tedesco orientale che in un certo senso così riscatta la sua solitudine e intransigenza umana (toccante è la scena del breve e insoddisfacente abboccamento con la prostituta). La fine (quasi una nemesi) dell'attrice investita da un furgone (in una Berlino livida e disabitata: la fotografia è di H. Bogdanski), mentre scappa di casa dopo la delazione ai danni del compagno, aggiunge un tocco melodrammatico e ottocentesco (da Bovary a Karenina) a questo personaggio e a un film orchestrato su diverse corde, tutte convergenti verso una struttura "classica" percorsa da una tensione altissima che mai vien meno.

 

 

 

 

 

 

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