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La complicazione etnica meglio evidenzia le problematiche che oggi agitano la coppia con le sue tempeste emotive e sociali

palco0802La storia d'amore narrata dalla cinquantenne Cristina Comencini in "Bianco e nero", al Formiche di Puglia, raggiunge, anche se per pochi attimi, l'intensità e la fatale necessità della passione come ci fu descritta da F. Truffaut per esempio in "La signora della porta accanto". Ma la cornice in cui questa passione s'inserisce (dove affettività ed erotismo vanno a braccetto) è quella della commedia all'italiana che tende a smussare e a risolvere le punte drammatiche. E sì che la materia narrativa è particolarmente scottante; non solo siamo di fronte a un adulterio incrociato (quindi, due adultèri), ma la coppia è mista. Lui è un bianco, lei una senegalese, per giunta moglie di un collega della consorte tradita. Costei, la cui mamma (Anna Bonaiuto) si chiama Adua, è cresciuta in una famiglia che in epoca coloniale si arricchì in Africa (il padre, un divertente Franco Branciaroli, soffre ancora del "mal d'Africa" e ricorda spesso i suoi amori con una indigena). La figlia (una severa e spigolosa Ambra Angiolini) ha nobilitato il colonialismo d'origine in un impegno interetnico che esplica in una associazione dove si promuovono l'incontro e la reciproca conoscenza tra le due razze. Il marito, invece (un Fabio Volo a metà strada tra l'ingenuo e il marpione suo malgrado), tecnico informatico, si è stancato dell'attivismo politico-sociale della moglie e vuole evitare di accompagnarla nelle serate benefiche pro-Africa. Il coniuge insiste e una sera fatale, accettando l'invito, incontra Nadine che lavora all'ambasciata del suo paese e che rivela anch'essa un po' di fastidio sia per le prediche ricattatorie degli africani sulla povertà del Continente Nero sia per i buoni sentimenti dei bianchi progressisti che poi hanno a casa la domestica nera col grembiulino bianco.

Come si vede la Comencini e gli altri sceneggiatori (tra cui la figlia Giulia Calenda) evitano felicemente di cadere negli stereotipi del "politically correct": i due amanti nutrivano in cuor loro scetticismo sui buoni propositi delle rispettive razze nei confronti dell'altra. Lo si vedrà benissimo nella reazione della madre di Elena alla notizia dello smacco della figlia e gli stessi africani (quelli, più modesti, che frequentano la parrucchiera di Piazza Vittorio e quelli più borghesi e colti che ruotano attorno all'ambasciata), al di là della collaborazione di facciata, vivono per proprio conto una vita parallela nella, tutto sommato, ospitalissima Roma. Per più di un'ora il film è lucido, coinvolgente, divertente, appassionante e trova il suo punto di forza anche nella descrizione delle famiglie di provenienza dei due futuri amanti (impagabile la Ricciarelli nel ruolo della mamma dell'innamorato che confida alla nuora una sua relazione segreta durata tre anni senza che il marito l'avesse mai saputo).

Ma a sovrastare il tutto è la spregiudicata spontaneità della donna amante, la bellissima franco-senegalese Aissa Maiga che da un lato rivela l'esigenza d'entrare in un più stretto rapporto col popolo ospitante e, d'altro canto, manifesta una dolcissima carica affettiva e sessuale che le permette di abbattere tutte le barriere (entrambi, per esempio, sono genitori e si sono conosciuti alla festa di compleanno, descritta con sagacia, della figlioletta del tecnico romano). Questi, un Fabio Volo che fino a quel momento tirava con dedizione la carretta del quotidiano "ménage" familiare, è abbastanza persuasivo nel suo misto di ardore e quieta curiosità: buffa è però l'espressione del viso, tra Attila e Mazinga, mentre si avvia con passi decisi e minacciosi verso la sua, di lì a poco, amante nella casa di costei. Poi, escluso il finale quando i due, dopo la separazione e il ritorno all'ovile, si riabbracciano incontrandosi per caso (sempre espletando la mansione di genitori), il film si mostra incerto nei suoi esiti narrativi non sapendo che strada far prendere alla coppia: appare brusco, infatti, il ritorno di entrambi nell'alveo domestico.

Nel 2002 la Comencini (autrice dell'artificioso "La bestia nel cuore") diresse "Il più bel giorno della mia vita", un ritratto al femminile della quotidianità di una famiglia. Questa capacità di osservazione è evidente anche in "Bianco e nero" dove la complicazione etnica meglio evidenzia le problematiche (coniugali e non) che oggi agitano la coppia con le sue tempeste emotive e sociali. I meriti di questo film, quindi, sono essenzialmente due: il trasporto con cui si descrive una stupenda storia d'amore e la capacità di superare lo scoglio del "politically correct" evitando le ipocrisie relative al razzismo e alla finta risoluzione delle reciproche incomprensioni e ostilità. Eriq Ebouaney è il marito di Nadine mentre la tarantina Teresa Saponangelo (già interprete alla Galleria Toledo di Napoli di "Flusso di coscienza dell'intellettuale Giana in atto di fellatio" di A. Capuano, tratto dal pasoliniano "Petrolio") è la sorella di Ambra Angiolini: quest'ultima, infine, si caratterizza per l'interpretazione risentita del suo ruolo di donna tradita negli affetti e nei principi che si vede mancare sotto i piedi ("'ste troie", in un impeto d'ira, chiamerà le africane!).


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