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Un drammone a fosche tinte dove l'amore s'intreccia (venendo ostacolato) con la droga, il gioco d'azzardo e il piagnisteo dei disadattati

 

palco0803Le spara grosse Silvio Muccino in una intervista sul film da lui scritto, diretto e interpretato "Parlami d'amore" al Formiche di Puglia. A proposito del sentimento che compare nel titolo afferma che non è "leggero e rassicurante, non è quello elegante e letterario di Stendhal". Come rifiuta lo scrittore francese rifiuta la commedia: "è la nostra tradizione e in passato ho fatto solo commedie. Ma penso anche sia necessario cercare altro. Andare un po' più a fondo". Banditi la leggerezza e il comico, tanto vale recarsi in palestra dove si è "allenato duro, non dico come Rocky (ma nel film un personaggio lo chiama Rambo), ma forse come un guerriero che si prepara alla batttaglia". La lotta è quella che ingaggia con due donne, una quasi coetanea, l'altra quarantenne. Vincerà quest'ultima che ha sulle spalle un suicidio (per sospensione di una cura antidepressiva) di un suo grande amore e la separazione dal marito (Andrea Renzi votato alla parte del marito "sfigato").

Questo percorso, descritto secondo la traiettoria discesa agli inferi-paradiso finale, si tinge di maledettismo a causa dei comportamenti, diciamo "trasgressivi", di giovani e adulti. In brevi scene che hanno quasi sempre al centro Muccino (che dopo la scazzottata finale sembra uno yeti) il film si dipana, all'insegna della pretesa letteraria (a onta di Stendhal), come un drammone a fosche tinte dove l'amore s'intreccia (venendo ostacolato) con la droga, il gioco d'azzardo e il piagnisteo dei disadattati (protagonista indiretto è un centro di recupero per tossicodipendenti). Ciò che infastidisce è il tono "gladiatorio" del protagonista e regista che nasce dalla falsa convinzione che così si vada più in profondità e che si costruisca un prodotto di maggior peso e consistenza. Dà fastidio la prosopopea dei presupposti e dei risultati che ha origine nel narcisismo e nei potenti mezzi messi a disposizione di un giovane artista favorito da una invidiabile rendita di posizione di ascendenza familiare (in un attimo di presa di coscienza arriva, tuttavia, a ipotizzare che il suo film potrebbe rivelarsi "il tentativo di una voce minore di fare la voce grossa").

Più benevoli sono le considerazioni sulla resa degli attori scelti da Laura Muccino, responsabile del "cast". Va segnalata, prima di tutto, Aitana Sànchez-Gijòn, la Nicole a cui è rivolta l'esortazione del titolo: pur nella prevedibilità dei comportamenti e nella retorica del suo ruolo di "maestra d'amore" (ma anche a suo vantaggio), l'attrice è convincente e intensa ivi compreso il fascino di una dizione con inflessioni straniere. La "debosciata" Carolina Crescentini è perversa in modo adeguato: non era facile raggiungere tale obiettivo vista la facilità con cui questa sezione della trama (dei "belli e dannati") poteva scivolare nel ridicolo.

Ottima resa è quella di Flavio Parenti, il ricco giovane e ambiguo burattinaio, orchestratore di orge e partite a poker al cardiopalma (bravissimo giocatore è lo sperimentato e impegnato Giorgio Colangeli). Max Mazzotta è il cugino (con accento meridionale) drogato e suicida: alter ego, proletario e sfortunato, del superdotato e ingombrante protagonista. Geraldine Chaplin è la commossa e commovente amica di Nicole, madre dell'uomo già in cura che, dopo il suicidio di questi, mantiene ottimi rapporti con la mancata nuora che va a trovare a Roma e che vediamo in una scena ambientata sulla scalinata di Trinità dei Monti. Concludiamo, tuttavia, con il grido di dolore di Alessio Guzzano: "Se stra-incassa anche questo, si proclami il lutto nazionale". Nel frattempo diffidiamo registi e sceneggiatori dall'innescare la trama facendo ricorso all'incidente stradale in seguito al quale i due "incidentati" (un uomo e una donna), invece di essere alle prese con vigili, verbali e denunce cautelative (come capita ai comuni mortali), incominciano a imbastire "flirt" e uscite serali. Era capitato anche in "Scusa ma ti chiamo amore" contraddistinto pure, a sessi invertiti, dalla disparità di età dei futuri "piccioncini". E meno male che il magnanimo Muccino dichiara, nell'intervista rilasciata a Stefano Lusardi, di non aver nulla contro Moccia (o Vaporidis) che "fanno film che hanno una loro dignità". Bontà sua.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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