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Menti Legate: tre storie toccanti ed emblematiche per il mese della memoria

NOCI (Bari) - Ge02 02 MentiLegate 1nnaio è il mese dedicato alla Memoria dell’Olocausto e della Shoah e anche a Noci, diverse sono state le iniziative volte a far sì che non si dimentichi. L’ultima, a cura dei Presidi del Libro di Noci, si è tenuta lo scorso 31 gennaio, all’interno del Chiostro delle Clarisse. La Dott.ssa Vincenza D’Onghia, in veste di relatrice, ha illustrato approfonditamente tre storie poco conosciute ma davvero toccanti. La principessa Mafalda di Savoia, Benito Albino Dalser - Mussolini e il medico Guglielmo Lippi Francesconi: tutti e tre hanno in comune l’essere stati vittime dell’odio e dei metodi del regime. Un regime che ha incontrato purtroppo la complicità di tanti medici, ma che si è dovuto (per fortuna) scontrare con il coraggio di tanti altri colleghi. Una nota d’emozione l’ha aggiunta il giovane violinista nocese Felice Intini, eseguendo dal vivo la colonna sonora del film “Schindler’s List”.

Fu addirittura una testa coronata, la principessa Mafalda di Savoia, una delle prime vittime di omicidio sanitario. Un’atroce pratica a cui erano soliti i medici devoti alle ideologie del regime nazifascista.Credendo di prender parte ad un incontro con il marito Filippo, Mafalda fu tratta in inganno e trascinata su un aereo per Berlino. Dopo mesi di prigionia, fu condotta presso il lager di Buchenwald, dove la registrarono con il nome fittizio di “Frau von Weber”. La voce della sua vera identità non tardò tuttavia a spargersi. Nel 1944 il campo di concentramento di Buchenwald fu bombardato, e Mafalda fu gravemente ferita ad un braccio. Una brutta ferita, ma non tanto da compromettere la vita della principessa, il cui fisico versava tuttavia in uno stato di totale deperimento. Sembra che Mafalda mangiasse infatti pochissimo, dispensando il suo rancio a più sofferenti e bisognosi. Dopo alcuni giorni, la ferita iniziò ad incancrenirsi e si decise per l’amputazione. Un intervento che fu svolto impeccabilmente dal punto di vista chirurgico, ma in tempi lunghissimi: decisamente molto più di quanto avrebbe richiesto un’operazione del genere. Prolungare a dismisura gli interventi chirurgici, era una “soluzione” frequentemente adottata per liberarsi in qualche modo dei prigionieri scomodi. Dopo l’operazione, la principessa venne abbandonata a sè stessa, senza ricevere ulteriori cure mediche. Allo stremo delle forze, Mafalda spirò.  Fu un parroco internato a riconoscere la salma, implorando che fosse preservata dalla cremazione. Dopo aver illustrato la storia della sfortunata principessa, la dottoressa D’Onghia si è soffermata sull'agghiacciante realtà degli ospedali psichiatrici negli anni della dittatura. “Si era ancora ben lontani dal concetto di dover somministrare delle cure propedeutiche ad un reinserimento sociale. Il malato psichiatrico, il “matto”, doveva semplicemente essere nascosto agli occhi della società, rinchiuso entro i confini delle strutture sanitarie, dove spesso finiva per terminare la sua esistenza. E queste strutture, non erano affollate da persone realmente affette da patologie mentali, ma solo da gente che aveva provato a ribellarsi seriamente, che non voleva conformarsi al regime, e che doveva in qualche modo essere neutralizzata” – ha esordito la dottoressa.

Un’altra dolorosa storia è quella di Ida Dalser e di suo figlio Benito Albino. Due nomi che non direbbero nulla, se Ida non fosse stata follemente innamorata di Mussolini e Benito Albino non fosse stato il frutto di quell’amore. Ida, che frequentati corsi da estetista a Parigi, aprì a Milano un suo salone di bellezza, che poi vendette per finanziare la nascita del giornale “Il Popolo d’Italia” fondato da Mussolini. I due si unirono in matrimonio secondo il rito religioso (che in Italia però non aveva alcun valore legale) e i documenti vennero fatti sparire alcuni anni dopo. Nel dicembre del 1915, Ida diede alla luce Benito Albino, che Mussolini fu costretto a riconoscere, corrispondendo alla donna un assegno di mantenimento mensile. Intanto, il duce (com’è noto particolarmente sensibile al fascino femminile) aveva conosciuto e sposato, con solo rito civile, Rachele Guidi. Nel 1917, in seguito al ricovero per delle ustioni riportate da Mussolini in combattimento, Ida e Rachele, si incontrarono al suo capezzale. Ciascuna si proclamava sua legittima consorte, e le due finirono con l’azzuffarsi. Ovviamente, man mano che il regime continuava la sua ascesa, Ida diventava sempre più “scomoda” e ne fu deciso l’internamento: prima nel manicomio di Pergine Valsugana e poi in quello di San Clemente, a Venezia. Qui morì a causa di una emorragia cerebrale. La custodia del piccolo Benito Albino, fu affidata a due tutori: Dapprima allo zio paterno Arnaldo, poi a Giulio Bernardi, commissario prefettizio di Sopramonte, paese natio della madre. Si arruolerà poi nella Regia Marina dove frequenterà il corso per telegrafisti. Con i compagni si vanterà di essere il figlio del duce, e forte di un’impressionante somiglianza, ne imiterà gesti e movimenti. Al giovane, toccherà ben presto la stessa sorte della madre: l’internamento in manicomio. Le mura dell’ospedale psichiatrico di Mombello di Limbiate, saranno teatro degli ultimi atti di un’esistenza ormai annullata. A soli 27 anni, Benito Albino morirà per quella che all’epoca veniva definita “consunzione”, ma che fu in realtà il risultato delle pseudo terapie attuate. Terapie che consistevano nel sedare attraverso un coma diabetico indotto somministrando forti dosi di insulina. Da tale stato comatoso, il ragazzo veniva poi lentamente risvegliato. Com’è comprensibile, a lungo andare, queste pratiche compromettevano seriamente la salute, provocando uno stato di demenza e di profonda debilitazione fisica. Al racconto della dolorosa vicenda del figlio del duce è seguita una toccante pausa musicale.

02 02 MentiLegate 4Il talentuoso violinista Felice Intini ha accarezzato le corde di quello che è considerato lo strumento principe della musica ebraica. Un brano conosciuto da tutti, perché colonna sonora su uno dei più bei film mai girati sul periodi nazifascista: Schindler’s List”. E Schindler diceva che “Chi salva una vita, salva il mondo intero”. Una frase che riassume alla perfezione l’operato del medico 02 02 MentiLegate 3Lucchese Guglielmo Lippi Francesconi.Il padre di Guglielmo, medico fresco di laurea, contrasse la febbre tifoide da una paziente che aveva in cura, e morì prima di veder nascere il figlio. Il piccolo fu però preso sotto l’ala protettrice dei celebri amici paterni, tra cui Giacomo Puccini, Giovanni Pascoli e Renato Fucini.

02 02 MentiLegate 2Guglielmo seguì le orme paterne diventando anch’egli medico, fino ad assumere la direzione dell’Ospedale Psichiatrico di Maggiano. Dotato di una  straordinaria umanità e precursore delle idee di Basaglia, Lippi Francesconi credeva profondamente nelle possibilità di recupero e di totale reinserimento sociale delle persone affette da patologie psichiatriche. Assumere la direzione di un Ospedale Psichiatrico ai tempi del fascismo, era anche motivo di forte dibattito interiore, ma il dottor Lippi Francesoni restò sempre fedele al giuramento vocazionale nei confronti della sua professione, dimostrando una coraggiosa onestà. Si rifiutò di falsificare infatti cartelle cliniche di pazienti considerati sovversivi e soprattutto di fare i nomi di quelli di origine ebrea. Braccato dai nazifascisti, si rifugiò presso la Certosa di Farneta, le cui mura non bastano a garantirgli la salvezza. I gerarchi fanno irruzione uccidendo anche diversi medici, e un ufficiale, in tono gentile, prelevò con l’inganno il professor Lippi Francesconi, asserendo che qualcuno avesse urgentemente bisogno di cure. Egli venne quindi fatto salire su una camionetta e ucciso con un colpo secco alla nuca. La storia di questo medico integerrimo e coraggioso, è venuta fuori appena venti anni fa grazie al ritrovamento, tra le opere minori di Giacomo Puccini, della “Ninna nanna dell’uccellino” composta appositamente per il figlioletto del suo caro amico. “Delle note in cui c’è tutta la gioiosa innocenza della musica per l’infanzia di fine Ottocento, un’innocenza che poi il nazifascismo avrebbe falciato”- ha concluso la dottoressa D’Onghia.

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