NOCI - Lo scorso 5 settembre, alle ore 21:00, in una piazza Garibaldi gremita, Noci ha ospitato il pluripremiato scrittore Roberto Saviano. Il creatore del best seller “Gomorra” e di altri popolari romanzi ha tenuto un’avvincente lectio magistralis sull’importanza di raccontare il male per poterlo riconoscere nella vita reale, scegliendo dunque il bene. A fare da cornice, le bellissime luminarie già allestite per la festa patronale di San Rocco. Un’atmosfera suggestiva elogiata anche dallo stesso Saviano.
Tra le accuse più acuminate rivolte allo scrittore partenopeo c’è quella di aver reso “seducente” il male, portando molti giovani a incamminarsi lungo strade sbagliate. Accusa da cui Saviano si difende con argomentazioni inoppugnabili. Il racconto del male, diretto, crudo e non edulcorato attraverso l’arte (che sia la scrittura, il teatro, il piccolo e grande schermo) è altamente funzionale. In primis, pone il lettore o lo spettatore in una posizione di sicurezza. Egli partecipa al dramma da una posizione privilegiata: non sta accadendo a lui o lei in prima persona. Non ha una pistola puntata alla tempia o non è sotto quei bombardamenti di cui la TV rimanda il fragore. Paradossalmente, è proprio questa posizione “sopraelevata” che, per quanto si possa empatizzare, ci garantisce una lucidità che non potremmo mai avere se fossimo diretti protagonisti. E’ questa lucidità a cambiare le carte in tavola. Vedendo rappresentato il male, siamo perfettamente in grado di riconoscerlo quando poi lo incontriamo nella vita reale. Al contrario, prima ci limitavamo a subirlo perché non lo conoscevamo affatto (o solo sommariamente). E qui, Saviano si è agganciato al grande filosofo Aristotele e al potere catartico che egli attribuiva all’arte. Immedesimandosi nei protagonisti di una rappresentazione teatrale, lo spettatore prova due tipi di sentimento: la pietà e il terrore, che sono poi propedeutici alla liberazione, alla purificazione della propria anima. Sorge spontanea un’altra domanda di carattere filosofico e psicologico: dobbiamo sentirci “sporchi e cattivi” per essere attratti da romanzi, film o serie TV che raccontano il male? Siamo intrinsecamente anche noi dei criminali se ci identifichiamo con dei personaggi come Michael Corleone del celebre film “Il Padrino” o in uno dei protagonisti più spietati di “Gomorra”? La risposta fornita da Saviano è assolutamente no. Quel nostro identificarci in loro, serve solo a ricordarci che non siamo dei “Santi”, delle creature pure e incontaminate al di sopra di ogni bruttezza. Come tutti gli esseri umani, siamo fatti di luci e di ombre, di un esercito di emozioni anche pesantemente contrastanti. La questione sta nel riuscire a governarle saggiamente, nel tenere le briglie in modo da far prevalere le pulsioni positive e costruttive su quelle inutili e distruttive. Roberto Saviano ha voluto citare alcuni grandi artisti che furono oggetto delle stesse accuse rivolte a lui. È il caso del grande drammaturgo Eduardo De Filippo, tacciato di raccontare solo la Napoli più malfamata, o dello scrittore tedesco Goethe, autore del capolavoro “I dolori del giovane Werther”. A quest’ultimo fu contestato di aver spinto molti giovani a suicidarsi, proprio come il protagonista del suo romanzo. Esasperato e piegato dalle accuse, lo stesso Goethe richiese espressamente che l’opera non fosse più stampata. Solo nel 2023 (e la prima edizione dell’opera risale al 1774) alcuni studi condotti su suicidi verificatisi in quegli anni hanno accertato che il libro non c’entrava assolutamente nulla. Molti si erano suicidati per non affrontare la progressione di una malattia incurabile, oppure per debiti di gioco. Ma giudicare è sempre troppo semplice. Altrettanto semplicistico sarebbe affermare che chiunque guardi “Il Padrino” o legga “Gomorra” diventi un mafioso e un criminale. “Immaginate di trovarvi in una stanza buia e qualcuno vi accenda la luce rivelando la presenza di un cadavere. Di chi è la colpa? Di chi ha acceso la luce o di chi ha ucciso la persona?” — ha detto Saviano. Una metafora per far comprendere che lo scrittore, l’artista e il giornalista non sono colpevoli dell’esistenza del male. Accendono i riflettori su di esso, lo raccontano. E per fortuna che esiste questo racconto. Non importa quanto si possa considerarlo paradossale: il male viene reso più desiderabile quando lo si tace, quando lo si occulta e non quando lo si racconta apertamente. Insomma, il racconto del male può attrarci (e non dobbiamo farci assalire dai sensi di colpa pensando di essere persone perverse) oppure disgustarci, suscitare repulsione (cosa che non ci rende “immacolati”). In entrambi i casi, il senso della questione non cambia: il male esiste e va raccontato! Solo ciò che viene raccontato può essere conosciuto, compreso e affrontato. Lo scrittore ha voluto concludere la lectio magistralis soffermandosi sull'importanza del prendersi tempo: tempo per leggere, per metabolizzare, per capire davvero e per spiegare a nostra volta. La fretta va sempre a braccetto con la superficialità e nessuna di queste "sorelle" è una buona consigliera.























