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06 16 IvanaSalveminiLamoreèlarisposta 2NOCI (Bari) - Lo scorso 14 giugno, all’interno del chiostro di San Domenico, si è tenuta la presentazione del libro “L’amore è la risposta” di Ivana Salvemini, a cura dei Presidi del Libro di Noci. La dottoressa Vincenza D’Onghia ha dialogato con l’autrice barese, argomentando assieme a lei alcuni passi salienti del libro.

06 16 IvanaSalveminiLamoreèlarisposta 5Vi sareste mai sognati di scrivere un libro “al contrario?”, cioè partendo dalla fine? Chi ama cimentarsi con la scrittura sa che non è affatto così assurdo come potrebbe sembrare e che l’autore se ne rende conto solo quando l’opera è definitivamente conclusa. E’ appunto quanto è accaduto all’autrice barese Ivana Salvemini con il suo primo romanzo “L’amore è la risposta”.

“Sono partita dal malessere che colpisce una giovane donna ad un semaforo, causato da una patologia neurologica cronica che le fa perdere i sensi. Ad un certo punto della stesura però, mi ha accattivata l’idea di provare ad immaginare e di raccontare le vite di tutti i personaggi che hanno avuto in qualche modo a che fare con la giovane madre, prima e dopo l’accaduto. E’ come essere affacciati ad una finestra oppure in una sala d’attesa: non sai chi siano le persone che vedi muoversi sullo sfondo, da dove vengano e dove siano dirette, però è bello provare ad immaginarlo giocando di fantasia. A causa di questo intrecciarsi di storie di persone che si rincontrano, il romanzo presenta tre strutture: Orizzontale, verticale e circolare!”

Tra coloro che incrociano la vita di questa donna, segnata dalla tragica esperienza, c’è anzitutto il primario dell’ospedale dove viene ricoverata.
Il dottor Rinaldi è un medico che ama visceralmente il proprio lavoro e lavorando quotidianamente a stretto contatto con la sofferenza, sa quale importanza rivestano i rapporti umani all’interno di un ospedale. Il ritratto tracciato è quello di un professionista che si approccia con grande pacatezza e umanità al marito della donna, ascoltando i suoi sfoghi e le sue perplessità, riuscendo a trasmettere un senso di tranquillità tale da dirottare il discorso anche su argomenti più leggeri.

Un’altra storia tragica si snoda all’interno del romanzo: è quella di Felicita (che tutti chiamano “Happy”) una donna che potremmo definire “del mistero”, perché compare dal nulla e nulla racconta di sé.
Quest’aurea di mistero però, è amaramente motivata: “Happy” è una donna che sta scappando da qualcuno ed è evidente che non voglia essere trovata. Un’oscura figura, triste rigurgito di un doloroso passato, torna a perseguitarla pur essendo passato ormai moltissimo tempo dalla fine del loro rapporto.
Interesserà sicuramente ai lettori più giovani la storia di Vito, che incarna forse un po’ il corrispettivo barese dello “scugnizzo” napoletano. Vito non è mai stato portato per lo studio, che gli ha sempre provocato una specie di “allergia psicologica”. Si trova quindi a doversi arrangiare con lavoretti precari e i datori gli promettono di richiamarlo quando avrebbero avuto ancora bisogno di lui. Ma quel loro bisogno spesso non coincide con quello del giovane, che sogna qualcosa di decisamente più stabile e sicuro: l’apertura di una sua pizzeria. Avrebbe già trovato anche il forno, ma quello che non c’è sono i soldi. Rivolgersi agli usurai è fuori discussione, perché significherebbe affossarsi ancora di più.

Il suo amico Mimmo, che vanta “certe conoscenze”, propone a Vito un rimedio estremo per racimolare la somma: una rapina!
Il ragazzo si trova ad un bivio, e passa la cosiddetta “nottata dell’Innominato.
Vito, per quanto sia scavezzacollo, ha pur sempre una coscienza. L’altra “vocina” dentro di se, continua a però a ripetergli che con la coscienza pulita non ci si mangia.
Cosa scegliere quindi? Il bene o il male? E qual è veramente il bene?
La storia di Vito è peculiare anche per il registro linguistico in cui viene raccontata. Un linguaggio volutamente costellato di espressioni tipicamente dialettali e di un dialetto “italianizzato”. Del resto, Vito pensa in barese e un italiano ineccepibile risulterebbe poco credibile al personaggio.

Incarnazione del tema principale del romanzo, quell’amore richiamato anche dal titolo è Felice, un giovane militante comunista. Egli è totalmente allergico alla vita semplice e asfittica del paese (da Bari ci si sposta in questo caso a Terlizzi) dove la gente si spacca letteralmente la schiena per un lavoro mal retribuito. Fin da quando era poco più che bambino, due occhi hanno costantemente spiato Felice: sono quelli di una sua vicina di casa, segretamente innamorata di lui. Preso da tutt’altri pensieri, il ragazzo non si era accorto di lei. La guarda per la prima volta mentre testardamente cerca di prendersi cura delle piante del suo balcone, che si presentano in condizioni a dir poco disperate. Ciò nonostante, la ragazza non si arrende. Felice la guarda per la prima volta e qualcosa dentro di lui si smuove: inizia a pensare che la semplicità della gente del paese e la quella sua perseveranza, non siano poi così disdicevoli.

06 16 IvanaSalveminiLamoreèlarisposta 4Il libro pone quindi una delle domande fondamentali: in che misura siamo burattini di cui il destino muove i fili, e in che misura siamo padroni e capaci di cambiarlo? Domande irrisolte sin dalla notte dei tempi, a cui il romanzo non pretende di fornire una risposta definitiva. L’unica pretesa dell’autrice, è quella di evidenziare come il mettere un po’ d’amore in tutto ciò che si fa non sia mai sbagliato, ed anzi renda tutto più bello.

 

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