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12 03piertrovisoNOCI (Bari) - In attesa di tornare ad esibirsi davanti al suo giovane pubblico, il cantautore nocese Pierfrancesco Troviso continua a raccontarsi con la sua musica attraverso la pubblicazione del suo nuovo singolo “Spalle”. Il brano, disponibile dallo scorso 6 novembre sulle piattaforme di streaming musicale, è il terzo registrato dal promettente artista classe ’95.

12 03copertinaspalleAd accompagnare “Pier” nell’incisione della sua canzone, prodotta presso lo studio di registrazione “Vinyl Sound” di Niki Intini, il basso di Pierfrancesco Trisolini e la batteria di Alessandro Semeraro. Dopo il primo singolo intitolato “Ippocampo”, incentrato sulle difficoltà di un amore da dimenticare, e dopo “Karma” pubblicata lo scorso marzo, che racconta di una profonda inquietudine, arriva “Spalle”, la quale racchiude un ulteriore narrazione sincera che l’autore consegna al suo pubblico. Con trasparenza “Pier” descrive l’indifferenza verso il «dolore altrui» che è tra i tratti distintivi della società contemporanea, insieme ad altre problematicità, dal cibo spazzatura all’uso spropositato dei social, a cui il testo fa riferimento. Non manca, dunque, al talento nocese il coraggio di sottolineare con criticità tali questioni e soprattutto di raccontare liberamente, con un brano dalla sonorità pop, anche le proprie personali fragilità. Il risultato è un pezzo da ascoltare e riascoltare, efficiente nella trasmissione di stati d’animo ed emozioni dell’autore e nei cui versi ci si può facilmente riconoscere.

“Pier” ha risposto alle nostre domande che ci aiutano ancora meglio a comprendere ciò che ha voluto trasmetterci e raccontarci con “Spalle”.


“Spalle” è un brano ricco di contenuti e dominato dal suono delle tue chitarre. Come nasce questa canzone?
«“Spalle” è nata nel periodo pre-laurea, mentre ero abbastanza stressato. Il testo è stato per me una valvola di sfogo: ho preso carta e penna e buttato giù ciò che mi passava per la mente in quel momento, senza troppi giri di parole. Le emozioni che provavo, quali stress, frustrazione e ansia, sono state tradotte in un suono aggressivo rappresentato da una chitarra elettrica che man mano è diventata sempre più distorta. Personalmente apprezzo “Spalle” per la musicalità più che per il contenuto. Di solito mi impegno parecchio quando scrivo perché cerco di raccontare qualcosa (un episodio, un’esperienza che mi ha segnato, un dissidio interiore) o di trasmettere un messaggio positivo, mentre in “Spalle” il testo racchiude una serie di “lamentele”, che magari nessuno ha voglia di sentire, ma che potrebbero far riflettere l’ascoltatore, anche solo per un istante».


Possiamo dire che il filo conduttore che unisce i tuoi tre singoli e che racchiude anche un messaggio positivo e di speranza è rappresentato proprio dalla potenza e dalla bellezza della musica, tua compagna di vita?
«Certamente possiamo dire che il filo conduttore dei brani è rappresentato dalla musica, che è in grado di raccontare tutto a tutti. La sua potenza risiede nella capacità di trasmettere emozioni forti da chi canta a chi ascolta, anche senza che l’uditore abbia personalmente vissuto le esperienze che hanno portato l’autore del testo a dar forma alla canzone. Molti dei miei componimenti, ad esempio, riflettono vicissitudini assolutamente personali, ma chi li sente può facilmente sintonizzarsi con me e provare, e condividere, ciò che ho sentito io».


Nel piacevole e orecchiabile ritornello ci ripeti «Non c’è nessuno a cui piace tenere il dolore altrui sulle proprie spalle». L’indifferenza davanti al dolore è l’unico e quindi generalizzato atteggiamento che hai riscontrato nell’altro? C’è ancora spazio per relazioni autentiche e di custodia?
«La prima strofa della canzone esprime il concetto dell’“insoddisfazione” derivata dall’avere spesso a che fare con persone superficiali, egoiste e offuscate dai pregiudizi.

C’è sempre spazio per relazioni “autentiche”, purché ci sia la voglia di impegnarsi a costruirle. Noto che nella società in cui viviamo, pur essendo bombardati da richieste di amicizia sui social e pur condividendo con sempre più persone la nostra quotidianità, facciamo fatica a creare relazioni vere, autentiche. Abbiamo perso l’empatia verso gli altri, siamo diffidenti, raramente siamo disposti a sacrificarci, a mettere da parte il nostro orgoglio e a intervenire nel momento del reale bisogno. Like, banali commenti con “frasi di circostanza” e reazioni sui social ci danno, poi, l’impressione di essere circondati da tanta gente, quindi non ci spaventa l’idea di perdere un amico perché siamo istintivamente portati a credere che ci sarà qualcun altro pronto a rimpiazzarlo. Di conseguenza intratteniamo sì tante relazioni, ma quasi tutte costruite sulla base poco solida della “prima impressione”, caratterizzate da frivolezza e soggette a rapidi sfaldamenti».


Nei versi della tua canzone hai denunciato altre problematiche proprie del mondo contemporaneo. Perché hai deciso di farlo insieme alla riflessione sull’indifferenza?
«Perché il tema di fondo della mia canzone è quello della superficialità e di un generale disinteresse. Questa superficialità ha un’eco anche nel rapporto che ciascuno di noi ha con la propria salute, fisica e mentale. Non di rado si possono vedere persone che, pur consapevoli delle problematiche da cui sono afflitte, continuano a mangiare cibo-spazzatura, a bere alcol a dismisura e a fumare; ci sono, poi, genitori che “armano” i propri figli, sin dalla più tenera età, di dispositivi elettronici di ultima generazione senza prendersi la briga- proprio per superficialità- di insegnare realmente a usarli. Non è quindi difficile che già da bambini si venga plagiati dagli influencers o, ancora più negativamente, da personaggi politici di spicco che inneggiano all’odio e alla violenza verso il “diverso”. Ci si trasforma facilmente in “leoni da tastiera” privi di consapevolezza e di un reale spirito critico».


Sei già al lavoro in vista di una prossima pubblicazione?
«Nonostante le svariate difficoltà di questo periodo, continuo comunque a registrare le canzoni che faranno parte del prossimo EP/album e a scriverne di nuove. Si fa quel che si può! Il mio desiderio più grande, però, è quello di tornare a esibirmi in live. I live sono per l’artista fondamentali perché lo aiutano a far esperienza sul palco e, soprattutto, lo guidano in un’auto-analisi facendogli capire se sta percorrendo la strada giusta oppure no. Chi canta, ad esempio, può capire se ci sono canzoni che al pubblico non piacciono semplicemente guardandolo. Quando sono sul palco osservo per bene i volti dei miei ascoltatori, cerco di analizzare le loro espressioni così da capire se ciò che sto cantando piace o meno. Viceversa, attraverso la mia espressività cerco di incantare l’ascoltatore e di trasmettere in profondità le emozioni della canzone».

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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