NOCI - Nella consueta e incantevole cornice del Chiostro delle Clarisse, lo scorso 3 settembre si è rinnovato l’appuntamento con “Settembre in Santa Chiara”, il ciclo di conversazioni storiche che da ben 25 anni rappresenta un fiore all’occhiello della cultura nocese, proponendo una serie di appuntamenti che ci aiutano a conoscere sempre più sfaccettature della nostra storia, attraverso voci competenti e autorevoli.
La manifestazione, promossa dal Comune di Noci con la Biblioteca comunale “Mons. A. Amatulli” e il Centro culturale “Giuseppe Albanese”, in collaborazione con la Società di storia patria per la Puglia, il Gruppo Umanesimo della Pietra di Martina Franca e le associazioni “Terra Nucum” e "Puglia Trek&Food" di Noci. Particolarmente interessante l’appuntamento che ha inaugurato questa edizione così significativa, intitolato “Popoli, migrazioni e DNA: il territorio di Barsento tra tardoantico e ed età angioina”. Un autorevolissimo pool di ricercatori ha condotto delle ricerche genetiche e antropologiche su dei resti ossei ritrovati in quel di Barsento. Resti che grazie a tecnologie sofisticatissime hanno raccontato e stanno continuando a raccontare più di quanto si potesse immaginare. La serata e stata moderata dalla Dott.ssa Vincenza D’Onghia, medico chirurgo, genetista ed esperta di storia della medicina. Illustri relatori della serata, sono stati Francesco Montinaro, Sandro Sublimi Saponetti e Claudia Decarolis, del Dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Ambiente dell'Università degli Studi di Bari.
Dopo il discorso inaugurale di Giuseppe Basile, direttore della Biblioteca Comunale, si è passati ai saluti istituzionali della Consigliera Comunale con delega alla Cultura Marta Jerovante e di Francesca Romana Paolillo, soprintendente Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la Città di Bari. Ci si è addentrati quindi nel vivo dell’avvincente tematica.Il Professor Sublimi Saponetti, antropologo, ha esaustivamente sintetizzato il lavoro di scavi archeologi di cui Barsento è stata protagonista dal 1997 al 2016 e in seguito al quale sono stati ritrovati resti di 42 individui all’interno di sepolture datate tra III e V secolo dopo Cristo. Erano presenti anche sepolture risalenti all’età bizantina. Un’opportunità unica che il pool di ricercatori ha colto al volo per studiare non solo i flussi migratori di cui il nostro territorio è stato protagonista. E questi resti umani, a distanza di secoli, hanno “parlato”. Hanno raccontato in maniera molto eloquente che tipo di lavori si svolgessero, quali fossero le malattie maggiormente diffuse (quelle infettive come la sifilide quelle da carenze nutrizionali). Altissima era anche la mortalità infantile, ma per i piccoli che superavano le età particolarmente critiche, le condizioni di salute si stabilizzavano con la crescita. Sempre grazie al Prof. Sublimi Saponetti, sono emersi dei veri e propri “cold case” in merito alla morte di alcuni soggetti rinvenuti in una fossa comune risalente all’età Federiciana. Fanno particolare impressione le ferite da arma contundente riscontrate sul cranio e sulla mascella di un soggetto femminile ivi sepolto. Interessante ed emotivamente toccante l’approfondito studio condotto Dalla Profess.a Claudia De Carolis su una donna rinvenuta in una sepoltura di età tardo-antica. La peculiarità di questa sepoltura sta nel fatto che seguiva perfettamente le linee del corpo, come se fosse stata costruita su misura. La giovane madre in questione, che concluse la sua esistenza terrena ad appena 31 anni, era alta 1,51 e pesava circa 60 kg. Doveva essere sicuramente una persona con una posizione sociale di spicco, considerando che nella sua tomba sono stati ritrovati resti di uccelli e di pesci che erano molto probabilmente parte del banchetto con il quale un tempo si salutavano i cari defunti secondo il rituale del “refrigerium”. La sua storia clinica è stata ben travagliata: dalle carenze nutrizionali (poi recuperate) a patologie polmonari e malattie croniche. Purtroppo per lei, la affliggeva anche un meningioma, tumore osseo benigno ma particolarmente aggressivo. Le caratteristiche dei resti ossei suggeriscono che la donna abbia lavorato molto con la parte superiore del corpo (una tessitrice, ad esempio). Sembra che fosse però anche una cavallerizza, cosa non rarissima ma certamente non consueta per l’epoca. Questo rivoluziona un po’ la concezione precostituita che abbiamo dell’universo femminile dell’epoca, dimostrando che realmente le donne fossero molto più emancipate e combattive di quanto si sia portati a pensare. L’intervento conclusivo è stato quello del genetista Francesco Montinaro, che studiando il DNA dei resti relazionando la comunità dell’area di Barsento del tempo con quella italiana dei nostri giorni. Perché nel DNA è scritta la storia di intere generazioni. Settembre in Santa Chiara vi aspetta puntuale il prossimo 10 settembre sempre presso il Chiostro delle Clarisse alle 18:45 .






















