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Se sarà femmina chiamiamola Crimea!

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LETTERE AL GIORNALE - Ci sono luoghi della terra che per la loro storia, la molteplicità degli accadimenti di cui sono stati teatro, il continuo andirivieni di popolazioni, con il loro carico e intreccio di aspettative, di culture, di lingue, hanno via via assunto nel tempo un forte valore simbolico e geopolitico.

Soprattutto per quest’ultimo caratterequello geopolitico-quei luoghi sono diventati paragrafi della nostra memoria che riassumono e definiscono, ciascuno per la propria parte, gli snodi evolutivi, i passaggi di stadio della vita dell’uomo sulla terra. Pensiamo allo Stretto di Gibilterra! Conosciuto ai tempi dell’antica Grecia come le “Colonne d’Ercole”, esso era considerato nella mitologia classica il confine del mondo allora conosciuto e con esso il limite della conoscenza per l’uomo. Ma il limite, il confine non possono che avere carattere programmatico! Perché quando sono imposti d’imperio sono destinati ad essere superati dalla insopprimibile pulsione alla “canoscenza” dell’uomo, quindi dal suo ingegno. E’ un principio intrinseco alla dinamica evolutiva della specie umana. Esso testimonia della ineluttabilità del cambiamento, anche se questo, come ci insegna la Storia, non è mai un processo lineare, né omogeneo. A volte, e non di rado, procede per percorsi catastrofici. La prima guerra mondiale e poi la seconda ci hanno offerto una rappresentazione tragica, quasi estrema delle condizioni in cui può precipitare l’uomo e della problematicità del suo risollevarsi per recuperare il senso dell’orientamento verso obiettivi, finalità coerenti con i valori di fondo, i diritti, le aspirazioni delle società umane civilizzate. Ma come possono tenersi insieme lo scenario dell’ “Odissea” e quello della “ Soluzione finale, della Shoah? Il Mito e la Storia? In realtà essi non sono disgiungibili in quanto espressione di un’unica entità chiamata persona, che per essere tale, capace di agire e di pensare, di fantasticare, di immaginare, di sognare( “I have a dream”: Martin Luther King). L’Uno e l’Altra, il mito e la storia, tenuti insieme dall’ordine sintattico della consecutio temporum, dal succedersi degli stadi evolutivi all’interno di una visione unitaria dell’esistenza umana, della filogenesi dell’Umanità. Così l’Odissea la si può comprendere solo se la si colloca a ridosso del tragico affresco della “Guerra di Troia” in cui i colori dominanti sono quelli marrone-rosso del terreno di battaglia, il grigio-plumbeo di un cielo sempre minaccioso e il nero delle donne in gramaglie, rassegnate nella parte di bottino di guerra( Briseide-Criseide), oggetto di ratto(Elena), di donna implorante e fedele( Andromaca)! Quando Omero orienta la prua di Ulisse verso Occidente, lo scenario cambia profondamente sia nelle sue sfumature cromatiche che nei protagonisti. A dispetto del titolo dell’opera, ricalco del nome del protagonista principale ”Odisseo”, l’uomo-scrittore indica la via e le condizioni umane e ambientali perché l’uomo possa uscire dallo stadio della primordialità, dalla fase dell’egocentrismo. Non più, quindi, uomini palestrati, puerili e capricciosi, armati fino ai denti verso l’autodistruzione, ma una realtà da esplorare a partire dal riconoscimento della centralità della diade uomo-donna per ogni ipotesi evolutiva delle società civili. Senza del ruolo attivo e di primissimo piano delle donne che Ulisse incontra lungo il suo viaggio, l’Odissea si sarebbe incagliata al primo naufragio. Un viaggio che segna una netta discontinuità tra il proemio dell’Iliade “cantami o dea del pelide Achille l’ira funesta….” e quello dell’ Odissea “ l’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che molte città vide e conobbe la mente…”. Ciascuno di questi luoghi costieri-isole è segnato dall’incontro di Ulisse con donne dai tratti di personalità ben differenziati- da Calipso a Circe, dalle Sirene a Nausica, fino a Penelope- e riconoscibili come costellazione di un femminile moderno. E dopo un salto temporale di secoli, Omero consegna il testimone della letteratura mediterranea e visionaria a Dante, che dopo aver fatto dire a Ulisse, in un momento in cui i suoi compagni minacciano di non proseguire il viaggio e di fare ritorno a casa,” fatti non foste a viver come bruti……” lo incoraggia a spingersi oltre lo Stretto di Gibilterra facendolo poi naufragare subito dopo averlo attraversato. Navigando quella lingua di mare che collega il Mediterraneo all’Oceano Atlantico, l’Ulisse-Dante aveva sfidato la “volontà divina” che poneva in quel luogo il limite per l’uomo di ciò che gli era dato di sapere, di conoscere. Ma, con il “folle volo” di Ulisse, il Sommo poeta scioglie il… Mito e spiana la strada alla Storia. Infatti a meno di due secoli dopo Isabella di Castiglia e Cristoforo Colombo discutono del viaggio che avrebbe allargato quei confini al “Mondo Nuovo”, varcando la soglia della Storia Moderna e spostando progressivamente il baricentro del mondo sviluppato dal Mediterraneo all’Atlantico, fino agli Stati Uniti d’America. Che hanno consolidato la loro centralità nell’area dei paesi democratici, soprattutto dopo la fine della seconda guerra mondiale, provocata da una regressione dell’Europa allo stadio dell’egocentrismo primordiale, esibendo uno stereotipo d’uomo capriccioso, obnubilato, violento fino all’autodistruzione, degradando la donna al ruolo di servizievole e tragica comparsa(Eva Braun, Claretta Petacci). La guerra come teatro in cui la scena è interamente occupata da un “maschio” in versione narcisistica, cinica, anafettiva, con la donna dietro le quinte. Quindi ritorno ai tempi “dell’ira..” con rappresentazioni soltanto di tragedie, morti, distruzioni, fino a quando gli spettatori esausti abbandonano la sala, decretando di fatto la fine della messa in scena. E in attesa di una “nuova” programmazione ciascuno prova a rientrare nei propri confini, frutto di un “nuovo” equilibrio/ordine mondiale(?!). Già, equilibrio o ordine? Sì, perché sono due termini che rimandano ad ambiti molto diversi tra loro e di conseguenza a soluzioni completamente differenti. L’equilibrio è proprio della Fisica e si riferisce alle condizioni in cui si trova un corpo sul quale agiscano delle “forze che si fanno equilibrio”. Ordine, invece, ovunque lo si consideri, fa riferimento a successione, disposizione, priorità, gerarchia. Ora se consideriamo la tragedia che sta vivendo la popolazione ucraina dopo l’invasione da parte della Russia, siamo in tanti a chiederci come sia possibile che dopo circa un anno e mezzo dall’inizio del conflitto e centinaia di migliaia di morti non si ponga fine a quel martirio. Quello che risuona nelle innumerevoli discussioni è un tipo di pensiero marchiato da una visione e cultura belliciste, per cui lo sterminio può cessare a condizione che si ripristini la scena in cui l’homo bellicus possa completare la sua parte fino all’ultimo spettatore con la donna dietro le quinte, quando non eliminata(Anna Politkovskaja,7 ottobre 2006). La distinzione tra buoni e cattivi è coerente con ogni scrittura che si rispetti per una tragedia pensata per un (nuovo?)ordine mondiale, reclamato dalla Russia e basato sulla deterrenza nucleare; ma il problema che abbiamo di fronte noi, ora, non è quello di intrecciare una corona di alloro per il Sofocle del terzo millennio, ma di chiederci come possiamo ricostruire un equilibrio mondiale sulla scia dell’ “Odissea” dell’uomo per ”seguir virtute e canoscenza”. Quali sono le nuove Colonne d’Ercole? Equilibrio e Ordine, così come sono state pensati e realizzati sembrano essere le due parole che meglio riflettono uno stato di cose che il tempo presente ha rivelato essere d’ inciampo all’evoluzione della nostra civiltà. L’attuale “Ordine Mondiale” conserva sostanzialmente l’impianto che gli hanno dato le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, quando su impulso degli Stati Uniti hanno dato vita all’ONU, con sede negli Stati Uniti, e al suo consiglio di sicurezza formato da cinque membri permanenti(potenze nucleari ) unici ad avere diritto di veto e da dieci non permanenti. Lo scopo dichiarato era quello di promuovere la pace e la sicurezza internazionale. Ma la Storia ha sancito irrevocabilmente l’inaffidabilità, in materia di pace e sicurezza, dell’homo bellicus con le sue testate nucleari che fanno da tappo alla voce dei popoli, tenendo sotto scacco le relazioni tra di essi. Ma se le strade delle relazioni tra i popoli sono “minate”, l’unico esito possibile dell’agire umano è l’imbarbarimento. Non è, quindi, a un “nuovo ordine mondiale” che possiamo affidare la risoluzione dei tanti conflitti sui vari teatri della terra, perché questo implicherebbe, in modo incontrovertibile il riconoscimento della superiorità dell’homo bellicus sull’homo sapiens e la dotazione per ogni paese di arsenali nucleari sempre più artificiosamente intelligenti. Non è naturalmente intelligente questa prospettiva, conveniamone!! Un nuovo equilibrio, una nuova genetica culturale a fondamento delle relazioni tra i popoli potrebbe aprire una nuova stagione per la civiltà umana. Allora chiamiamo a raccolta tutti i più sapienti artigiani e costruiamo insieme un Grande Veliero. che dopo aver solcato le acque del Mediterraneo, culla delle più antiche civiltà, orienti la sua prua verso le Colonne d’Ercole del terzo millennio: gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo, e punti dritto verso la Crimea. La Crimea, una terra che per la sua storia e la sua posizione geografica ha via via assunto i caratteri di confine minato tra Oriente e Occidente, configurandosi come l’ “oscuro oggetto del desiderio” del moderno homo bellicus, quindi motivo di conquista ad ogni costo; cioè al costo di migliaia e migliaia di vite umane. Questo è, al fondo, ciò che ci sta di fronte: la materializzazione di una cultura costruita sulla premessa della irriducibilità dell’Uomo come persona capace di emanciparsi dallo stato primordiale. Ma Ulisse dopo i Lestrigoni non pensò di interrompere il viaggio e ingegnarsi per vendicare i suo compagni trucidati, ma fattosi sapiens riprese la sua via dell’ esplorazione e della conoscenza. Prima Omero, poi Dante, quindi Isabella e Cristoforo ci hanno indicato la rotta per liberare l’uomo dall’angustia delle sue superstizioni e dagli appetiti dei suoi istinti più arcaici. A noi la responsabilità di chiudere con ogni retaggio della seconda guerra mondiale, cominciando da un obiettivo sommamente simbolico, politico, culturale: il trasferimento della sede dell’ONU da New York a Sebastopoli, sottraendo così la Crimea alla contesa tra le superpotenze, dotandola di Immunità Diplomatica in quanto terra del mondo, crocevia dei popoli. Affidiamo a un team di architetti di tutti i continenti l’ideazione del Nuovo Palazzo di Vetro delle Nazioni e a Pellizza da Volpedo il compito di pennellarne l’affresco. Forniamogli tutto il materiale: avrà bisogno di molti colori! La Crimea, proiezione quadrilatera tra il Mar Nero e il Mar d’Azov, incaricata di vigilare in tutte le direzioni sul processo di denuclearizzazione militare di tutti i suoi confini come segno tangibile di una rinnovata volontà politica dei paesi coinvolti e premessa di una denuclearizzazione progressiva del pianeta; la Crimea, porta d’oriente baricentrica rispetto ai destini dell’Umanità e humus ideale per una genetica culturale universale. Facciamo che il nostro viaggio sia accompagnato da tutte le sinfonie di cui sono capaci le nostre intelligenze, e dopo aver eliminato tutti i rumori di fondo dei parrocchiani di tutte le chiese, affidiamo il timone del vascello a un Homo Sapiens: se sarà femmina, chiamiamola Crimea!

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