Da Milano, Rossana

NERO SU BIANCO - 21 febbraio. A Codogno, un piccolo paese in provincia di Lodi a circa 60 km da Milano, un uomo di 38 anni viene ricoverato e risulta positivo al tampone a cui era stato sottoposto. Credo che in pochi quel giorno abbiano davvero avvertito tutto quello che di lì a poco sarebbe accaduto, e io non ero tra quelli. Di quel giorno  ricordo la chiamata dei miei genitori a 900 km di distanza chiaramente allarmati e il mio tentare di tranquillizzarli informandogli che quella provincia sarebbe stata chiusa e che difficilmente la situazione sarebbe potuta degenerare. Ho peccato di ingenuità o di un illusorio ottimismo? Quasi sicuramente si. Da quel giorno tutto è improvvisamente cambiato.

Non so quando ho realmente preso coscienza della situazione, ma ricordo che ho iniziato ad averne quando tornavo a casa e ritrovavo mia sorella (receptionist di un hotel in centro a Milano) alle prese con continue telefonate di disdetta, quando alle mie amiche continuavano a procrastinare il rientro in ufficio disponendo il lavoro agile, o quando non ho potuto più girare dall’altro lato del banco per abbracciare quella nostra cliente come facevo ogni mattina per augurarle il buongiorno. All’improvviso, infatti, ci è stato chiesto di tenere un metro di distanza tra di noi, di indossare guanti e mascherine ed evitare qualsiasi contatto fisico con chiunque. Un abbraccio non era più un abbraccio, era diventato motivo di contagio.

Eppure c’è stato un giorno in cui tutto ha iniziato ad assumere sembianze di una realtà che nessuno di noi avrebbe mai immaginato di poter vivere. In quella famosa conferenza di Conte, erano circa le 20 credo, il Premier dichiara la Lombardia zona rossa. Dal giorno successivo nessuno sarebbe più potuto entrare e uscire da questa regione, e io ero tra questi. Il mattino successivo, come ogni giorno negli ultimi due mesi, al mio risveglio prendo tra le mani il cellulare e controllo immediatamente le statistiche di contagi e decessi. Quel giorno la mia attenzione fu immediatamente catturata da immagini apparentemente inspiegabili.

Quella notte, dopo le parole di Conte, centinaia e centinaia avevano affollato le stazioni di Milano tentando disperatamente la fuga ciascuno verso casa propria. Personalmente vivo qui a Milano da 8 anni oramai e in tutto questo tempo non c’è stato mai un periodo più lungo di 30 giorni in cui io non sia tornata a Noci a trovare la mia famiglia, i miei amici. Eppure quella sera il mio primo pensiero non fu quello di tornare, per la prima volta in 8 anni il mio pensiero fu quello di restare. Per la prima volta in 8 anni ho pensato che rientrare a casa non avrebbe arrecato felicità, ma sarebbe stata fonte di ulteriori preoccupazioni. Non sapevo se anche io fossi stata contagiata, ogni giorno qui in città i casi aumentavano a vista d’occhio, io sarei potuta essere una contagiata asintomatica e involontariamente avrei potuto mettere a rischio molte persone. Restare in quel momento mi è sembrata la scelta più responsabile da fare, e forse anche la più difficile perché dentro di me sapevo che da quel momento non avrei più potuto contare i giorni che mancavano al mio rientro a Noci.

Nei giorni successivi è stata disposta la chiusura di tutte le attività. Le uniche a poter restare aperte erano quelle che fornivano beni di prima necessità. Io lavoro da qualche mese in un panificio, quindi ero considerata a tutti gli effetti parte di questa categoria.

Non ho avvertito molto il senso di quarantena a cui tutti gli italiani sono stati giustamente obbligati, ogni mattina ho continuato a recarmi sul mio posto di lavoro e ogni mattina svegliandomi e mettendo piede fuori casa ho sperato che quella giornata si sarebbe conclusa nel migliore dei modi possibile. Alcuni in tutto questo periodo mi hanno considerato fortuna perché ho avuto la possibilità di uscire, eppure io in questa situazione non ci ho visto della fortuna. Ho continuato il mio lavoro perché ho creduto sin dal primo giorno che era la cosa più giusta che potessi fare, ma la paura è stata per tutti questi mesi la mia fedele compagna. Ci sono stati giorni in cui il forte stress emotivo superava di gran lunga la stanchezza fisica. Rientrando a casa dovevo praticamente spogliarmi sul pianerottolo, mettere tutti i vestiti in un sacchetto e riporli immediatamente nella lavatrice, chiedendo a mia sorella di non avvicinarsi a me almeno fino a quando non ero sicura di essere completamente pulita. Scene che sfioravano l’assurdo ma che erano necessarie. Ci sono stati giorni in cui ho trovato la forza in tutti i miei colleghi che all’improvviso si sono rivelati essere una seconda famiglia, tra paure e preoccupazioni non sono mancati i sorrisi che ci hanno aiutato ad affrontare giornate difficili tutti insieme.

E poi loro, i clienti: alcuni di loro, i più anziani, spaventati e in lacrime, i continui ringraziamenti quando mi recavo nelle loro case per consegnargli direttamente la spesa. Alcuni ti chiedono di lasciare il sacchetto sul tappeto ringraziando a porta chiusa e promettendo che una volta tornati alla normalità sarebbero passati in negozio a ringraziarci personalmente e a stringermi la mano. Altri, invece, quella porta la aprono e ti passano i soldi su palette, mestoli, attaccati a mollettine sulla maniglia della porta. Eppure sapere di rendere felice qualcuno credo abbia aiutato molti di noi. A volte mi sono ritrovata a rassicurare qualcuno di loro, sperando che poi a fine giornata qualcuno rassicurasse me.

Insomma, mi è stato chiesto come è stato vivere a Milano in questi mesi. Io non so come sia stato, ancora oggi non riesco spesso a razionalizzare bene tutto quello che è accaduto e che sta ancora stravolgendo la nostra quotidianità. So che quei pomeriggi che sul balcone si improvvisavano flashmob per sentirci più vicini, io non riuscivo a cantare ma osservavo il modo in cui le persone riuscissero a ritrovare un po’ di forza, so che per quanto possibile ho cercato ogni giorno di sdrammatizzare con qualche scenetta delle mie perché volevo rendere tutto più semplice a mia madre e mio padre che ogni giorno mi sapevano lì fuori a 900 km da loro.

Non so neanche quanto ancora dovrà cambiare, quando potrò effettivamente tornare a riabbracciare la mia famiglia, quando potrò salire su quel treno. Posso dire che vivere a Milano in questi mesi mi ha insegnato a non sottovalutare più nulla, che sia in senso positivo o meno, mi ha insegnato che la distanza non è determinata dai km o dai metri che ti dividono da qualcuno e che spesso questa non allontana le persone ma le unisce più di quanto crediamo sia possibile.

Dicono che dopo tutto questo forse diventeremo persone migliori, forse ci renderemo conto di quanto spesso trascuriamo, rimandiamo, fingiamo di ascoltare o di essere presenti. Non so se realmente raggiungeremo una nuova consapevolezza di noi stessi e del nostro modo di vivere, ma forse sento di poter dire che dopo tutto questo tutti quegli abbracci che qualche volta ci dimenticavamo di dare saranno più forti di prima e tutte quelle parole che affidavamo a delle emoticon sui nostri cellulari magari impareremo a dircele guardandoci negli occhi una volta per tutte.

Da Milano, Rossana.

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