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A dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI

Il 25 gennaio 2006 viene pubblicata la prima enciclica teologica (o sociale?: Semeraro, 2014) di Papa Benedetto XVI, titolata Deus caritas est (DCE) e datata 25 dicembre 2005. L’articolazione dell’enciclica – formata da quarantadue paragrafi – si compone dell’introduzione (§ 1), della prima parte (§ 2-18), della seconda parte (§ 19-39) e della conclusione (§ 40-42). Il contenuto essenziale del documento di Papa Ratzinger ruota attorno alla virtù teologale dell’amore o della carità cristiana: virtù che viene attualizzata e problematizzata nel quadrante storico e sociale dominato, in prevalenza e su scala mondiale, dal relativismo culturale, dall’indifferentismo morale e dal nichilismo filosofico, chiuso alla trascendenza e alla trascendenza di ogni trascendenza ovvero al Dio personale di Gesù Cristo, confessato, celebrato e vissuto dalla Chiesa cattolica (Crepaldi, 2010).

Ebbene, tra le diverse declinazioni dell’amore cristiano, il Santo Padre affronta la questione dell’impegno politico dei cattolici o dei fedeli laici nella seconda parte dell’enciclica e precisamente nella sezione riguardante la relazione che sussiste tra la  giustizia e la carità (§ 26-29): capitolo classico della teologia morale speciale e, soprattutto, della dottrina sociale della Chiesa, che, nonostante la pubblicazione del Compendio (2004) e del Dizionario (2005) – da parte del Pontificio consiglio della giustizia e della pace - , resta, anche durante il fluire dei nostri giorni e del decennale della DCS, ai margini della predicazione omiletica e della catechesi ordinaria e parrocchiale, per i giovani e per gli adulti: catechesi che, a sua volta, vive una crisi profonda, impantanata, com’è, quasi esclusivamente, sui temi “eticamente sensibili” e sulle questioni relazionali ed intergenerazionali, senza tener conto degli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia (29 giugno 2014), emanati dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI; Turi, 2015).

La vicenda, invece, dell’incarnazione storica della “virtù morale o naturale della giustizia” e della “virtù teologale o soprannaturale della carità” sembra essere una vicenda che l’odiernità, ecclesiale e sociale, ha rimosso lentamente e progressivamente, a motivo dei vari “pensieri deboli” (Savagnone, 2012) che circolano negli ambienti pastorali e negli ambienti civili. Così, s’è creata, tra i cattolici, non solo “la diaspora politica” (Ruini, 1995) ma anche “la diaspora culturale” (Turi, 2000) e la “diaspora antropologica” (Balduzzi, 2008): queste tre diaspore, oltre a confondere il legittimo pluralismo con il legittimo opinionismo, ha inquinato anche il dato teologico dell’unità della fede, dei sacramenti e dell’amore fraterno: di qui, è venuta fuori, purtroppo, anche un’implicita “diaspora ecclesiale”, che si è proiettata sul profilo del laicato, distinto e distante ovvero sul laicato pastorale, sul laicato spirituale, sul laicato secolare, sul laicato socio-politico e sul “laicato sfuso” o indistinto. Grazie all’insegnamento e al governo di Papa Francesco, qualcosa sta cambiando sia sul piano della pulizia ecclesiale sia sul piano della misericordia laicale, per la verità già segnalate dal Cardinale Ratzinger nelle meditazioni alla Via crucis pontificia del 2005.

Dal punto di vista dottrinale e spirituale, Benedetto XVI invita i cattolici impegnati in politica e nella vita pubblica, anche in Italia, a conoscere il contenuto reale della giustizia sociale e dell’amore sociale: la giustizia sociale è, infatti, ciò che è dovuto ad ogni cittadino – e alla sua famiglia – per il semplice fatto di essere un essere umano mentre l’amore sociale consiste nel tutelare e promuovere, da parte dello Stato sociale di diritto e delle sue articolazioni,  i diritti personali, la pace e l’ecologia integrale (cf Centesimus annus, 1991; Turi, 1998; Laudato si’, 2015; Turi 2015). La giustizia sociale e l’amore sociale, a loro volta, hanno una relazione immanente poiché la giustizia è il prezzo minimo dell’amore e l’amore è il prezzo minimo dell’amore pasquale o del “dono sincero di sé”: l’amore verso il prossimo sofferente, nel cui volto è presente il Cristo che soffre, è innanzitutto l’amore verso “le pietre di scarto” (Bello, 1935-1993), verso “le vite di scarto” (Bauman, 1924) e verso “le periferie esistenziali” (Papa Francesco, 2013).

L’impegno dei cattolici in politica oggi in Italia (Sorge, 2011) implica, perciò, una permanente e matura competenza etica a cui va associata una normale e ordinaria competenza tecnica: quest’ultima appartiene, propriamente, alla sfera professionale della burocrazia tant’è che, come dimostrano gli ultimi casi di corruzione, in tutto il Paese, è quest’ultima a paralizzare l’azione sociale del ceto politico il quale dovrebbe interessarsi delle linee generali d’indirizzo e di controllo politico della gestione della “cosa pubblica”: i cattolici impegnati in politica dovrebbero, inoltre, favorire la nascita e lo sviluppo dei fondamenti della comunità politica, che sono l’amicizia civile e la giustizia sostanziale (che comprende quella commutativa, quella distributiva e quella sociale). L’amicizia civile e la giustizia sostanziale, per i cattolici impegnati nella vita  pubblica, vanno prima testimoniate, in prima persona o in gruppo,   e poi animate e istituzionalizzate, attraverso l’esercizio perseverante del bene comune (Campanini, 2013): bene comune, che secondo Papa Ratzinger bignona ideare e realizzare nel rispetto del  principio di laicità (§ 29; nota n.22) poiché va dato a Dio ciò che è di Dio   e a Cesare  ciò che è di Cesare (Mt 22,21; Dalla Torre, 2007; Turi, 2013). Questo principio, ribadito con forza anche dal Vaticano II (cf Gaudium et spes n.76), esplicita altresì l’autonomia e il pluralismo delle scelte che i cattolici, guidati dalla coscienza cristiana, possono fare in politica e nella vita pubblica.

Il rispetto della laicità della politica (cf Gaudium et spes n.36; Lazzati, 1909-1986) è la maggiore garanzia dell’efficacia storico-concreta dell’autonoma azione dei cattolici in politica (cf Gaudium et spes; Congregazione della dottrina della fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002; Turi, 2007; DSC nn.28-29; Turi, 2010): tale principio, oltre a presevare il pluralismo politico dei cattolici, è il terreno comune dov’è possibile trovare, con gli altri componenti delle compagini partitiche, “un punto comune di ragione” (Lazzati), basato sull’ordinamento fissato dall’umanesimo costituzionale (Caimi, 2013). In questo senso, la Chiesa purifica la ragione politica, di tutti i cittadini attivi e creativi, attraverso l’azione autonoma dei fedeli laici i quali non possono non ricordare che la loro specifica vocazione è quella di cercare il Regno di Dio, trattando e ordinando le cose temporali – tra cui la politica – secondo Dio (cf Lumen gentium n.31).

In sintesi, il legittimo pluralismo  politico dei cattolici, oggi in Italia, esprime tre valori: il primo è quello che bisogna aderire a quei movimenti politici che condividono l’insieme organico dei princìpi personali e comunitari della dottrina sociale della Chiesa; il secondo è quello che bisogna, eventualmente, aderire a quei partiti che, gerarchizzando tali valori, mettono al primo posto il diritto alla vita, al lavoro e alla famiglia (cf art.29 della Carta costituzionale); il terzo è quello che bisogna, ragionevolmente, aderire, in modo visibile e pubblico, a quelle coalizioni politiche che, per ragioni contingenti, sono costrette a scegliere – tra due mali – il male minore.

In quest’orizzonte, per formare una nuova classe dirigente di cattolici impegnati in politica, come vuole Papa Ratzinger (DCE nn.28-29) e l’Episcopato italiano, è urgente attivare o riattivare, in ogni diocesi e in ogni zona pastorale, le Scuole all’impegno sociale e politico: scuole che formano, non tanto al “terzo settore” che, stante le ultime indagini della magistratura, risultano anch’esse  opache, quanto alla politica vera e propria, intesa sia come arte e scienza della vita sociale sia come “forma esigente di vivere la carità” (Paolo VI, 1971).-

 

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