Scipione Laera: un poeta della nostalgia del futuro

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Uno dei “poeti non professionisti” del XXI secolo nocese è, certamente, Scipione Laera (13 maggio 1941): prima di essere un poeta dialettale, egli è, però, un uomo che, nel corso della sua vita travagliata, ha toccato il mondo del lavoro subordinato e autonomo sia a Milano (addetto alla Motta, ecc.) sia in Germania (addetto alla lavorazione dei materassi, ecc.) sia a Noci (negozio di articoli sportivi, esercizio di ristorazione, ecc.). Oggi, insieme alla graziosa moglie – Enza Rizzi (5 marzo 1949) e ai due bei figli Maria Pia (1969) e Francesco (1976) – è, a tutti gli effetti, un artista autodidatta, con una particolare predilezione nei confronti della poesia.

L’ultima sua pubblicazione “Stòrij de Vììt” (Storie di vita), Tipografia Fusillo, Noci 2015, è una rassegna della vita del passato nocese, particolarmente concentrata sul periodo seguente la conclusione della seconda guerra mondiale: questo curvatura regressiva – nonostante il matrimonio (Noci, 14 maggio 1966) – è talmente impressa nell’intelligenza cordiale di Laera che, a stento, egli  riesce a liberarsene completamente. All’interno di queste coordinate storico-concrete e di questi stili di costume diffuso, basate sulla ricostruzione materiale, spirituale e morale dell’Italia, Scipione Laera pianta l’albero della vita della sua poetica, che, in sintesi, si potrebbe identificare con la nostalgia del futuro, intesa come prolungamento positivo del passato e del presente rimemorizzato.

In particolare, questa “cifra esistenziale ed etica” è rintracciabile nella sua raccolta Storie di vita: cifra, inoltre, spesso innervata dai sentimenti del dolore e dell’amore, che, per gli addetti ai lavori, rappresentano i due terreni infiniti della poesia melanconica e risurrezionale del Meridione d’Italia. Il vissuto, la vita concreta, l’esistenza quotidiana, personale, familiare e di gruppo sono le dimensioni che popolano la poesia di Laera, che non solo non ha nazionalità ma non ha neanche i perimetri della classicità e degli universi aperti: oggi, infatti, la poesia ha un orizzonte planetario dove tutti gli esseri umani, in un modo o nell’altro, sono poeti dello stupore della vita.

Innanzitutto, c’è da dire che Laera non s’addentra nei labirinti e nei percorsi della metodologia scientifica della poesia (cf G.L.Beccaria (diretto da), Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica, Einaudi, Torino 1989), in generale, e della “poesia dialettale”, in particolare, poiché il suo intento è esclusivamente quello che fa capo alla narrazione ritmica della vita storica del recente passato. La trama interiore del libro, scandito in 47 liriche, inizia l’11 luglio 2001 – due mesi prima dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle di New Jork – e termina il 2 gennaio 2015: sono oltre quaranta mesi di ruminazione scandagliata della memoria, con traduzione italiana a fronte, che indaga gli “anni ruvidi” della vita paesana nocese e delle sue tradizioni secolari. Questa ruvidità è, comunque, una ruvidità artistica, un primitivismo naif che ricorda alcune grandi poesie musicate dai grandi cantautori italiani, come, per esempio Il treno che viene dal sud (S.Endrigo, 1933-2005), dove non ci sono più baci tra gli innamorati o tra i coniugi ma c’è la ricerca del lavoro, trovato, perso e ritrovato: insieme al tema centrale del lavoro e ai suoi risvolti ecologici, economici, assistenziali, mutualistici e pensionistici, c’è quello più prezioso, coinvolgente, avvolgente e attrattivo della storia di tutti i giorni (cf pp.77-80) dove Laera esplicita e descrive, in dettaglio, le fasi iniziali del cominciamento mattutino delle “donne servili” della famiglia e dei mariti. In merito, l’affresco antropologico della lirica segnalata è colma d’ingredienti materiali e immateriali che meriterebbero un’analisi critica, soprattutto in materia di infrastrutture della “vita comune”, non disgiunta da tutti i bisogni della persona: da quelli igienico-sanitari a quelli psicologici, da quelli psico-sociologici a quelli coniugali e familiari, da quelli dei “gruppi di pressione” a quelli civici.

L’attenzione all’esistenza femminile della vita comune getta nuova luce, nel libro poetico di Laera, sul profilo sotterraneo della religiosità popolare a Noci: religiosità studiata, con finezza inarrivabile, da Vittorio Tinelli (1919-1991), e tuttavia non ancora completata nei suoi risvolti più propriamente ecclesiologici e teologici. La “carne viva” delle donne di Noci, nel dopoguerra, è una “carne vivente” nel senso che essa rimuove gli ostacoli secolari della subordinazione nei confronti dei maschi e dei mariti e si apre all’iniziale modernità del paese: su questo versante i poeti di Noci dovrebbero investigare, ancora di più e meglio, il contributo che le ragazze e le donne dell’Azione Cattolica locale hanno dato al processo d’emancipazione del nuovo movimento sociale postbellico a Noci.

La lirica “Questo è il mio paese” (cf pp.157-160 è, infine, un altro “spaccato sincronico e diacronico” della città dei tre campanili. Un brano di questa poesia dice: “Di tempo ne è passato e il sangue del nocese sta cambiando di colore, prima era verde chiaro come la speranza, come quello della libertà che si poteva respirare col petto fuori, mentre oggi con tutta questa mescolanza, non si può fare neanche più un fischio”. Qui, la regressione – di stampo pascoliano e pasoliniano – di Laera è schietta: ma la regressione è proprio il tempo che passa, anzi è proprio il futuro che non c’è più. Oggi, in poesia, la regressione riguarda solo il principio di ogni cosa: principio che coincide col suo fine ultimo perchè la questione del tempo contemporaneo ha superato queste distinzioni: oggi e soltanto oggi è, insieme, preistoria, storia e metastoria. Il resto non appartiene al dominio dell’uomo ma al mistero di Dio, che è un mistero d’amore che non conosce tramonto.-

                                                                             

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