La Liberazione tra il “già” e il “non ancora” nel pensiero dello “statista di Maglie”

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Per Aldo Moro (Maglie, 23 settembre 1916; Roma, 9 maggio 1978), il 25 aprile 1945 coincide con una liberazione speciale che sta tra il “già” e il “non  ancora” ovvero con una liberazione che sta tra la luna storica e il Sole che non conosce tramonto. Per questo motivo storico-concreto (Maritain, 1936) e storico-teologico (Turi, 1994), la concezione che “lo statista di Maglie” (Campanini, 1982) ha della libertà contingente e la libertà eterna è una concezione plenaria e solidale (cf A.Moro, Scritti e discorsi, I, Roma 1982, 209-210). “Siamo tutti in attesa – esordisce Moro – di una liberazione. Questa richiesta, questa speranza, che corrono per tutta la vicenda della storia e danno ad essa un’ansia dolorosa, una perenne inquietudine, un bisogno di rivelazioni buone, sono soprattutto di questa tragica ora. Noi sentiamo il peso grave di mille oppressioni e la ferocia storia umana senza umanità ci prende in una morsa alla quale non è possibile sfuggire” (p.209).

Il senso dell’attesa di una liberazione contingente (25 aprile 1945) e di una liberazione definitiva (25 aprile dell’anno della gloria) proviene, in Moro, dalla sua tersa e adamantina spiritualità e testimonianza cristiana, giunta sino al martirio: testimonianza, personale e comunitaria, vissuta, sempre, alla luce dell’ascolto della Parola di Dio, dell’alimentazione eucaristica e dell’amore civile e politico, posto in essere nei confronti del popolo italiano e della Repubblica democratica. La cifra etica ed escatologica è, per il nostro autore e in sostanza, una “cifra globale” poiché non ci può essere la cifra immutabile della liberazione senza che ci sia o ci siano le liberazioni mutabili nel tempo delle oppressioni e della ferocia disumana (=seconda guerra mondiale, con circa 55 milioni di morti). “Se la vita – continua Moro – non è condannata ad un dolore senza intervallo e senza scampo, noi dobbiamo essere liberati. Ne abbiamo il diritto, perché siamo uomini che la morte non ha preso ancora; uomini ai quali la vita sorride, malgrado tutto, come una cosa bella e buona. Bellezza e bontà, certo, nascoste in un fondo impenetrabile quasi, ma che affiorano irresistibili, vincendo il dolore, con una promessa che non vuol cedere, essa, al dolore” (p.209).

La prosa morotea si fa sempre più avvitante e profonda, incanzante e pertinente: dalla scuola di Mons. Giovanni Battista Montini (1897-1978), egli ha imparato che l’ordine morale delle famiglie, delle società civili e delle comunità politiche si rivela attraverso il diritto alla verità, alla libertà, alla giustizia e alla carità. E’ dalla verità che scaturisce la libertà ed è dalla libertà che promana la giustizia: la carità teologale, invece, nasce dall’Amore e sfocia nell’amore verso il prossimo. “In questo mondo cattivo – prosegue Moro – noi aspettiamo una liberazione dal mondo. Questo, cui rinunciammo nella saggezza innocente del Battesimo, ci ha preso ancora e pesa su di noi. Vogliamo esserne liberati. Ma questo mondo è fatto da noi, uomini che andiamo intrecciando assurdi rapporti di odio, che andiamo disperdendo la vita che dovremmo salvare e svolgere in tutto il suo valore. Non possiamo essere liberati dal mondo, se non ci liberiamo da noi stessi” (p.209).

La liberazione del 25 aprile 1945 è, quindi, una vera liberazione se gli uomini e le donne si libereranno dal peso del mondo e del peccato, della superbia e dell’egoismo, dell’indvidualismo e del consumismo, del materialismo e dell’idolatria neopagana: su questo aspetto particolare della sua visione della vita umana e dei popoli, Moro evidenzia una chiarissima inflessione agostiniana e neoagostiniana, caratterizzata dal primato della grazia divina nella storia e della verità antropologica, nello spazio e nel tempo. L’orizzonte cristocentrico e laico della sua interpretazione totale della storia, gli fa sottolineare, in virtù del principio della laicità, che, per l’ideale della libertà, gli uomini “[…] hanno preso le armi (armi raffinate e micidiali di una tecnica sapiente), hanno preso le armi in tutti i paesi del mondo, per liberarci dalla paura e dal bisogno, per liberarsi dalla ferocia e dal dolore. Per liberarsi dal bisogno, gli uomini lo accrescono smisuratamente e il terrore domina dove passano eserciti che son fatti di uomini; l’uno contro l’altro, fremendo alla vista del volto umano dell’avversario da uccidere. Per liberarsi dal dolore, gli uomini ne moltiplicano all’infinito la tragica esperienza” (p.210).

Quest’ultima riflessione di Moro – espunta dal vocabolario giuridico di Giuseppe Capograssi (1889-1956) – introduce nel perimetro della sua idea umanistica dell’umanità fraterna e filiale: gli uomini e le donne che abitano il mondo non sono nemici ma amici, non sono polemici ma pacifici, non sono competitivi ma collaborativi, non sono asimettrici ma simmetrici, sono uguali perché sono diversi ma non avversi. L’umanesimo plenario e solidale di Moro è, infine, un umanesimo che libera la libertà: è, cioè, un umanesimo “Dove giungono gli eserciti nel gioco alterno della vicenda di guerra, è come se fosse giunta la libertà. La vita vorrebbe sorridere ancora invitante. Tuttavia noi aspettiamo una liberazione. L’aspettiamo ancora, perché dove gli uomini si uccidono, la vita è sospesa e attende, per tanto insopportabile dolore, una liberazione” (p.210). Per Moro, la guerra, come il peccato, è una contraddizione interna della vita umana e dell’amore: la liberazione del 25 aprile 1945 – che conclude, in Italia, il secondo conflitto mondiale (1939-1945) – è, quindi, soltanto la premessa della libertà del popolo dello Stivale: libertà che non è soltanto la mancanza di guerra armata ma è, soprattutto, la rivelazione definitiva e anticipata della Verità fattasi persona umana in Gesù Cristo, centro e vertice della storia e del cosmo.- 

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