Giuseppe Lazzati e Maria di Nazareth

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Ricordo del “professore milanese” a trent’anni dalla morte

 

La figura e l’opera di Giuseppe Lazzati (Milano, 22 giugno 1909 - 18 maggio 1986; Malpensa-Parola, 2005) non sempre sono state raccontare ed interpretate nella loro integralità laicologica e mariologica. Soprattutto sul piano della laicità mariana, soltanti pochi studiosi hanno messo in luce l’originale insegnamento che il “professore milanese” ha lasciato sulla Madre di Dio (Turi, 1990; Zerbi, 2001; Oberti, 2003): insegnamento che qui rivisitiamo (Turi, 1998; 2003; 2016) per ricordare Lazzati a trent’anni dalla morte (Pazzaglia, 1997). Ebbene, il nostro autore tratta di Maria di Nazareth, Vergine, Immacolata e Assunta in cielo (in corpo e anima) attorno a cinque punti fondamentali, sintetizzati, in modo mirabile, dal Concilio Vaticano II (Lumen gentium nn.52-69).

Il primo punto concerne la relazione tra Maria e la grazia. La “piena di grazia” (Lc 11,28) viene interpretata da Lazzati in chiave sia teologale sia estetica: “Oggi è festa – dice l’intellettuale cattolico – perché col di lei concepimento appare nel cielo l’aurora radiosa, ineffabile, del giorno pieno che ha nome Cristo; in previsione dei suoi meriti essa è preservata dal peccato originale, cioè, fin dal primo istante, in lei abita Dio e il demonio non ha su di lei il minimo potere. E’ il trionfo della potenza, della sapienza dell’amore di Dio; per questo è festa in cielo, è festa in terra”. Dove abita Dio lì abita la Sua vita ovvero abita la  grazia: la pienezza della grazia nella vita della Madre di Dio è, perciò, la pienezza della bellezza di una creatura. La grazia divina, infatti, non cancella soltanto ogni peccato ma, inabitando permanentemente nell’esistenza della “donna di Nazareth” (Gal 4,4), dà contenuto alla bellezza umana il cui corpo comunica l’amore dello Spirito Santo. La grazia, intensiva ed estensiva che abita, senza soluzione di continuità, la vita di Maria autocomunica la persona e la sostanza dell’Amore che è lo Spirito Santo. La grazia amorosa e l’amore grazioso sono, a loro volta, la causa sorgiva della santità cristiana donata dalla Trinità divina in virtù del mistero pasquale del Figlio incarnato, per noi e per la nostra salvezza.

Il secondo punto riguarda il rapporto tra Maria e l’umiltà: umiltà che secondo Lazzati non ha soltanto una natura spirituale e virtuosa ma ha soprattutto una struttura trascendentale. L’umiltà di Maria (Lc 1,48) è, infatti, ciò che aumenta e feconda la grazia: in questa prospettiva e per Lazzati, la Vergine è umile poiché dice docilmente “sì” a Dio. La vocazione cristiana, considerata in base all’esperienza storica della Madre del Signore, è, di conseguenza, vocazione all’umiltà poiché – grazie all’umiliazione terrena  del Redentore – è nell’umiltà che si trova la via, la verità e la vita. La struttura trascendentale dell’umiltà – vissuta, in modo esemplare, dall’Immacolata – è pertanto ciò che permette alla Chiesa e al genere umano di accogliere la Verità: questa è vicina al cuore di chi La cerca e trovatala la cerca senza sosta, senza fermarsi in quanto tra la Verità, la grazia e l’umiltà c’è un’interdipendenza ontologica e ontica. L’umiltà feconda la grazia e la grazia feconda la conoscenza della verità tutt’intera: inoltre, l’umiltà illumina la grazia e la grazia illumina la via che porta ad accettare il dono della santità cristiana: allo stesso modo, l’umiltà genera, dal punto di vista umano, la grazia e la grazia genera alla “nuova vita” ovvero alla vita eterna.

Il terzo punto attiene al nesso tra Maria e la croce: per Lazzati si tratta di affrontare e vincere ciò che egli chiama “lo stillicidio della vita quotidiana”. “Non illudiamoci – ribadisce il Rettore dell’Università Cattolica – che amare la croce e trasformarsi in crocifissi sia cosa facile alla nostra natura: nulla ci è di più opposto perché essa e tale trasformazione esige la nostra buona, costante, pensosa volontà è però frutto di grazia. Ora io voglio indicarvi la strada più facile per raggiungere la meta: essa ha un nome dolcissimo: Maria”. La croce, il dolore e la sofferenza sono posizionate, senza scampo, lungo “il pellegrinaggio della fede”, anzi senza il dolore di Maria e del Figlio di Dio non si spiega il mistero della morte e della risurrezione. In compagnia dell’Assunta, ogni cristiano e ogni persona umana, con la forza della fede e dell’amore per Dio e per il prossimo, sono in grado di superare il dramma della sofferenza. In ogni caso, la croce e i suoi discepoli sono capacitati al “servizio gratuito” poiché la Madre di Dio è anche Madre della Chiesa e Madre dell’umanità.

Il quarto punto ha a che fare con la connessione tra Maria e la secolarità: questo punto è, forse, il più originale della mariologia di Giuseppe Lazzati. Maria è, tra l’altro, “la prima laica” della storia della salvezza e della Chiesa. La desacralizzione dell’ebraismo trova in Maria di Nazareth la sua origine sorgiva: chi ha a che fare col Dio di Gesù Cristo e con la Sua famiglia non separa più il sacro dal profano poiché tutto il creato è luogo teologico della santità e della salvezza. Lazzati così s’esprime: “A prescindere dall’aspetto miracoloso che  tale vita (=Maria:nda) presenta, essa può apparire la vita di una donna del suo tempo e nasconde l’essenza religiosa del suo stato di perfezione sotto l’apparenza della vita comune di sposa e di madre”. Il carattere secolare della vita mariana ripropone l’orizzonte universale della santità laicale e della salvezza eterna: la vita quotidiana dei fedeli laici e dei fedeli chierici è, allora e attraverso il loro “ministero specifico”, il luogo essenziale della pratica della carità amorosa e dell’umiltà graziosa: siccome la grazia suppone ed eleva la natura, “il mondo nuovo” diventa “la nuova creazione” e l’altare antropologico del sacrificio e del rinnovamento fraterno, personale e comunitario della Chiesa e del genere umano.

Il quinto – e ultimo punto – ruota attorno alla relazione che c’è tra la devozione e Maria: tale devozione, colma di pensosa spiritualità, incrocia la liturgia mariana e la religiosità popolare. Il fondamento della devozione nei confronti di Maria è, comunque, per il “professore milanese”, “[…] vivere in noi l’esemplarità di Maria. Il che significa che il nostro essere cristiani deve assumere la forma di vita di Maria che nella Chiesa esprime la più alta realizzazione della conformità a Cristo a cui il Padre ci ha chiamati”. Su questa base, l’imitazione di ciò che ha detto e ha fatto Maria di Nazareth non può prescindere dalle celebrazioni delle liturgie mariane poiché in queste si rivive la vita di Maria. La devozione mariana dei cristiani registra, tra le altre, anche la “religiosità popolare” che va purificata ma non cancellata: per Lazzati, la devozione a Maria è, in sostanza, il punto di partenza del vissuto della grazia, dell’umiltà, della croce e della secolarità dei cristiani e degli uomini di buona volontà.- 

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