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GiovedÌ, 16 Luglio 2020 - 06:10

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Don Giuseppe De Luca nasce il 15 settembre 1898 a Sasso di Castalda in Lucania e muore a Roma il 19 marzo 1962 (Terenzi, 1972; Guarnieri, 1982). Esponente di spicco del movimento cattolico italiano del XX secolo e intellettuale erudito e popolare dell’ecclesialità nostrana, fu, tra l’altro, prete e divulgatore attrattivo della cultura teologica e religiosa, ritenuta la fonte indispensabile del dialogo con le scienze umane ed artistiche e la condizione necessaria per  confrontarsi con le correnti valoriali della modernità.

Su questi versanti, non accademici, sono da posizionarsi i suoi Scritti sulla Madonna (Roma, 1972) tra cui esaminiamo, qui, soltanto quelli riguardanti il mese mariano (pp.97-100).Il “mese mariano”, infatti, è un mese particolarmente significativo per i cristiani, in generale, e per i cattolici, in particolare (Rosso, 1985; Maggioni, 2009). Per don Giuseppe De Luca, il mese mariano stimola ad andare alla scuola della Madonna per un mese (pp.99-100) e ad innamorarsi della Madre di Dio, Vergine, Immacolata e Assunta (pp.97-99).

Per quanto concerne l’andare a scuola della Madonna per un mese, il “prete romano di Sasso di Castalda” dice queste parole: “Nella Madonna noi veneriamo la  creatura umana che ha avuto meno peccato e più dolore; di qui la nostra ammirazione, di qui la nostra affezione. Soltanto così poteva affiancare tanto da vicino l’opera della nostra redenzione, intrapresa da Colui che non ebbe ombra di peccato e portò la pena di tutti i peccati. Soltanto così Gesù poteva averla a madre, e lei poteva chiamare Gesù suo figlio”. A differenza degli uomini e delle donne che più peccano e più sono felici, Maria, afferma don De Luca, è colei che ha meno peccato ed ha sopportato più dolore di tutti, soprattutto al Calvario: se la causa della morte è il peccato fondamentale,  attuale e grave dell’uomo, in compagnia di Maria, allora, tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà possono indossare l’abito della grazia divina e di ogni grazia trinitaria. La scuola mensile con Maria di Nazareth diviene, così, luogo teologico della vita spirituale, morale e caritativa dei battezzati e delle famiglie cristiane: la cifra mariologica intensiva del mese di maggio rinnova ed innova la vita eucaristica e l’amore pasquale dei cristiani. In altre parole, Maria non solo è “la creatura immacolata e piena di grazia” ma, sul piano antropologico, è “il paradigma umanistico” capace di annientare il peccato e di costruire, in Cristo, “l’uomo nuovo”. Lungo questa direzione interpretativa, la  “nuova Eva” è l’incarnazione della maternità del Figlio di Dio e l’assimilazione materna della Chiesa (che genera alla fede cristian) e del genere umano (che, in Cristo, per Cristo e con Cristo, coopera alla “creazione permanente”). In prospettiva cristocentrica ed ecclesiologica, il mese mariano è “un tempo favorevole” per vivere l’intimità con Maria e col Signore, che è dire vivere ed accettare il sono della felicità e della salvezza anticipata. “Alla scuola di Maria – continua don De Luca -, se noi sappiamo durarci anche per un mese solo, apprenderemo le due cose più necessarie della nostra vita: evitare il peccato, santificare il dolore”: si tratta, in sostanze di purificare il cuore dei cristiani e di vivere la vita spirituale in compagnia di Maria di Nazareth, attraverso la mistica e l’ascetica ovvero attraverso l’unione indissolubile e l’allenamento continuo con la grazia di creazione e di redenzione.

Per quanto attiene, invece, al valore morale e sostanziale del mese mariano, don Giuseppe De Luca si sofferma su un tema a lui molto caro su cui ha costruito gran parte delle sue ricerche filologiche, letterarie e teologiche: il tema è quello della pietà mariana e popolare, mai apprezzata dai fautori dell’orgoglio della ragione e della razionalità chiusa alla trascendenza. “Così come questa devozione è nata – asserisce don Giuseppe -  e si venne via via svolgendo negli ultimi due secoli, comporta una meditazione, un esempio, un fioretto; e da ultimo, per coronamento, la benedizione del Santissimo”. Questo vissuto cristiano è un vissuto mensile e articolato: è il vissuto esistenziale e popolare di chi è coinvolto nella lectio divina, nella carita operosa nei confronti del prossimo e, segnatamente, degli ultimi, nella rinuncia non del superfluo del superfluo ma nella rinuncia al proprio orgoglio e ai propri beni e, infine, nella contemplazione del Signore, Salvatore e Redentore del mondo, grazie al “si” di Maria di Nazareth.  

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