Moro e la politica del confronto

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Un’idea permanente dell’”arte del possibile”

Come “arte del possibile”, come teoria e pratica della vita sociale e come “amicizia civile”, la politica non può fare a meno del dialogo tra i partiti politici: partiti dove i cittadini hanno la libertà e il diritto di associarsi al fine di concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale (Costituzione italiana, art.49). La politica del dialogo è, quindi, una doverosità sociale e istituzionale dei partiti in quanto essi sono chiamati, dalla Costituzione della Repubblica italiana, ad attuare il bene comune del Paese e a cercare tutte le vie morali per realizzare la giustizia sociale, soprattutto tramite una legislazione che rispetti i principì del primato della persona umana e della solidarietà lavorativa.

Aldo Moro (Maglie, 23 settembre 1916; Roma, 9 maggio 1978) non solo pone in essere, nella sua lunga esperienza parlamentare e governativa, la politica del dialogo ma durante gli ultimi mesi della sua vita fa un ulteriore balzo in avanti, trasformando la politica del dialogo nella politica del confronto tra i due grandi partiti popolari della Democrazia Cristiana (DC) e del Partito Comunista Italiano (PCI): politica del confronto che, nella cosiddetta “terza fase” (Campanini, 1982), ha lo scopo di realizzare “il compromesso storico” tra la DC e il PCI. In merito, Moro delinea il profilo della “politica del confronto” in un discorso tenuto a Bologna, il 12 dicembre 1977, durante un incontro con i responsabili zonali della DC (cf A.Moro, Discorsi politici, a cura di G.Rossini. Introduzione di L.Elia, Roma 1978, 177-180).

“E’… chiaro – esordisce Moro – che nella nostra posizione di oggi non c’è rinuncia, ma competizione: non c’è confusione, ma originalità e distinzione. Sempre, naturalmente, con grande senso di responsabilità. E’ in atto infatti una dialettica politica, la quale non cessa di essere tale, se si svolge, e soprattutto in un momento come questo, in modo civile, se ritrae dal dibattito un equilibrato indirizzo unitario”(p.177-178). La politica del confronto è, per “lo statista di Maglie”,  una necessità sociale, morale,  istituzionale e parlamentare poiché quando due partiti, distinti e a volte distanti, rappresentano gli interessi diffusi della stragrande maggioranza degli italiani allora servono le “decisioni supreme e audaci”: la DC non si dissolve nel PCI ma insieme al PCI  può trovare per il Paese un equilibrato indirizzo  unitario, capace di affrontare le nuove sfide della modernità civile e dell’Europa “in divenire”. Per Moro, l’orizzonte politico del confronto non si restringe alle esigenze interne della Repubblica ma anche a quelle internazionali: la visione politica e generale di Moro è vedere prima e in grande il futuro possibile e il futuro prossimo. I suoi interessi non si limitano all’unità del partito ma all’unità del Paese e alla sua coesione civile.

“La politica del confronto – aggiunge Moro -, pur non comportando alleanze politiche e di governo, riflette una situazione nella quale, per un complesso di fattori, sono venute attenuandosi posizioni pregiudiziali, ferma restando quella diversità, quella caratteristica di alternatività ideale che è stata e resta il modo di essere reciproco della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista (p.178)”. La matrice politica morotea è qui la matrice della mediazione degli interessi diffusi: mediazione, alta, che non disintegra le peculiarità ideali, valoriali e morali della democrazia  pluralista e d’ispirazione cristiana: in profondità e in sintesi, il confronto politico è tra il principio di libertà inviolabile dell’uomo (Costituzione italiana, art.13a) e il principio d’uguaglianza sociale  del cittadino: la legge, cioè, è uguale per tutti non soltanto dal punto di vista penale ma pure dal punto di vista civile. In tal senso, gli interessi che il Parlamento deve garantire e promuovere devono essere interessi generali e diffusi e non interessi particolari e di ceto. La sostanza del confronto è, quindi, il nuovo baricentro politico e unitario basato sulla compossibilità tra il valore della libertà e il valore della giustizia: la libertà promana dalla verità dell’uomo mentre la giustizia promana dall’uguaglianza dell’uomo. I cittadini sono uguali perché sono diversi e soltanto se sono veramente diversi sono liberi.

Il contenuto costituzionale del confronto politico colloca Moro nella costellazione stellare dei cattolici impegnati in politica: dopo don Luigi Sturzo (1871-1959; De Rosa, 1982) e Alcide De Gasperi (1881-1954; Campanini, 1982), Moro è il più grande “politico cattolico” perché è stato capace, sempre, d’avere un altissimo “senso dello Stato” ovvero di responsabilità istituzionale e pubblica. Uno Stato senza “istituzioni calde” è uno Stato che inaridisce, pronto ad essere assorbito dagli estremismi di sinistra e di destra. L’unità morotea è sempre un’unità tra i distinti e non un’unità tra gli opposti: con la DC anche il PCI imparerà ad essere un partito di governo, chiamato a misurarsi col “Paese reale” e non solo col “Paese legale”.

“Noi – continua Moro – siamo un partito democratico, non socialista e non classista, e quindi nel solco di quella tradizione che è un dato essenziale della società occidentale, senza che ciò faccia ostacolo ad un discorso, reciprocamente rispettoso, con altre culture. Siamo un partito fortemente caratterizzato in senso popolare, con una vastissima rappresentanza di interessi e di ideali diffusi in una realtà sociale estremamente varia e mediati in modo politicamente appropriato (p.179)”. A differenza degli altri partiti politici, Moro rivendica alla Democrazia Cristiana la sua peculiare popolarità interclassista e solidarista: peculiarità profondamente inserita nella grandi democrazie Occidentali a motivo dello spirito generale e unificante delle diverse coloriture sociali. La forza democratica e pluralista della Democrazia Cristiana è la garanzia più solida che allontana ogni inquinamento populista: gli ideali e gli interessi diffusi della DC sono la risposta più adeguata alle trasformazioni, profonde e veloci, della società italiana: trasformazioni a cui il PCI non è pronto e che lo sarà se la DC non si sottrarrà alle sue responsabilità costituzionali e generali.

La politica del confronto è, infine e in sostanza, un dovere insormontabile della coscienza storica della fine degli anni settanta del ‘900 italiano: coscienza che, aprendosi a ciò che è nuovo e a ciò che è difficile, evita la patologia della dissoluzione sociale e le sue derive antistatali, reazionarie e autoritarie.- 

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