Essere o non essere prossimo: questo è il problema!

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Vibrante appello di Papa Francesco ai cristiani laici

Durante l’Angelus di domenica 10 luglio 2016, Papa Francesco ha commentato e attualizzato la parabola evangelica del buon samaritano: parabola che, nel contesto dell’Anno Santo della Misericordia, assume un significato speciale per tutti i cristiani e, segnatamente, per tutti i cristiani laici la cui vocazione propria è quella di cercare il Regno di Dio, trattando e ordinando, secondo Dio, le cose temporali (Lumen gentium n.31). L’estensione missionaria di questa vocazione corre,  comunque, sull’unico binario evangelico del “comandamento dell’amore” (cf L’Osservatore Romano, 11-12.08.2016,8).

“Oggi la liturgia – esordisce il Papa – ci propone la parabola detta del ‘buon samaritano’, tratta dal Vangelo di Luca (Lc 10,25-37). Essa, nel suo racconto semplice e stimolante, indica uno stile di vita, il cui baricentro non siamo noi stessi, ma gli altri, con le loro difficoltà, che incontriamo sul nostro cammino e che ci interpellano. Gli altri ci interpellano. E quando gli altri non ci interpellano, qualcosa lì non funziona; qualcosa in quel cuore non è cristiano”. La relazione tra l’io e l’altro è una relazione costitutiva di ogni persona umana e, in modo del tutto particolare, di ogni battezzato dall’amore pasquale: la natura cristologica della relazione “unisce ogni persona all’altra persona” mentre la degradazione di questa natura crea  l’individualismo, l’egoismo, il narcisismo e l’indifferenza interpersonale, familiare e sociale. In concreto, il Santo Padre usa un’espressione forte quando dice che un cuore che non si sente interpellato dall’altro non è un cuore cristiano: ciò sta a dire che nella società opulenta dove campeggia l’idolatria del denaro, i cristiani laici non possono rimanere in ozio ma devono tradurre la loro fede in vita vissuta con le sorelle e coi fratelli più poveri e miserabili. In quest’orizzonte, narcotizzato dai disvalori della cecità spirituale e morale, spetta ai cristiani laici trasformare le “parole” in “fatti”: è necessaria, cioè,  una convergenza tra la conversione missionaria dei cattolici e il prendersi cura di tutti i figli di Dio, in stato di bisogno.

Noi possiamo chiederci, continua il Pontefice, “[…] chi è il mio prossimo? (v.29)…Chi devo amare come me stesso? I miei parenti? I miei amici? I miei connazionali? Quelli della mia stessa religione?”. Ebbene, nel commentare la parabola, Papa Bergoglio elenca le distorsioni sociali, economiche e politiche del nostro tempo: distorsioni che, coprendo la realtà, danno corpo al familismo, alla “cricca dei corrotti”, ai misticismi razziali e ai fondamentalismi religiosi. Sono queste deformazioni culturali che non fanno riconoscere ai fedeli laici “il prossimo secondo Gesù” il quale, senza mezzi termini, si fa memoria, compagnia e profezia di ogni donna e di ogni uomo, che abitano il pianeta. Gesù è, ontologicamete, il buon samaritano eterno, che si avvicina ad ogni fragilità umana, che fascia le ferite di ogni lacerazione fisica e psichica, che “custodisce” ogni vita umana e che si prende cura, per sempre, di ogni persona che abita le “periferie esistenziali” e le “pietre di scarto”. Lungo quest’itinerario cristiano della prossimità, ci viene in mente l’aforisma di Papa Montini (1963-1978) per il quale tutto ciò che è umano ci interessa: ecco, allora, qual è il compito dei cristiani laici nell’oggi della fede, della speranza e della carità. In sostanza, si tratta non tanto di attendere l’occasione storica per “approssimarsi ai bisognosi” ma di “farsi prossimo”, come il Signore: il vero discepolo del Redentore prende l’iniziativa, aziona la liberazione, mette in moto la valorizzazione degli emarginati e della loro dignità umana. Il vero cristiano laico è il tabernacolo ambulante della carità,  che si spinge fino al dono sincero di sé per permettere che sua sorella e suo fratello possano vivere il dono della verità, della libertà, della giustizia e della solidarietà: grazie alla presenza del “prossimo”, i fedeli laici devono “farsi prossimo” per anticipare il risorgimento e la risuscitazione anticipata della vita ogni uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

“Dipende da me – conclude il Vescovo di Roma – essere o non essere prossimo, la decisione è mia, dipende da me essere o non essere prossimo della persona che incontro e che ha bisogno di aiuto, anche se estranea o magari ostile. E Gesù conclude ‘Va’ e anche tu fa così’ (v.37)”. Dal registro dell’indicativo, il Signore si trasferisce su quello dell’imperativo: l’urgenza della liberazione e della salvezza del prossimo non ammettono tentennamenti spirituali, accidie pastorali, titubanze morali e fumosità missionarie ed ecclesiali. Ancora una volta, la verità teologica della parabola lucana del buon samaritano risiede nell’imperativo cristocentrico del “farsi prossimo”: questo “farsi prossimo” ha delle chiare evidenze esodali e solidali. La conversione permanente dei cristiani laici (=esodo spirituale, dottrinale e valoriale) e la genialità creativa della carità dei battezzati (=solidarietà verticale ed orizzontale) hanno la stessa sorgività il cui nome proprio è l’eucaristia: farsi prossimo, allora, significa farsi eucaristia nella vita della storia dei poveri. Non ci sono, in merito, scorciatoie tattiche, ambiguità attrattive, insignificanze cervellotiche: bisogna essere prossimo perché l’amore di lode verso Dio e di dono verso il prossimo è la radice fondazionale e la sorgente ultima della fraternità cristiana.

Al laicato cattolico italiano e internazionale, Papa Francesco non dice cose difficili, poco comprensibili e da “addetti ai lavori”: in effetti, a ben pensare e a ben credere, non solo la bellezza e l’amore ma anche la verità e la semplicità salveranno il mondo, preservandolo dall’”opacità del maligno” e dalle “strutture di peccato”. Le parole, quasi divine, con cui Papa Bergoglio chiosa il suo Angelus sono le seguenti: “ Ci aiuti la Vergine Maria a camminare sulla via dell’amore, amore generoso verso gli altri, la via del buon samaritano. Ci aiuti a vivere il comandamento principale che Cristo ci ha lasciato. E’ questa la strada per entrare nella vita eterna”.-

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