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GiovedÌ, 16 Luglio 2020 - 14:36

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A cent’anni dalla morte del “patriota di Trento” e della nascita dello “statista di Maglie” 

 

Cesare Battisti (Trento, 4 febbraio 1875; 12 luglio 1916) e Aldo Moro (Maglie, 23 settembre 1916; Roma, 9 maggio 1978) sono accomunati dal medesimo destino storico ovvero “morire per la Patria” e “morire per la Repubblica”. A cent’anni dalla morte di Battisti (Arfè, 1965) e dalla nascita di Moro (Campanini, 1982) è bene ricordare le due grandi figure politiche italiane, attraverso il pensiero che “lo statista di Maglie” ha del “patriota di Trento”: pensiero che, oggi, è possibile trovare nel volume IV degli Scritti e discorsi di Moro (Roma, 1986, 2160-2167).

Il 12 luglio 1966, Moro, da Capo del Governo di centrosinistra (1963-1968), commemora, a Trento, il 50° anniversario della morte di Battisti ed inizia col dire queste parole: “Con profonda emozione ci troviamo oggi a pronunziare il nome di Cesare Battisti in questa città di Trento, che gli diede i natali nel febbraio 1875 e lo vide morire nel luglio 1916, con dignità di chi ancora scopre la Vita, oltre la morte” (p.2160). Le parole d’esordio di Moro, oltre a delimitare l’arco di tempo (=quarantuno anni) della vita terrena di Battisti, ci fanno pregustare le tonalità, quasi oranti, della cifra meditativa ed etico-cristiana che scolpisce l’approccio tematico dell’esperienza eroica di un patriota italiano, impiccato, insieme a Fabio Filzi (1884-1916), nella Fossa della Cervara, sul retro del Castello del Buoncosiglio di Trento. Per Aldo Moro (Presidente del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana) – assassinato dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978, a Roma - la vita di chi dona la vita per la libertà continua a vivere nell’esistenza popolare e democratica degli Stati unitari: esistenza la cui memoria è presente in migliaia di piazze e strade dei Comuni d’Italia ma anche nella coscienza riconoscente di chi può esercitare i propri diritti umani e politici nella pienezza delle loro possibilità storiche e giuridiche.

“Degli eroi – e dello stesso Battisti – dunque – si preferirebbe (continua Moro:nsa) – quasi di non parlare” (p.2160) poiché la vita degli eroi per la verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà risuona nella voce di chi non ha voce e nella voce valorosa di chi lavora, nel silenzio, per il bene personale, familiare e comune. “Il primo tratto che ci colpisce – sottolinea Moro – nella vita del giovane Battisti è la sua esperienza appassionata della scuola universitaria. Fu studente vivacissimo ed esemplare: prima a Firenze e a Graz, poi a Torino, poi ancora a Firenze, dove elaborò la mirabile tesi di geografia fisica e antropica sul trentino” (p.2161). Già durante gli studi presso il ginnasio-liceo italiano di Trento, Cesare Battisti comincia a coltivare la propria formazione intellettuale e morale verso l’ambiente naturale e umano che lo circonda e che plasma il suo vissuto familiare e sociale. Dal punto di vista psicologico, si tratta di una scelta di vita, che, da una parte vuole ricercare e dimostrare l’originaria italianità del Trentino e, dall’altra, vuole indagare, pure dopo la terza guerra d’indipendenza (1866), la peculiare verità storica delle cose che appartengono alla vita fisico-naturalistica e sociale delle popolazioni insediate.

Lungo queste direzioni interpretative, Cesare Battisti, nel pieno del clima irrazionale della cultura, è un precursore della risuscitazione della ragione: ragione alimentata dai valori di giustizia, propri del Partito Socialista Italiano (fondato nel 1892, a Genova), ma sublimate, per Moro, dalle cogenti esigenze della verità. L’irredentismo di Battisti è, per “lo statista di Maglie”, una vera e propria passione civile per il bene del popolo: l’istituzione di un’Università italiana a Innsbruck o a Trieste e l’autonomia amministrativa del Trentino dall’Austria sono i due obiettivi sociali del suo patriottismo non violento, almeno fino al 29 maggio 1915 quando, da volontario, s’arruola negli alpini dell’esercito italiano e, in quanto parlamentare austriaco, combatte, contro l’Austria, in alcune fasi della prima guerra mondiale, scoppiata il 28 luglio 1914, a seguito dell’uccisione, avvenuta un mese prima a Serajevo e per mano di un irredentista serbo, dell’arciduca ereditario austriaco Francesco Ferdinando.

“Ma in Cesare Battisti – prosegue Moro – il problema delle terre trentine irredente si legava ormai a tutta una trasformazione economica e sociale della regione, allo sviluppo umano e civile del proletariato, all’avvento di una maggiore equità distributiva della ricchezza. Dalle pagine del Popolo, il quotidiano da lui fondato nel 1900 e stampato da una tipografia creata dallo stesso Battisti con propri mezzi, egli cominciò a parlare agli irredentisti con il linguaggio di una concretezza nuova. Egli non abbandonava, infatti, le sue battaglie: maggiore quelle per l’università che nei primi anni del secolo lo vide impegnato con slancio talvolta impetuoso, perché si avverasse l’una o l’altra delle soluzioni, che potevano tutelare gli interessi del suo trentino. Era un uomo di pace, anche se di propositi inflessibili. Tra la fine del secolo decimo nono e l’inizio del ventesimo, considerata la situazione politica e le alleanze internazionali dell’Italia, egli sperò onestamente che le varie nazionalità congiunte all’Impero asburgico potessero convivere con una nuova fase federativa, a tutela dei diritti e delle potenziali energie di tutte e di ciascuna” (p.2162). La coesistenza pacifica di popoli diversi – ma non avversi – è, quindi, la stella polare della filosofia sociale del firmamento etico-politico di Cesare Battisti: firmamento che si nutre della componente teologico-creaturale della destinazione universale dei beni terreni e della componente giuridico-naturale delle autodeterminazioni, su basi morali, dei popoli liberi. A tale quota – ideale, valoriale e culturale – l’orizzonte politico che Battisti ha del popolo trentino non ha nulla a che vedere con le concezioni autarchiche e separatiste poichè l’unità e l’indivisbilità della Patria va prima concessa agli altri e poi va richiesta per i propri interessi legittimi.

Il reiterato divieto, da parte degli austriaci, di queste reciprocità politico-istiruzionali induce Battisti (e la sua famiglia) a passare il confine, a trasferirsi a Milano (libera, 1859) e a scegliere la strada interventista del conflitto armato: col battaglione Negretto e Val d’Adige partecipa  ai combattimenti di Monte Corno: qui cade nelle mani degli austriaci che, con un processo rapidissimo, gli tolgono la vita, a Trento, il 12 luglio 1916. “’Io vado incontro alla mia sorte con animo sereno e tranquillo’: sono parole – conclude Moro – che si leggono nell’ultima lettera di Battisti al fratello” (p.2160). Parole che, dal suo socialismo, ricco di umanesimo (Moro, p.2166), mettono in luce il valore non negoziabile della libertà, ancorata alla verità della giustizia.-

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