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La patologia della normalità in Erich Fromm

blog tommaso turi

 

La figura e le opere di Erich Fromm (1900-1980) sono troppo importanti per essere archiviate dalle scienze sociali del nostro tempo, che cercano, attraverso l’individuazione  dell’elemento descrittivo e di  quello normativo, di decifrare i motivi, i valori e i mezzi che sostanziano una società a misura d’uomo e per il bene dell’uomo. Utilizzando le categorie interpretative di Papa Bergoglio, possiamo dire che l’odiernità planetaria è caratterizzata da un grave deficit d’ecologia integrale e questa dipende, soprattutto, dalla carenza dell’ecologia umana e dell’ecologia sociale: ecologia, quest’ultima, studiata, in modo esemplare, sessant’anni fa, da Fromm in Psicanalisi della società contemporanea (=The Sane Society, New Jork 1955; Comunità, Milano 1976). In quest’opera, Fromm mette a fuoco, soprattutto, le cause e gli effetti dell’alienazione dell’individuo che vive la modernità sociale e macrosociale.

La peculiarità dell’apporto di Fromm alla  psicanalisi umanistica della società postcapitalistica, neoliberista, massificata, frammentata e anonima è una peculiarità che interseca il meglio della riflessione sui nuovi assoluti terreni e sulla loro acritica idolatria (=monopolio economico delle multinazionali; oligopolio finanziario delle banche e delle borse; relativismo morale e giuridico; riduzionismo politico teso al bene particolare e non al bene comune, ecc.): il concetto-chiave della sua psicanalisi sociale ruota attorno a ciò che egli chiama la patologia della normalità, che, nella sua essenza, capovolge i soggetti affetti da patologia. Non l’individuo ma la società è ammalata poiché non è possibile che una società corrotta, malavitosa, non incivilita, disumanizzante e opaca nei suoi centri reali di potere pervasivo possa offrire elementi di crescita e di progresso individuale alla persona umana.

Quando Fromm definisce la scienza dell’uomo (cf p.21) come la disciplina che studia la natura dell’uomo egli dice che l’uomo è sia soggetto individuale sia soggetto sociale: soggetto che forma la società e soggetto che è formato o deformato dalla società. Ciò sta a significare che se una società è alienata, viziata e diviata, allora, essa è psichicamente ammalata, è mentalmente insana, è affetta dalla patologia della normalità; gli “anormali” sono per strada mentre i “normali” vivono in casa. In altre parole, la normalità di una società non si fonda sulle “norme condivise” (sbagliate) ma sui valori universali, che sono la verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà; quando la società non vive o non produce i valori universali, l’individuo, il cittadino e il soggetto diventano persone alienate ovvero persone che vivono in società non per perfezionarsi ma per degradarsi.

Certo, quando la persona non riesce ad integrarsi nella società, questo non dice tout court che la società è ammalata né che l’individuo sia ammalato: il deficit d’integrazione non crea la malattia ma la disfunzioni o il disturbo di socializzazione secondaria. “La salute mentale – sottolinea Fromm – viene raggiunta se l’uomo si sviluppa, sino a raggiungere la maturità completa, in accordo con le caratteristiche e le leggi della natura umana, e le malattie mentali consistono in un mancato sviluppo in questo senso” (p.23).

La patologia della normalità è, invece, la presenza della convalida consensuale e negativa dei concetti dominanti nella società: l’arrivismo ad ogni costo, l’indifferentismo dispotico, l’oligopolio totalitario, il malcostume interconnesso, il relativismo sistemico, la criminalità organizzata, le “strutture di peccato” (=burocrazia lentocratica, strutture economiche cogenti, ecc.) dicono che la società non è sana di mente, anzi è psicotica e nevrotica (cf p.23). Scendendo nei particolari, Fromm dice che l’alienazione dell’individuo moderno sostituisce il “sorriso convenzionale” con la “risata genuina”, le “chiacchiere insignificanti” col “colloquio comunicativo”, l’”opaca disperazione” con l’”autentica sofferenza” (cf p.25).

Ebbene, tra questi pensieri psicanalitici di Fromm e i pensieri spirituali di Papa Ratzinger e di Papa Bergoglio c’è un’analogia di fondo, c’è una correlazione coerente, c’è un’interdipendenza oggettiva: l’alienazione individuale che proviene dalla patologia della normalità coincide con la dittatura del relativismo (=ignoranza invincibile, pressappochismo progettuale, intelligenza massiva e omologata, ecc.) mentre la disumanizzazione che proviene dalla società malata coincide con la dittatura dell’indifferentismo (=accidia narcisista, autoreferenzialità del nullismo, pure ecclesiale, ecc.). Dal punto di vista analitico e macrosociale, c’è da dire che questi fenomeni devastanti sul piano educativo e formativo della persona e della personalità si stanno facendo strada anche tra i potenti mezzi della comunicazione sociale: comunicazione che, quindi, va calibrata sull’etica della responsabilità (Weber, Jonas, ecc.) e non sull’etica della convenienza pubblicitaria, che finisce per essere ancorata soltanto ai paradigmi del “dio denaro”.

Indagando serenamente e realisticamente la nostra società opulenta e liquida, sismica e anomica, inondata da disuguaglianze indicibili, non possiamo non ricordare alle persone responsabili del bene sociale (=classi dirigenti) di ricordarsi dell’apporto che la Scuola di Francoforte ha dato per capire un po’ meglio il nostro mondo. Korkheimer, Adorno, Marcuse, Benjamin fino  ad Habermas non possono essere collocati nel pantheon dei musei della cultura. Insieme a Fromm, essi ci hanno insegnato e ci insegnano  che “la teoria critica della società” ha due componenti: la componente storica e quella trascendentale. La componente storica risponde alla domada: com’è organizzata la nostra società? La componente trascendentale risponde, invece, alla domanda: perché esiste la società? 

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