L’eutanasia della classe dirigente

blog tommaso turi

La società italiana del nostro tempo è una società frammentata, a macchia di leopardo, “a pezzi”, conflittuale e antagonista perché è una società apparente, con un alto deficit di verità, di libertà, di giustizia e di solidarietà. Le stratificazioni sociali contemporanee (La Rosa) hanno sì sostituito le antiche due classi sociali dell’ideologia materialista (Marx)  ma non hanno creato una nuova classe dirigente di cui le comunità naturali hanno bisogno per darsi un volto umanistico e pacificato, unitario e coeso. La vita quotidiana e comune del nostro Paese sembra essere marcata da un alto tasso d’emotivismo, di pressappochismo e di determinismo mediocre e tiepido. Manca l’ossigeno, il respiro, l’entusiasmo vitale e progettuale: inoltre, dal punto di vista esistenziale, “il presente assoluto” s’è impadronito del passato e del futuro, abitando, così, la storia delle generazioni di ieri e di domani. Questo narcisismo passivo (Balduzzi) non approda soltanto all’insignificanza ma anche al nientismo sociale, al nullismo comunitario, all’armistizio della vita familiare e di gruppo. La mancanza d’audacia di fronte al tempo porta a non dare più valore al tempo della vita: quest’eplicitazione in relazione al valore del tempo dice che l’opinione diffusa dell’italianità contemporanea è avvitata attorno all’idea-non idea del “si salvi chi può”.

Il profilo spirituale e morale dell’odiernità italiana è caratterizzata dal grande fenomeno sociale dell’eutanasia della classe dirigente, che ordina (Gallino) e ordinamenta la società secondo libertà e giustizia, verità e solidarietà, democrazia politica e democrazia economica. Se una macrocomunità complessa è priva di classe dirigente, che imprime una direzione razionale e morale al Paese, allora il Paese si scompone in binomi individualistici, familistici, oligopolistici, malavitosi: binomi patologici e sempre più corrotti, pure nelle zone nevralgiche della vita pubblica, politica ed economica. Nasce così la società amministrata (Horkheimer) e non la “società ordinamentata” (=secondo la Costituzione italiana): se alla società amministrata (o infantile) aggiungiamo la controtestimonianza delle cosiddette classi dirigenti allora il futuro delle giovani generazioni non soltanto è compromesso ma è dissolto. Di qui sorge spontanea la necessità di adoperarsi per la formazione di una nuova classe dirigente, competente a dare risposte semplici a problemi complessi. A noi pare che questa formazione si possa realizzare attorno a tre poli.

Il primo polo è l’autocoscienza del valore della vita umana e sociale: quest’autocoscienza, coeducata, implica una forte connotazione etico-spirituale dell’antropologia comunitaria poiché l’uomo per sua natura è un essere-sociale, che si relaziona alla società per perfezionarsi e non per deformarsi. Se i costitutivi fisici e psicologici di una collettività non vengono coltivati da un’antropologia plenaria e solidale, ogni tentativo di “bonificare la società” andrà a farsi benedire. Senza antropologia solidale e interdipendente si va incontro al nichilismo sociale e all’inquinamento globale: ciò dice che il primo valore della vita sociale è la persona umana e la sua vocazione storica e trascendente, aperta alla prossimità e all’incontro con l’altro/a al fine di vivere una vita degna di essere vissuta nella sua pienezza (=laicità).

Il secondo polo è l’autocoscienza del valore della cultura umana e sociale: una vita senza cultura è soltanto natura. Perciò, la cultura è una facoltà e una pratica preziosa, specificamente umana, che è capace di mettere a servizio del bene comune della società i risultati migliori della ricerca delle scienze e delle tecnologie: una classe dirigente colta fa queste operazioni d’orientamento e di controllo tant’è che il suo potere si radica in quest’autorevolezza e non su altro. Una classe dirigente che ignora questo tipo di cultura è destinata a procurare ulteriori danni alla società poiché confondere “la cultura della direzione razionale e morale” con “la cultura del fare o del farsi vedere” è assolutamente abominevole. I genitori, gli imprenditori, gli economisti, gli educatori, i docenti, i legislatori, i politici, i banchieri, ecc. (=classe dirigente) senza cultura sono “dirigenti minorati” (Kant). La cultura dice, infatti, che per far nascere la libertà bisogna vivere nella verità mentre per far nascere la solidarietà bisogna vivere nella giustizia. La classe dirigente dirige veramente se dirige  lungo queste coordinate: oltre queste coordinate c’è confusione, disordine, rissa, insignificanza, indecenza pubblica.

Il terzo polo è, infine, l’autocoscienza del valore della politica umana e sociale o, per dirla con le parole di Papa Francesco, dell’”ecologia umana” e dell”ecologia sociale”: un’autentica politica proviene da un’autentica antropologia e da un’autentica cultura. Senza un’idea di società umana e di cultura umana non c’è politica a misura d’uomo: in questi ultimi decenni, questa logica, in Italia, si è capovolta in base alla “personalizzazione della politica”, che, non operando la selezione della classe dirigente, ha posto al posto dei dirigenti delle persone ignoranti e irresponsabili. I risultati sono sotto gli occhi di tutti tant’è che alla demoralizzazione diffusa s’è associata una democratizzazione dell’irresponsabilità, privata e pubblica: siccome, però, la politica è la teoria e la pratica della vita sociale, allora c’è da dire che la classe dirigente politica è ammalata perché è ammalata la società. L’idolatria del denaro e l’idiozia dell’indifferentismo non possono creare una classe dirigente decente. Ecco, quindi, che la società è chiamata a fare degli investimenti non più differibili.  Essi sono tre.

Il primo investimento riguarda l’educazione morale di tutti gli strati sociali: fare il bene ed evitare il male è il paradigma rettilineo per una vita sana e solidale. Il secondo investimento concerne il sistema scolastico, soprattutto universitario: la cultura è una parola il cui significato non può essere barattato con categorie mercantili o utilitaristiche o neoilluministiche. Il terzo investimento attiene al mondo giudiziario: esso va purificato, ammodernato e risistemato affinché la giustizia si realizzi con meno leggi e con più Legge.- 

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