La “viacrucis terraterra” di Lino Angiuli

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Una nuova stella luminosa popola il firmamento artistico, letterario e poetico di Lino Angiuli (1946), fine e sublime, mite e generoso esponente della grande cultura pugliese e nazionale: cultura lontana dai rumori senza risonanza e vicina ai fecondi silenzi dell’intelligenza e del cuore. Qui, la cifra narrativa dell’arte vibrante di Angiuli è una cifra interdipendente e solidale che va e viene dall’immaginazione psicologica alla verità evoluzionaria e, in certo senso, rivoluzionaria. Viacrucis terraterra (Edizioni di Pagina, Illustrazioni di Luigi Fabii, Bari 2017, 115) è, infatti, una credibile e struggente evocazione del mistero della sofferenza e, più in profondità, del mistero della morte, intesa, dalla cristologia matura, come contraddizione interna della vita umana e divina (Boros).

Gli strati innovanti della nuova poetica di Angiuli sono, a nostro avviso, fondamentalmente tre. Il primo strato ha un’evidente “natura comunicazionale”; il secondo strato ha, invece, una trasparente “anima spirituale”; il terzo strato ha, infine, un’immediata “struttura sinfonica”, non disgiunta dai ritmi non negoziabili della trascendenza immanente e terraterra.

Per i rappresentanti della teologia poetica (Montini, Bello, ecc), la natura comunicazionale dell’opera di Angiuli è, in radice, una vera e propria natura autocomunicativa dove egli si svuota continuamente per ritrovarsi all’interno di una popolarità radicale, più estetica che etica. Questa originale mistica dei distinti (cf Prefazione di Davide Rondoni, 9-13) trascrive in lingua italiana molte espressioni del linguaggio parlato e dialettale delle persone terraterra: persone nate dall’Alto e viventi dal Basso. Tale trascrizione, apparentemente banale e meccanica, è, al contrario, una trascrizione eufonica e colta, gradevole e gustosa, contemplativa e quasi orante. Eco e De Mauro avrebbero collocato l’opera recente di Angiuli al crocevia che imprigiona la fenomenologia all’ontologia del linguaggio: ontologia abitata, sempre, dal “già” e dal “non ancora”. In Angiuli il linguaggio della prosa e della poesia converge verso il punto assiomatico del principio di realtà. Per esempio, “Il sudore freddo in mezzo agli ulivi” (15-23) è sia il sudore senza sudore del Nazareno sia il sudore senza pudore della nostra società, liquida e vaporosa (Bauman).

L’anima spirituale delle quattordici stazioni della (canonica) “via crucis” (1294) di Angiuli traversa, inoltre, l’intero suo universo descrittivo e, a volte, prescrittivo. Pietro, Pilato, la Madre di Dio e Giovanni ri-presentano e rap-presentano l’oggi eterno della vita dolorosa, che tipizza la condizione umana: condizione spirituale, spiritualizzata e spiritualizzante, schiusa alla ricerca impagabile della Verità di ogni verità, anche del corpo e della carne. La via dolorosa di Angiuli è terrraterra non perché non abbia una sua interpretazione teologica e trinitaria ma è terraterra perché essa sembra venire dalla “terra creata”: in altre parole, è la Terra che ci fa intendere il Cielo; è la Terra che ci fa pregustare la Gloria; è la Terra che immerge nell’Oltre dell’Oggetto Immenso (Mancini). L’anima spirituale e incandescente di Angiuli non si cosifica con la robotica né si mercifica con l’economia: la sua anima spirituale è incatturabile perché vive totalmente nell’essere della sua essenza. Essa è sentinella dell’infinito e dell’infinitudine della vita dello spirito umano.

La struttura sinfonica che Angiuli propone è, in conclusione, nel fatto che alla fine di tutta la storia sono sempre pochi quelli che rimangono (cf 96). Quest’aforisma – biblico e pascaliano – dice che chi rimane fino alla morte è soltanto il vero l’amico; in merito – e senza dimenticare la lezione ciceroniana – è evidente che, a questo livello, non c’è spazio per la mediocrità immorale, per la inanità cinica e per l’arrivismo acrobatico. Qui c’è spazio soltanto per l’amicizia che è un’arte sinfonica che unicizza i frammenti spappolati delle carni umane: solo l’amicizia si dona, si autodona e si autocondona (Alberoni, Bianchi, ecc.): la filosofia politica dell’odiernità parla di “amicizia civile” per dare un nuovo nome alla giustizia sociale e al bene comune. Angiuli sinfonizza “la cultura dello scarto” (Papa Francesco) e “la cultura amicale”, che unisce la protologia all’escatologia, il passato al futuro, le verità alla Verità della Croce.

Non c’è bacio senza labbra, non c’è pace tra gli ulivi, non c’è gloria senza storia, non c’è amore senza dolore: grazie alla poetica specifica di Turoldo e Luzi, possiamo affermare, in sintesi, che la gesuologia dolorosa e antropocentrica di Lino Angiuli è, di conseguenza, la stessa cristologia teocentrica, che terraterra dice che la distanza più vicina tra Dio e l’uomo è l’uomo e la distanza più vicina tra l’uomo e l’uomo è Dio.-

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