L’ecologia culturale

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L’enciclica sociale di Papa Francesco sulla cura della casa comune prende in esame, tra l’altro, anche il tema dell’ecologia culturale (cf Laudato si’, 24 maggio 2015, nn.143-146): tema spesso minimizzato e mimetizzato dai sostenitori dell’ambientalismo.

“Insieme al patrimonio naturale – dice l’enciclica -, vi è un patrimonio storico, artistico e culturale, ugualmente minacciato. E’ parte dell’identità comune di un luogo e base per costruire una città abitabile. Non si tratta di distruggere e di creare nuove città ipoteticamente più ecologiche, dove non sempre risulta desiderabile vivere. Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale. Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio. In modo più diretto, chiede di prestare attenzione alle culture locali nel momento in cui si analizzano questioni legate all’ambiente, facendo dialogare il linguaggio tecnicoscientifico con il linguaggio popolare” (n.143).

La prima cifra dell’ecologia culturale riguarda gli esiti della cultura riflessa di una comunità umana: la cultura riflessa (poesia, letteratura, musica, cinematografia, siti materici, centri museali, ecc.) di una comunità umana è, infatti, la “proiezione istituzionale e tradizionale” dei valori, dei simboli, degli spazi, delle sensibilità morali della “coscienza civile”, curvata sul versante della creazione del patrimonio storico della vita e per la vita spirituale ed etica delle generazioni del futuro. I risultati della ricerca storica e della ricerca scientifica vanno “acculturati e incultulturati” nella vita sociale affinché una comunità regionale, nazionale o continentale si dia un’identità storica, basata sui princìpi irrinunciabili della verità diffusa, della giustizia giusta, della libertà responsabile e   della solidarietà stabile, sostanziata di bene comune. In questo senso, l’ecologia culturale prende forma anche attraverso l’ecologia delle istituzioni culturali (famiglie, scuole, associazioni, parrocchie, ecc.) di un Paese o di uno Stato.  

La seconda cifra dell’ecologia culturale concerne la relazione che lega l’ecologia umana all’ecologia culturale: rendere compatibile la natura con la cultura, il paesaggio con la città, è un’opera d’arte a forte valenza ecologica tant’è che senza razionalità del tempo e dello spazio, senza preminenza della dimensione umana e sociale sulla dimensione logistica ed urbanistica non c’è ecologia culturale. Lo studio della prossemica tra la natura e la cultura (e la loro combinazione) dev’essere a misura d’uomo e di comunità, dove l’aria, l’acqua, il suolo e l’atmosfera non possono essere inquinate o disciplinate per “ragioni estetico-urbanistiche”, spesso imposte dalle logiche dell’economia incivile (Zamagni). L’ecologia ambientale e l’ecologia culturale diventano incivili quando viene a mancare l’ecologia morale dell’uomo: lo sfruttamento del “verde”, delle risorse disponibili e naturali, la corruzione negli appalti pubblici e privati, il malaffare burocratico e il basso profilo di alcune classi dirigenti sono le principali cause del degrado ambientale, che veicola quello artistico e quello culturale.

La terza cifra dell’ecologia culturale è il necessario dialogo che ci deve essere tra il linguaggio tecnicoscientifico e il linguaggio popolare: i due linguaggi non bisogna considerarli, pregiudizialmente, antitetici o antagonisti perché la vera scienza, la vera tecnica e la vera coscienza popolare e democratica camminano insieme. Il “punto di ragione” (Lazzati) tra i due linguaggi è rappresentato dalla verità dei valori da cui scaturisce il convincimento secondo cui i risultati delle ricerche scientifiche devono essere a servizio del bene delle comunità umane e non viceversa: questo servizio deve aiutare i cittadini, le famiglie, i quartieri e vivere meglio ed in modo ecologicamente civile. In merito, la criticità maggiore che si riscontra in questa cifra dell’ecologia culturale è la lontananza tra il linguaggio delle istituzioni pubbliche e politiche e il linguaggio delle istituzioni sociali e democratiche: l’eccellenza del linguaggio popolare è, in società, il linguaggio democratico sia secondo la legge del “significato dei beni pubblici” sia secondo la legge del “senso del bene comune”. Il burocratese e il politichese sono diventati, ormai, linguaggi alieni che non favoriscono la giusta sinergia tra l’ecologia umana e l’ecologia pubblica, che tanta parte gioca nella formazione dell’ecologia culturale di un luogo.

La quarta – e ultima – cifra dell’ecologia culturale attiene al rapporto tra le culture locali e le culture egemoniche. “L’imposizione di uno stile egemonico di cultura di vita – dice l’enciclica – legato a un modo di produzione può essere tanto più nocivo quanto l’alterazione degli ecosistemi” (n.145). Rispettare le culture locali dice, quindi, rispettare la loro ecologia culturale: ecologia, in generale, che non va mai imposta i negata poiché l’identità culturale di un popolo non può essere annientata dalle politiche, spesso sporche e inumane, delle culture egemoniche. Non si tratta di mettere il localismo e il globalismo su due piani distanti: si tratta, invece, di metterli su due piani distinti perché il valore morale delle democrazie oneste è sempre superiore a quello delle oligarchie disoneste. Fino a quando non ci sarà una sana politica a disciplinare la democrazia economica, l’identità culturale di un popolo sarà sempre a rischio. Per questo motivo, l’interpretazione corretta da dare alla nozione di “nuova qualità della vita” dev’essere quella riveniente da un’istruzione democratica della socialità condivisa: anche quest’ecologia vitale è ecologia culturale, nel significato profondo e pregnante d’ecologia umana istituzionalizzata.-

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