L'Oriana: libera come il vento

temTemperamente - Appena ho saputo che il 3 e 4 febbraio ci sarebbe stata un’anteprima al cinema del film sulla Fallaci – L’Oriana – ho deciso di non prendere impegni e andarci. L’ho fatto nella prima serata, così da non avere o leggere commenti, però ho dovuto prendermi un po’ di tempo per vivermelo.

L’Oriana è stato sceneggiato da Stefano Rulli e Sandro Petraglia, prodotto da Fandango e Rai Fiction, con la regia di Marco Turco, che ha scelto come interprete della scrittrice fiorentina Vittoria Puccini. In un’intervista rilasciata a Blogo, il regista ha dichiarato di non averla scelta per la somiglianza fisica, ma le origini comuni e il carattere hanno contribuito al conferimento della parte, oltre al fatto che insieme avevano realizzato già altre due produzioni. L’Oriana verrà poi trasmesso in versione televisiva su Rai Uno il 16 e 17 febbraio, con una scena in più, ispirata all’autointervista della scrittrice.

Sono andata a cinema perché non avevo un’ampia conoscenza di Oriana. Di lei ho letto pochissimo, quasi nulla, ma Lettera a un bambino mai nato era rimasto incastrato in qualche piega di me e di tanto in tanto mi ha chiesto di approfondire la vita, gli scritti, il pensiero della sua autrice.

Non mi importa se la scelta dell’attrice sia stata più o meno azzeccata. Ho capito che in giro più di uno è perplesso, ma vi dirò: a me è andata bene così. Questo film, più che “recitato” è parlato, agito, fatto di sguardi. Tutto sta in quella passione estrema per la vita che Oriana ha inseguito in ogni angolo della terra, instancabilmente e con tenacia (oltre che fortuna, direi).

Quando mi sono accorta di quanto e cosa ha scritto la Fallaci, ma soprattutto di come, quando, dove e perché l’ha fatto, non ho potuto che chiedermi: e io, dove sto?
Io, ma anche voi: giovani donne alla ricerca di un vostro spazio nel mondo. Io, ma anche voi: uomini che agite per dovere e restate in un equilibrio che a volte è passività. Io, ma anche tutti noi. E, sia chiaro, non tesserò l’elogio di Oriana, perché non è questo il mio intento. Immagino manderebbe male anche me, se lo facessi.

L’Oriana comincia con una Fallaci anziana, stanca, che ha ancora il suo bel caratterino. Lisa, una studentessa universitaria, in procinto di laurearsi con una tesi sul Giornalismo si è offerta per archiviare tutto il materiale prodotto da quella che ha elevato a musa ispiratrice. Solo che Oriana non ha interesse per le adulazioni o i sogni che sembrano disegnarsi solo sulla carta o negli studi all’università. Il giornalismo lei non l’ha studiato, l’ha fatto. E così, mentre si cerca di sistemare scritti, interviste, registrazioni è inevitabile raccontare e raccontarsi.

Dopo l’assunzione all’Europeo, Oriana vola negli Usa e se ne innamora subito, ma non la entusiasma intervistare personaggi dello spettacolo; vuole fare un reportage sulla condizione femminile, che sarebbe stato il primo. Vuole sapere come vivono e cosa pensano le donne, specie fuori dall’Occidente. Si trova così a intervistare una sposa bambina a Karachi (Pakistan), che sta per consegnare la sua vita nelle mani di un uomo che non ha mai visto prima.

Poi è la volta del Vietnam, dove ha modo di raccogliere le testimonianze e le storie dei soldati. Entrano in ballo le emozioni e i vissuti delle persone a sostanziare i soli fatti di cronaca. Oriana ha un modo tutto suo di rivolgere domande, non ha paura di chiedere, di osare, di infastidire. Questo suo tratto affascina e intimorisce, le permette di accedere a situazioni altrimenti negate, come l’intervista ai tre condannati a causa di un attentato in Vietnam. Qui, lavora a stretto contatto con il giornalista François Pelou, con cui vive una temporanea relazione sentimentale.

Anni dopo, a seguito della scarcerazione di Alekos Panagulis (interpretato da un ottimo Vinicio Marchioni), leader della Resistenza greca che ha subito cinque anni di torture, è ad Atene per intervistarlo. Nasce così la sua più intensa e tormentata (pertanto unica) storia d’amore e scrive due dei suoi capolavori, intrisi di forte umanità: Lettera a un bambino mai nato e Un uomo.

Continua a spostarsi e scrive, fino all’ultima intervista a Khomeini, il dittatore iraniano. Dopo si ritira a New York e qui assiste alla più grande tragedia contemporanea: l’attacco alle torri gemelle. Nonostante il silenzio scelto per dedicarsi a una ricostruzione storica della sua famiglia, la rabbia e l’orgoglio la portano a prendere nuovamente la parola. Si spegne a Firenze il 15 settembre del 2006.

Quando sul grande schermo del cinema sono comparsi i titoli di coda, la sala si è illuminata e gli spettatori (una quindicina forse) sono andati via, ho pensato che film come questi sono incommentabili. Non per la resa cinematografica o l’interpretazione degli attori, ma per la carica stessa dell’esistenza, al di là dell’effetto romanzato. Oriana non avrebbe desiderato un film su di lei, se non dopo la morte, come ha ricordato Annalena Benini (in un articolo pubblicato sul Foglio e riportato da minima&moralia), eppure un film su di lei si fa necessario. Oggi, in particolare, quando le voci sono tante, ma quelle autorevoli o degne di essere ascoltate hanno poca risonanza.

Trattandosi di una versione non integrale, non posso esprimere giudizi, in merito a episodi più o meno tralasciati. È da ammirare, a mio parere, la scelta di aver ambientato le scene nei luoghi visitati dalla scrittrice.

Lo spazio dato all’amore è stato ampio, forse più di quello che mi sarei aspettata da Oriana, una donna libera come il vento, che ha raccontato gli sfaceli dell’umanità con quell’ “io” irruento, di chi c’è stato, ha visto, ha rischiato, ha vissuto. Però, effettivamente, per vivere bisogna amare e lei avrà amato tanto: anzitutto il suo esser donna, che sempre è sfida coraggiosa e impresa non semplice, anche nell’Occidente avanzato. Ha amato il suo lavoro e ha amato l’Italia; per questo a volte le ha riservato parole dure, taglienti. Ha amato le sfide, la provocazione, la verità, la libertà. Ha amato l’essere umano di cui ha cercato di trovar traccia ovunque. Ha amato la scrittura, un vero e proprio modus vivendi, e i suoi libri, ritenuti come dei figli. Ma soprattutto, ha amato la vita, nonostante il cancro.

Cosa mi ha trasmesso L’Oriana? Una gran voglia di vivere, di essere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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