La donna che scriveva racconti

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TEMPERAMENTE - Da quando l’ho scoperta, Lucia Berlin mi segue come un angelo custode. La ritrovo ovunque: settimanali femminili, L’Espresso, diversi articoli in rete. Questa donna mi ha affascinato fin da subito. Gli occhi blu come il mare cristallino e la frangia sulla fronte ricordano la bellezza di una giovane Liz Taylor. La sua scrittura la mette al pari di grandi autori come Raymond Carver, Alice Munro, Bukowski, Don De Lillo. È stata una grande fortuna che a dieci anni dalla sua morte sia diventata famosa, una preziosa scoperta.

Lucia Berlin ha avuto una vita intensa e dolorosa. Un’infanzia difficile con una madre rancorosa che non sopportava il contatto fisico, soprattutto quello dei figli, un padre assente per lavoro (faceva l’ingegnere minerario), tanti traslochi, quattro figli avuti da due mariti diversi, amanti, moltissimi lavori per tirare a campare e la dipendenza dall’alcool. Una donna forte quanto fragile. Nella sua esistenza c’è l’America intera. Si parte, seguendo un ordine puramente geografico, dall’Alaska, dove la scrittrice nasce, per proseguire nel Montana, l’Idaho, passando per il Colorado, poi New York fino a scendere in California e giungere a Santiago del Cile. Le sue esperienze come insegnante in carcere, segretaria, centralinista, infermiera e donna delle pulizie, sono la ricchezza inesauribile da cui ha attinto per scrivere le sue storie. Leggere i suoi racconti equivale quindi a conoscere la sua vita.

Dipendenza dall’alcool e dalla droga, dolore, disperazione, solitudine, povertà e amore. Sono questi i temi trattati in questa collezione parziale eppure corposa degli scritti di Lucia Berlin dal titolo La donna che scriveva racconti. Quarantatre storie, tante vite spesso miserabili, senza filtri né censure vergognose. Non sono un’amante dei racconti, ho sempre la sensazione che si interrompano sul più bello, ma Lucia Berlin mi ha fatto cambiare idea. La cosa bella delle antologie, poi, è che racchiudono una bella porzione di produzione letteraria di uno scrittore. Il vantaggio è quello di farsi un’idea parziale della sua vita, della sua scrittura, la stessa sensazione che si prova davanti alla mostra di un fotografo. E il paragone con la fotografia non è casuale: molti racconti della Berlin sembrano immagini vintage d’America. Cadillac, lavanderie automatiche, Jim Beam, il confine col Messico. Le descrizioni dei paesaggi sono spesso caratterizzate da un alternarsi tra il deserto rovente messicano e il gelo del Montana con le notti puntellate da migliaia di stelle. I frequenti riferimenti al colore del cielo, di un azzurro limpidissimo, fanno pensare che quell’intensità è dovuta al contrasto col color ocra del deserto. C’è poi il sapore del sogno americano che ricorda le canzoni degli Eagles, gli odori del Messico, le strade assolate, le storie d’amore intense e fugaci con gringo solitari e affascinanti che ricordano quell’universo femminile raccontato dalla scrittrice sudamericana Marcela Serrano. C’è anche la violenza e l’abuso di potere della polizia americana, “una grana” da sempre presente nel land of opportunities.

La scrittura è essenziale e minimalista, scarna come un telegramma, e alcuni passi senza punteggiatura fanno pensare ad appunti presi frettolosamente, per soddisfare un urgente bisogno di scrivere. Lucia Berlin crea dipendenza, simile quasi alla sua schiavitù dall’alcool, descritta con ossessione nelle sue storie. Particolarmente drammatico è il racconto Incontrollabile. Con cupa realtà viene descritta una crisi di astinenza e la ricerca disperata di wiskey di una donna alcolizzata: il tremore del corpo impossibile da dominare, le impedisce quasi di muoversi.

Non esiste redenzione per nessuno dei suoi personaggi. Nelle sue storie ritorna di frequente il senso di inadeguatezza e la mancanza di responsabilità di una madre: incosciente quando si trasforma in narcotrafficante col pancione pur di accontentare il compagno eroinomane, incapace sia di nascondere la sua dipendenza dall’alcool davanti ai figli che di trovare in loro la forza di rialzarsi. Eppure, dietro tutto questo traspare un forte attaccamento ai figli, una mamma imperfetta ma tanto amorevole.

La parabola di Lucia Berlin mi ricorda un po’ quella di un’altra grande artista: Vivian Maier, una fotografa anche lei americana, diventata famosa per caso, diversi anni dopo la sua morte. Forse è questo il destino dei grandi artisti, riconoscergli il talento in ritardo. In questi casi però è il caso di dire: meglio tardi che mai.

P.S. Se l’articolo vi ha incuriosito, date un’occhiata al sito della Berlin e a quello della Mayer. Che donne straordinarie.

Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti, Bollati Boringhieri Editore, Pag. 460 € 18.50

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